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Everest J. Hemmleb - L. A. Johnson - E. R. Simonson
con William E. Nothdurft

LE OMBRE DELL'EVEREST
la verità sulla leggendaria spedizione di Mallory e Irvine

Rizzoli

pagg. 287
foto a colori
prezzo di copertina £ 30.000



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I tibetani lo chiamano Chomolungma, madre della terra', i nepalesi Sagarmatha 'Cima nel mare delle onde', per tutto il resto del mondo è l'Everest, come fu chiamato a metà del 1800, in omaggio a Sir George Everest, un oscuro funzionario inglese. Con i suoi 8848 metri d'altezza é la più alta montagna del mondo, un superlativo e perciò un mito universale, che attirò da subito, e attira ancora, la fantasia degli uomini e naturalmente degli alpinisti.

Era l'otto giugno del 1924, sulla sua cresta sommitale, a circa 180 metri dall'allora ancora inviolata cima apparvero due puntini neri, poi più nulla.
Quei due 'puntini neri' erano George Leigh Mallory, fortissimo alpinista e veterano dell'Everest, ed il suo giovane compagno Andrew Comyn Irvine, di loro non si seppe più nulla. Ci vollero ben 29 anni prima che, il 29 maggio del 1953, la cima fosse calcata per la prima volta dall'inglese Edmund Hillary e dallo sherpa Tenzing Norgay. Ma furono veramente i primi? Dopo 75 anni dalla loro scomparsa resta ancora il dubbio se Mallory e Irvine, riuscirono in quel lontano giorno del '24 ad arrivare in vetta. E' un mistero che da sempre ha appassionato gli storici dell'alpinismo.

E proprio da quest'interrogativo muove la spedizione che nel 1999 ha ripercorso le tracce dei due pionieri inglesi e di cui 'Le ombre dell'Everest' è il resoconto. E' la storia, già diffusa da tutti i media, di una vera e propria indagine svolta sul 'campo' intervallata dal racconto delle vicende storiche ed umane di cui Mallory e Irvine furono protagonisti. Nel libro l'azione della spedizione di ricerca viene messa in relazione con il passato, e quello che subito colpisce, sia nel racconto sia nelle fotografie del libro, é l'enorme inadeguatezza dell'attrezzatura e dei vestiti con i quali quegli uomini affrontavano quelle altezze. Una cosa assolutamente stupefacente se si pensa all'estrema difficoltà ancora adesso incontrata dagli alpinisti - che ora però si avvalgono delle più sofisticate attrezzature - per salire l'Everest.

In questo raffronto tra l'attuale e il passato risaltano anche i punti d'incontro e di diversità tra il mondo di quei primi e coraggiosi esploratori e quello attuale per molti aspetti di vero e proprio sfruttamento commerciale della montagna e del suo 'mito'. Emerge poi uno stridente contrasto, tra l'autentico sentimento umano e vicinanza verso gli alpinisti inglesi dispersi - riscontrabile nelle pagine dove si racconta il ritrovamento del corpo di Mallory - e la pubblicazione quasi immediata su tutti i mezzi di informazione della foto del suo corpo riverso lì, dove 75 anni prima si era fermato probabilmente dopo una caduta.

E' una domanda quella sull'opportunità di divulgare quest'immagine che merita una risposta che non può che far leva sulla sensibilità di ciascuno. Al di là di tutto, anche se ora sulla vicenda se ne sa di più, resta il mistero su cosa sia veramente accaduto. Di sicuro c'è il sogno di due uomini che si lanciarono in un'impresa impossibile ed irresistibile, due uomini che possono essere un simbolo per quell'irrequieta ricerca dell'inutile, e forse allo stesso tempo 'del tutto', caratteristica non solo dell'alpinismo.


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