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Simone Moro
Questa per gli ottomila come la definisci, un'infatuazione?
Ho ricevuto dagli ottomila una grande spinta motivazionale. So che la corsa a fare più ottomila possibili non porta niente di nuovo al mondo dell'alpinismo. Ci sono già 7 o 8 persone che l'hanno fatto e altri lo faranno. Però un conto è dare qualcosa ad un mondo sportivo un conto è dare qualcosa a sé stessi. Ce da dire anche che fare un 8000 per la via normale, oltre a non dare niente all'alpinismo, non da più niente neanche a me. Se cercassi la rincorsa agli 8000 non sarei tornato al Lhotse quando l'avevo già salito, non tenterei di fare gli 8000 in velocità o per vie nuove o in stagioni strane.

Li tenterei, invece, per le vie normali, nelle stagioni in cui ci sono tante spedizioni, magari anche con l'ossigeno, e via con la collezione, ma non mi interessa. Il fascino di un 8000, poi, rispetto ad un 7000 sta proprio nella quota. Tecnicamente è chiaro che il futuro sarà sui 7000, sui 6000 e sui 5000, ma a 8000 metri non hai più fame, non dormi più, non capisci più molto bene dove sei, chi sei, cosa stai facendo e, purtroppo, queste situazioni si hanno solo su 14 zone di 8000 metri d'altitudine di 14 montagne.

Ma perché ricercarle?
Non ho una risposta, e spero di non riuscire a trovarla, perché il giorno in cui do una risposta a tutto significa che ho già vissuto. Siccome la vita è tutta una scoperta e una scommessa, un ricevere piccole risposte, la risposta finale uno non la trova mai, almeno su questo mondo. L'alpinismo per me è un mezzo per scoprire me stesso e scoprire queste risposte. Si matura studiando, sul posto di lavoro e anche semplicemente vivendo o viaggiando, diciamo che io sto maturando, prima come uomo ed ora come alpinista, viaggiando e vivendo là, in Himalaya.

E la tua scelta di andare sui 7000 della Russia...
Volevo vivere e maturare e scoprire un mondo che mi era stato brevemente raccontato da quell'amico, Anatolij Burkreev, di cui ho parlato prima. Lui non c'era più, e ho pensato che quello che mi avrebbe voluto dire probabilmente lo avrei scoperto direttamente nella sua terra. Questo per me era più importante che salire un altro 8000. Ho avuto tante risposte, perlomeno quelle che cercavo, e adesso riprendo il discorso per capire altre cose di me andando a fare la traversata Everest-Lhotse.

La mia, ripeto, non é una ricerca di record, perché, in ogni caso, li ha già fatti per primo Messner e poi le sette persone che sono venute dopo. Non è neanche una ricerca di fama perché, nonostante sia uno dei pochi che fortunatamente riesce a vivere d'alpinismo, continuo ad avere conferme tutti i giorni che non si diventa né ricchi né famosi, anzi il conto corrente è sempre in rosso purpureo, ed è un gran risultato quando il rosso lascia spazio a brevi periodi di nero.

Ti piace immensamente…
Mi piace tanto, mi ha dato tanto anche per il solo fatto che l'Himalaya mi ha dato la possibilità di conoscere Anatolij Burkreev. Già per questo è valsa la pena di scommettere nel mondo dell'alpinismo. L'ho conosciuto nell'ottobre del 1996. Dopo un mese che era al campo base non l'avevo ancora visto, nessuno l'aveva ancora visto, ed era il più forte ed è stato l'unico del team russo che è andato in cima. Questo fa capire come non era uno che si metteva sulla ribalta, erano proprio i suoi risultati sportivi e soprattutto umani che non riuscivano a passare inosservati.


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Khan Tengri
Il Khan Tengri (m. 7.010)
foto arch. Simone Moro
"Tecnicamente è chiaro che il futuro sarà sui 7000, sui 6000 e sui 5000, ma a 8000 metri non hai più fame, non dormi più, non capisci più molto bene dove sei, chi sei, cosa stai facendo e, purtroppo, queste situazioni si hanno solo su 14 zone di 8000 metri d'altitudine di 14 montagne."
Perché affermi che Anatolij era prima un uomo che un alpinista?
Si potrebbe parlarne a lungo. Solo un esempio, in alta quota costa tutto: camminare, scalare, montare i campi e costa ancora di più essere altruisti. Costa, o non si riesce più, ad essere sé stessi. Anatolij era l'unica persona che preparava da mangiare e mi diceva 'mangia che poi mangio io', o che faceva finta di non aver fame e dava da mangiare a me se vedeva che ne avevo bisogno. Si preoccupava sempre, insomma, di chi gli stava attorno, e che le cose favorissero le persone che gli stavano attorno, prima ancora che favorissero lui.

Da questo si capiscono le qualità umane di una persona che soffriva anche lui, guadagnava 20 dollari al mese, aveva tutti i diritti d'essere molto legato a ciò che faceva e quindi poteva essere arrabbiato con il mondo e aver tutte le qualità meno quella dell'altruismo. Questo fa capire anche come Anatolij Burkreev nella tempesta del 1996 avesse trovato le motivazioni per salvare i clienti di un'altra spedizione.

Rispetto a questa figura di Burkreev tu come ti senti di essere?
Penso di non essere stato egoista o più egoista di quanto sia qui adesso nel mio ufficio a 300 metri di quota, e questo, secondo me, è già è un gran risultato. Non faccio la parte dell'eroe, ma non faccio neanche quello che pesa gli zaini o controlla cosa ha nello zaino qualcun altro, o chi sta davanti a battere la traccia

Questo succede normalmente?
Succede si, non si nega. E' per quello che non posso fare a meno di fermarmi e parlare di Anatolij Burkreev, perché lui era speciale.

Come l'hai conosciuto?
Tra il campo 1 e il campo 2 del Shisha Pangma. Battevo la traccia e lui era dietro con lo zaino. Ogni tanto mi sedevo perché ero stanco e vedevo che lui invece cercava di raggiungermi e quando l'ha fatto mi ha battuto sulla spalla e mi ha detto: 'grazie stai facendo un grande lavoro'. L'amicizia si è poi approfondita, e nel 97 abbiamo avuto l'idea, per alcuni folle, di tentare la traversata Lhotse - Everest. Volevamo andare in cima al Lhotse, scendere al Colle Sud e poi salire all'Everest. Ci siamo fermati sulla vetta del Lhotse perché faceva bruttissimo, tanto che in quello stesso giorno sono morti il fortissimo alpinista russo Vladimir Baskirov e altri 4 alpinisti russi.

Vorrei dire a coloro che mi hanno detto che abbiamo smesso perché non ce l'avrei fatta, che nel momento in cui abbiamo deciso di scappare cinque persone sono morte e quindi le condizioni erano chiaramente dure. Siamo scappati principalmente perché il tempo non permetteva la traversata. E' chiaro che in cima al Lhotse non giocavamo a carte ed eravamo secchi perché eravamo saliti senza ossigeno, però avevamo ancora energie per arrivare al Colle Sud e lì avevamo una tendina montata da Anatolij. C'erano, quindi, i presupposti perlomeno per fallire durante la salita all'Everest e non subito dopo il raggiungimento della vetta del Lhotse. Non ce l'abbiamo fatta, però siamo stati i primi a dichiarare di volerla fare quella traversata, mostrare la faccia e tentarci.


Anatolij Burkreev
Anatolij Burkreev
foto arch. Simone Moro

"Anatolij era l'unica persona che preparava da mangiare e mi diceva 'mangia che poi mangio io', o che faceva finta di non aver fame e dava da mangiare a me se vedeva che ne avevo bisogno. Si preoccupava sempre, insomma, di chi gli stava attorno, e che le cose favorissero le persone che gli stavano attorno, prima ancora che favorissero lui."
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