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| Ci ricordiamo di Simone Moro allenatore della squadra nazionale d'arrampicata sportiva italiana Sono stato l'allenatore della nazionale dal 1992 al '96 e quando mi è stato offerto quest'incarico avevo alle spalle 7 anni dedicati alle competizioni di arrampicata sportiva. In quel periodo, iniziato a Bardonecchia nell' '85 quando avevo indossato il primo pettorale per una gara, avevo acquisito una specializzazione nell'arrampicata sportiva, anche se già allora non era certo la mia unica attività. E prima Ero un 'bocia' come tutti gli altri, a 13 anni ho fatto la mia prima salita su roccia con mio padre poi, visto che scalpitavo troppo, mi ha affidato ad Alberto Cosonni che è stato il mio primo maestro. Alberto mi ha portato ad arrampicare e mi ha fatto fare, mi ricorderò sempre, due anni solo da secondo di cordata e con gli scarponi rigidi. Solo in seguito mi ha permesso di comprare le prime scarpette, delle Galibier, e ho cominciato ad arrampicare da primo in Medale, in Grigna e poi sulle Dolomiti. Con l'arrampicata sportiva, invece, come hai cominciato? Nell'83, a Cornalba, ho conosciuto Bruno Tassi 'Camos' quando, a mano, stava chiodando i primi itinerari. Lui è stato, a modo suo e con una didattica tutta sua, il mio secondo maestro. Mi ha introdotto nel mondo dell'arrampicata sportiva dove le regole del gioco, diversamente dall'alpinismo, prevedevano anche che si potesse volare, anzi delle giornate erano dedicate a delle vere e proprie gare a chi faceva i voli più lunghi. Nel 1985, proprio su esortazione del Camos, ho partecipato alla gara di Bardonecchia, stavo compiendo i 17 anni. Poi sono venute tante altre gare e nell'88 sono entrato a far parte della nazionale di arrampicata sportiva. Quindi nel 1992 mi è stato offerto il posto di allenatore della Nazionale di arrampicata sportiva. In concomitanza é venuta anche la mia prima spedizione in Himalaya, che non è nata dal nulla, nel senso che quella mappa cromosomica iniziale dell'alpinismo mi aveva impresso uno stampo a 360°. Volevo dedicarmi professionalmente all'attività di allenatore della Nazionale ma con questo non volevo mettermi in poltrona. Mi piaceva essere un 'autentico', e quindi avere anche credibilità e rispetto dagli atleti proprio perché continuavo ad essere un protagonista, senza pettorale ma un protagonista. Un protagonista nel campo dell'alpinismo himalayano Ma anche in falesia perché uno dei risultati che sbandieravo all'epoca come, personalmente, importante era quello che ho ottenuto nel '94 quando ho fatto un 8000 e un 8b nello stesso anno. Ciò significa che non ho mai abbandonato veramente l'arrampicata sportiva, non allenavo solo gli altri ma continuavo ad arrampicare. Per esempio nel '92 era difficile classificarmi, perché era strano che uno che andava a scalare una montagna di 8000 metri avesse ancora la pelle delle dita consumata dagli appigli più piccoli delle vie di falesia. |
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| Arrampicata in Sardegna foto M. Zanolla - Manolo |
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Quindi quando hai cominciato con gli 8000 avevi contemporaneamente un livello di 8b in falesia, come riuscivi a conciliare questi aspetti? L'Himalaya mi affascinava sempre di più e vedevo l'arrampicata sportiva un po' come una rincorsa cieca: facevo l'8a e si faceva 8b, facevo 8b e si faceva 8c. Nello sport é normale che ci sia un'evoluzione, e che si rincorra sempre un nuovo risultato e primato, ma a me dava poco come uomo. Con questa prima spedizione all'Everest nel '92, invece, mi si sono aperti orizzonti nuovi, anche se ho pagato da subito la mia inesperienza. Ho scoperto che veramente l'alta quota fa male. Proprio nella prima spedizione ho sofferto di una forma iniziale di edema cerebrale perché correvo su e giù senza acclimatamento. Mi sembrava solo difficile fisicamente. Pensavo, una volta tollerato il dolore e la fatica, che il gioco fosse finito. Invece, al campo tre, un mattino mi sono svegliato più istupidito del solito, e solo grazie all'aiuto di due compagni che mi hanno aiutato a scendere mi sono ripreso. Lì ho appreso la prima lezione sportiva e di vita, una lezione su come si va in Himalaya. E da allora Sono venute un sacco di altre spedizioni. Nel '93 la prima salita invernale in giornata dell'Aconcagua, e sempre quell'anno sono arrivato, in solitaria, a 163 metri dalla vetta del Makalu. Nel 94 ho tentato il Shisha Pangma senza riuscirci, e ho salito il Lhotse pochi mesi dopo aver fatto delle vie di 8b a Cornalba. Il '95 è stato l'anno del Kanchenjunga, é andata male ma, in quell'occasione, alcuni componenti della mia spedizione hanno ritrovato il corpo di Wanda Rutkiewicz. Il '96, poi, è l'anno in cui ho pigiato di più sull'acceleratore perché a gennaio ero al Fitz Roy con Adriano Greco: andata e ritorno in giornata per la Supercanaleta. Poi sono andato al Dhaulagiri, ed è andata male. Poi, ancora con Adriano Greco, sono tornato allo Shisha Pangma e anche lì siamo saliti in tempo record: 27 ore per andata e ritorno utilizzando anche gli sci. Ma anche il '97 è stato importante perché ho conosciuto Anatolij Burkreev, e questo ha dato una svolta nella mia vita, sia di uomo sia di alpinista. Con lui ho conosciuto soprattutto un uomo che faceva anche l'alpinista. In qualche modo mi sento di ripetere con le parole di Messner: 'mi ritengo fortunato di aver fallito molte volte', e questo significa aver imparato ma anche che sono ancora vivo. C'è chi, invece, non ha mai fallito e la prima volta che l'ha fatto, purtroppo, c'ha rimesso la vita. |
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| Su Seance Tenante (8a) Verdon foto G.M.Besana |
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