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arrampicare in Lombardia
Cornalba
BEPPE DALLONA

Intervista di Nicoletta Costi e Nicola Noè

Nato a Trento nel ’62, informatico, lavora da sempre (e troppo, ndr), prima come consulente, ora come dipendente. Così per starci dentro, tra lavoro, famiglia e una figlia, all’inizio degli anni ’90 sposta le sue lunghe leve a Cornalba, dove pianta le radici e diventa cittadino onorario.

"Il mio punto di forza è il blocco in allungo e la mia specialità è la placca strapiombante".

Gli piace la polenta con il brasato, è alto 1,82 m, ha un’apertura alare di 192 cm e pesa stabile 67 kg. "Ho raggiunto i 66 kg solo dopo 3 giorni di caghetta, ma è stato sufficiente per fare C’era una volta in America". Piede 42 e 41 di scarpetta, prima Sportiva, poi Boreal-Laser e ora Five Ten.

Beppe ha avuto anche un passato da alpinista. Nei primi anni ’80 si ingaggiava sulle vie dure del tempo spingendo il più possibile la libera. L’esperienza più allucinante è stata la Via dei Fachiri in Scotoni, poi l’ambiente del diedro Philipp-Flamm in Civetta, Voyage selon Gulliver al Grand Capucin, Bonatti e Diretta Americana al Petit Dru, ecc. Così ha vinto due Grignette d’Oro, ma non ricorda bene, forse è stato nel 1980 e 1981.

Ci racconta poi di aver "mancato" di un nulla la nomina di Accademico del CAI. "Era il 1986, avevo preparato 4 pagine di fitto curriculum alpinistico, avevo passato un primo livello di selezione e poi un mio caro amico, già Accademico (tanto vale dirlo … Lele Dinoia) mi ha annunciato che ce l’avevo fatta. Mi sono gloriato per mezzo mondo, al CAI di Legnano, ero stato festeggiato con tanto di applausi … quando invece mi avevano trombato proprio all’ultimo, ufficialmente per scarsa attività negli ultimi due anni. Ma forse è successo perché ero stato beccato più volte a non rispettare le più elementari regole di sicurezza della progressione su ghiaccio: con Rosco, al secolo Giovanni Ambrosetti, ora Guida Alpina, eravamo infatti soliti ad attraversare il ghiacciaio del Miage, in Monte Bianco, in mutande e scarpe da ginnastica. Comunque non ho avuto più il coraggio di presentarmi alla Sezione e non mi sono più iscritto al CAI dalla vergogna".

"Mi sono sempre allenato abbastanza poco per questioni di voglia e di tempo, in casa ho un trave e un pannellino di 4 x 4 m in cantina che uso raramente e comunque ho sempre fatto bouldering e non continuità. Copiando un’idea di Toni Yaniro, che si era fatto un pannello strapiombante fessurato per allenarsi in fessura, nel ’84 avevo costruito uno dei primi pannelli in circolazione: una trave strapiombante alta 3 m e larga 50 cm in cortile, piena di buchi fatti nel legno con il trapano". Ci conferma Brenna che parlando con Tribout aveva scoperto che i francesi erano arrivati ad allenarsi con il trave in un tempo successivo a quando Dallona e Dinoia avevano costruito la loro climber machine.

Il tuo sport preferito? "E’ quello che praticavamo negli ’80: sorpassare sistematicamente le cordate dei "presi" sulle grandi classiche, a tutti i costi, a rischio anche dello scontro fisico. L’obiettivo era viaggiare come missili: nell’83 sul diedro Aste al Crozzon eravamo riusciti a far annodare ben 6 diverse corde!"

Il Verdon è la sua grande passione. Ci ha passato lunghe estati e ha "spezzato" Take it or leave it (8a), Le braves gents ne courent pas les rues (8b) e Emballez! C’est pesé (8a) "il tiro più bello che abbia mai salito".

Nel 1993 aveva già salito una sessantina di vie di grado 8, inclusa Cape Fear, 8a+, la super fessura della Val Masino. Poi si è dedicato solo a tiri più difficili, tutti a Cornalba, e così sale C’era una volta in America (recentemente ripetuta e confermata da Alippi) e Positron nel 1993, Le sindacalistes (8c+/9a) nel 1995, dopo 9 mesi di assedio, nettamente la più difficile e Settimo senso nel 1996.

Ha poi chiodato tanto, non solo a Cornalba. In Antimedale ha tracciato diversi itinerari fino alla storica Hatu-per-tu (8a) nel 1985, di cui ha effettuato anche la seconda ripetizione nel 1986. Onestamente ammette: "io ho pensato la linea e mio fratello Giacomo, molto più veloce a piazzare gli spit, ha chiodato".

Nel 1986 partecipa alle prime competizioni, su roccia, a Bardonecchia e ad Arco, in mezzo a tutti i grandi arrampicatori degli anni’80. "Ero arrivato forse 20°, ma davanti a Ron Fawcett. E’ stato divertente, ma poi non ne ho più fatte. Preferisco venire qua a Cornalba, a riposarmi e provare i tiri. Ho troppo poco tempo da dedicare all’arrampicata e non posso permettermi 300 km per fiondare a basso dopo 5 spit e tornare a casa! Poi pelarmi le dita su pezzi di plastica non mi interessa. Non faccio boulder perché ho paura di farmi male ai piedi, ma mi piacciono molto le vie con passi di boulder" .

"Però a 16 anni ho vinto la gara ciclistica Legnano-Parabiago-Legnano!"

Il più grande "rammarico" della tua carriera? "In Verdon, quando non sono riuscito a salvare Rosco rimasto appeso nel vuoto come un salame, da secondo, "sparato" fuori da un tetto di 7c, due spit sopra la sosta. Avevo tentato di buttargli una corda, ma c’era vento, allora ho legato alla corda uno zaino pieno di sassi … dimenticando che c’era dentro la macchina fotografica … tutto finito in fondo al Canyon. Allora lui, sconsolato, è risalito sulla sua corda facendo i prusik: con le stringhe delle Mariacher!"

La tua più grande paura? "Quando ho mandato Mino a vista su La Signora del Tempo in Val di Mello e lui metteva dei nut che sistematicamente gli uscivano dietro man mano che saliva. Così si è trovato in cima alla fessura, con un solo nut sotto i piedi …"

La tua più grande soddisfazione? "Quando ho vinto due bottiglie di Champagne estraendo in 20" un friend definito "impossibile": era rimasto dentro un metro e mezzo in una fessura ed avevo utilizzato un mestolo da polenta e due metri di fil di ferro!"

Progetti per il futuro: portare la figlia Valentina a Gardaland e liberare Vento nei capelli (9a/9a+) a Cornalba.

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