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Reinhold Messner

ANNAPURNA
Traduzione di Francesca Ilardi

Collana I Licheni
Vivalda Editori, Torino, 2000


pagg. 160
prezzo di copertina
£ 29.000
24 tavole b/n

Mnet Libri
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Naturalmente, e non poteva essere altrimenti, 'Annapurna', quest'interessante viaggio di Reinhold Messner tra le più significative spedizioni alpinistiche alla decima montagna per altezza della Terra, ha inizio con la salita di Maurice Herzog e Louis Lachenal. Era il 3 giugno del 1950 quando i due raggiunsero la cima della ‘Dea delle messi’, una data storica: per la prima volta un ottomila veniva scalato.

Per Herzog, il capo di quella spedizione, era la fine di una corsa verso un sogno inseguito con incredibile determinazione, per Lachenal forse un dovere imposto dalle circostanze. Per entrambi, come per tutti gli altri fortissimi alpinisti di quella spedizione francese, era l’inizio di una tremenda fuga verso la salvezza, di un ritorno doloroso e traumatico. Fu un successo che, non senza ombre, significò la gloria, soprattutto per l’incrollabile Herzog e che proprio a lui lasciò terribili ed indelibili segni fisici e morali.

Poi, seguendo l’evoluzione dell’alpinismo, Messner continua con la salita della difficile parete Sud da parte di Bonington e compagni, quindi con la cavalcata da Est a Ovest, passando per le tre cime dell’Annapurna, di Loretan e Joos, per continuare con la sua salita in compagnia di Kammerlander della Nord Ovest, per finire con quella da Ovest Nord Ovest dei cechi Nezerka e Martis.

Il racconto di queste imprese dà l’occasione a Messner per parlare della storia dell’alpinismo in Himalaya e di come è cambiato. Una riflessione che si spinge fino al fenomeno delle spedizioni commerciali dei nostri giorni.

Ma la parte più interessante del libro, oltre all'indubbia capacità di Messner di descrivere con cognizione di causa il mondo dell'alta quota, è forse quel fil rouge che sembra accompagnare tutte le pur diverse spedizioni. Una comunanza di sogni e paure, di vette raggiunte a prezzo di enormi sacrifici, di dubbi, di voglia di superarsi, di ritorni vissuti come vere fughe verso il basso e verso la vita, di dolore e polemiche, di quell’essere egoisticamente soli ma insieme agli altri compagni di spedizione, di immensa gioia e terribile angoscia. Tutto questo sembra essere l’himalaismo, fratello estremo dell’alpinismo e soprattutto della vita normale da cui magari fugge ma alla quale deve sempre far ritorno.


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