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alpinismo e alpinisti
a cura di Vincio Stefanello

Dal 10 al 13 ottobre, la Vertical Arena di Sesto Pusteria ha ospitato il Forum "Situazione dell'arte di arrampicarsi nel 2002", con la partecipazione tra gli altri di Reinhold Messner, Hanspeter Eisendle, Christoph Hainz, Simone Moro, Othmar Prinoth, Luca Zardini e Pietro Dal Prà.

Abbiamo chiesto a Hanspeter Eisendle e Simone Moro il loro punto di vista, coscienti che l'alpinismo, come tutte le "ricerche" e le "spinte" personali, può trarre vantaggio (e perchè no, anche crescere) dalle esperienze, dallo scambio delle idee, e dal dibattito.


Hanspeter Eisendle

Hanspeter, cos’è per te la fantasia nell’arte di arrampicarsi?

Personalmente sono sempre stato più attratto da quelle montagne, vie o addirittura (solo) falesie di cui ho pochissime informazioni, o meglio nessuna. Le guardo e si aprono linee e possibilità di salita che sono lo specchio delle mie capacità. Si apre un paradiso per le mie fantasie alpinistiche! In generale però l’uomo tende ad un comportamento simile a quello delle pecore. Abbiamo bisogno di qualcuno che ci porti al miglior pascolo, qualcuno che indichi la strada con schizzi, spit e tracce di magnesite. Conosco, invece, degli appoggi minuscoli nelle Dolomiti sui quali l'anima si trova più lontana da casa che sulle corde fisse di un ottomila.

Arrampicata, quante espressioni può avere, e quali tra queste distingue l’alpinismo?
Io distinguo soltanto due tipi di arrampicata. Quella "consumistica" che richiede infrastrutture preparate - come falesie, palestre coperte e le cosiddette "vie plaisire“ in montagna (ottima roccia e una "cerniera" di spit). E poi l'arrampicata "autoresponsabile" che non ha bisogno di strutture fisse - dalla via di 50 metri con chiodi arrugginiti e dadi abbandonati nelle Calanques, fino alle vie di granito sui settemila del Karakorum. Un boulder di 8 metri nel bosco o nel deserto (come Midnight lightning a Yosemite), secondo il mio concetto può essere più vicino all’arrampicata autoresponsabile della via in montagna con 300 spit su 400 metri (vedi Scotonata gallatica).

Ci sono impulsi nuovi nell’alpinismo? E in quali direzioni si muovono?
Dopo il "Mountainfuture“ di Innsbruck e il Forum al "Vertical arena“ di Sesto mi sembra di percepire un lento ritorno alle origini, un ritorno all’arrampicata autoresponsabile o, se vogliamo, all’arrampicata di rischio. L’alpinismo era ed è sempre anacronistico! Quando negli anni 60 l’uomo con il massimo di tecnologia atterrava sulla luna, Messner proclamava il suo alpinismo basato sulla rinuncia della tecnologia. Oggi la tecnologia e la terminologia nell’alpinismo si è avvicinata a quella dell’atterraggio sulla luna. Allora dobbiamo ritornare all’Alpinismo autoresponsabile e alle parole chiare.

Puoi precisare meglio cosa intendi per rischio e arrampicata "autoresponsabile". Penso ad un frase: "Tornare a casa vivi con il proprio compagno è più importante che salire in vetta". Arrampicata autoresponsabile significa anche avere la capacità di capire fino a dove ci si può spingere , e c'è un limite al rischio?
La frase che citi mi pare un "fioretto". In più è troppo facile avere soltanto la meta di tornare a casa con il compagno. Se torni giù all'attacco della via, dove incomincia il rischio, è intelligente ma non arrivi mai "in vetta". Ed è questo che vogliamo, sinceramente.
Così arriviamo al "passaggio chiave" dell'argomento: per conoscere il punto di ritorno, bisogna ovviamente andare oltre l'attacco e anche oltre la danza verticale divertente. Spesso lo troviamo nelle nostre teste. Ma ogni tanto capita che ti trovi al di là del "point of no return". E' lì, dove devi essere veramente bravo per ritornare vivo con il tuo compagno! Voglio dire che l'andare fino al limite della testa è una cosa che rimane, è fare esperienza ed esercitare l'istinto, che poi sono gli unici strumenti che ti salvano quando ti trovi al limite "psicofisico", il limite assoluto.
Nessuno può decidere per me, né c'è un limite permanente in me, cambia ogni giorno, ogni minuto. Per questo penso che l'alpinismo è rimasto fino ad oggi la massima espressione di autoresponsabilità, anche se qualcuno pensa il contrario.
Penso che Alexander Huber scalando slegato sulla Hasse-Brandler è più cosciente di quello che fa e anche più autoresponsabile rispetto a qualche alpinista che segue in fila indiana il cavo della ferrata del Pisciadù, anche se il rischio per il primo rimane comunque più alto. Il limite del rischio c'è! Ma c'è soltanto in noi, in ognuno di noi. Ed è questo che dà importanza all'alpinismo nelle sue forme diverse. La vita moderna ci ha ridotto tutti a dipendenti di qualcosa; in montagna abbiamo la possibilità di essere i capi, i superboss, non c'è un'istanza superiore. Sfruttiamo l'occasione senza giudicare chi ha sbagliato!

Qual è, se c’è, la funzione dei cosiddetti alpinisti di punta?
Penso che l’alpinista a tempo pieno, dalla guida alpina fino allo sponsorizzato, ha più tempo e più sensibilità per sentire le strade sbagliate nello sviluppo dell’alpinismo rispetto all’alpinista della domenica. Per questo avrebbe anche il dovere, e la funzione, di esprimersi pubblicamente invece di fare il falso modesto.

Cultura dell’alpinismo e alpinisti, cosa è emerso nel Forum?
Riflettere sulle tendenze e discuterle in modo comprensibile per molti, se non per tutti, è già espressione di cultura. Però dimostrarla, facendo vie nuove con certe idee o con una certa etica, conta molto di più.

Quale spazio c’è ancora per l’avventura nell’esperienza alpinistica e nell’arrampicata?
Nel 1981 ho aperto Fata Morgana sulla IIa Torre del Sella senza usare chiodi e senza lasciare tracce su tutta la via. Fino ad oggi è rimasta quasi uguale! Pur essendo una via breve, e oggi di basso livello (VI+), è rimasta la massima espressione del mio concetto d’arrampicata. Nel 2000 ho tracciato, insieme a Reinhold Messner e Wolfgang Thomaseth, una via nuova di 3400 metri di dislivello sul Nanga Parbat. Anche se non finisce sulla cima, ma sulla cresta della via dei cecoslovacchi, significa che nel 2000 è ancora possibile trovare terreno d’avventura sugli ottomila (senza gente e senza corde fisse). Di più: è fantastico pensare che la via tecnicamente più facile del "Nanga“ abbia aspettato il 2000 per essere aperta!
Proprio seguendo gli "ideali“ dello stile pulito, del clean climbing e del free climbing vedo ancora grandissimi spazi per l’avventura e l’esperienza alpinistica.


  

Hanspeter Eisendle
Simone Moro



Hanspeter Eisendle

Hanspeter Eisendle (ph Gros)


Hanspeter Eisendle: "Personalmente sono sempre stato più attratto da quelle montagne, vie o addirittura (solo) falesie di cui ho pochissime informazioni, o meglio nessuna. Le guardo e si aprono linee e possibilità di salita che sono lo specchio delle mie capacità. Si apre un paradiso per le mie fantasie alpinistiche!"


Kumbu, Nepal

Valle del Khumbu
(ph Stefanello)

"Nessuno può decidere per me, né c'è un limite permanente in me, cambia ogni giorno, ogni minuto. Per questo penso che l'alpinismo è rimasto fino ad oggi la massima espressione di autoresponsabilità, anche se qualcuno pensa il contrario."

"Il limite del rischio c'è! Ma c'è soltanto in noi, in ognuno di noi. Ed è questo che dà importanza all'alpinismo nelle sue forme diverse. La vita moderna ci ha ridotto tutti a dipendenti di qualcosa. In montagna abbiamo la possibilità di essere i capi, i superboss, non c'è un'istanza superiore. Sfruttiamo l'occasione senza giudicare chi ha sbagliato!"


Torre Trieste

Torre Triete - Dolomiti

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