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arrampicare in Lombardia
Carate Urio
RAFFAELLA VALSECCHI

Intervista di Nicoletta Costi e Nicola Noè

Milanese, nata nel ’59, professoressa di Lettere in una scuola media. Ha cominciato a fare competizioni a 30 anni, nel dopo lavoro, una dilettante nella sua accezione più totale. Ciononostante è diventata un’atleta di caratura internazionale; nel ’97, a sorpresa, ha abbandonato quando era ancora in grandissima forma, unica a contendere alla fortissima Luisa Jovane lo scettro di regina dell’arrampicata sportiva italiana.

Perché? "Non volevo smettere stufa e disgustata. Lo sport agonistico comporta dei problemi, crea conflitti a livello di persona, stress, anche se fatto da dilettante; io non avevo nulla da perdere, avevo il mio lavoro, lo facevo solo per me, ma mi ha anche lasciato dei ricordi negativi: per fortuna che ero già una persona matura".

L’arrampicata agonistica adesso non le manca più, ma le gare sì. "Mi piace gareggiare: facciamo un corsa e vediamo chi arriva prima, altri bambini lasciavano lì, io non vedevo l’ora di fare quel gioco. Non sono il tipo che se la prende, vince quello più bravo e subito dopo ci riprovo. Fin da piccola ero fanatica del nuoto, che in casa mia non era molto sentito; non ero molto adatta come fisico, ho fatto qualche gara societaria, ma mi piaceva molto l’idea di impegnarmi. Poi la pallacanestro. Non facevo ancora nulla, ma a 7-8 anni già volevo gareggiare. Anche nella scuola, nello studio, gli esami dovevano essere una prestazione, dovevo dare il meglio".

Alta 163 cm, apertura alare 160 cm, ora 47 kg. "Sono stata anche 40 kg, dopo il bambino; avevo questo peso nella seconda fase delle gare, purtroppo, ma anche per fortuna, perché potendomi allenare poco pesare meno era senza dubbio un vantaggio e mi sentivo lo stesso in forma. Il mio peso forma era comunque 45 kg … e non facevo fatica a mantenerlo".

"Con la famiglia andavamo in montagna a camminare e così volevo fare come Bonatti. Avevo 21 anni, alla 3^ lezione di scuola di roccia in Medale, trac, l’incidente, proprio quando era appena morto mio padre. Eravamo due allievi sul Pizzo Boga, quello davanti ha mosso un frigorifero e io me lo sono visto arrivare addosso, avevo la mano su un appiglio e mi ha tranciato le dita di netto. "Non ho più le dita", "no, no, non è vero", "sì, invece, non ho più le dita" e siamo scesi a piedi. Poi ho avuto dei problemi con delle terminazioni nervose, hanno riaperto più volte e alla fine è andato a posto. Pensavo di non potere usare più la mano e invece si può fare quasi tutto, certo con uno sforzo maggiore. Non so se sono diventata fanatica dopo, ma secondo me lo ero anche prima" ammette candidamente.

"Nelle gare quando non ti vanno bene le prese ti arrabbi, forse era meglio non farle con questo problema, ma io cercavo di dimenticarlo e comunque non me la sono mai presa più di tanto. Ho preso meglio l’incidente di tante altri fatti su cui mi sono fissata di più ".

Raffaella ha praticato 7-8 di alpinismo intenso durante i quali ha salito molte delle classiche in Dolomiti, dalla Comici alla Grande, alle Vinatzer e Gogna alla Marmolada, Cassin alla Trieste, Tissi alla Venezia, Costantini-Apollonio alla Tofana fino a quelle più nuove come la Navasa e la Strobel alla Rocchetta di Bosconero e poi ancora la Bonatti al Capucine e alcune vie classiche e moderne all’Aiguille di Midi. "Da alpinista andavo quasi sempre da seconda, perché c’era stato questo inizio con la mano, avevo paura di trovarmi nei pasticci. Facevo le vie da seconda … era la meta … l’arrangiarsi per tornare a casa … i posti … poi c’è stata la scoperta dell’arrampicata pura, quello che mi era sempre piaciuto: ho visto che sugli spit si poteva anche cadere e non mi dava neanche troppo fastidio. Mi dava soddisfazione provare i miei tiri, mi motivava di più scalare da prima."

"Prima un po’ di arrampicata sportiva a Cornalba, poi provai la prima gara a Scarenna dove vinse Sandra Farina, ora una triatleta. Arrivai seconda, ma avrei potuto fare meglio. Poi Sport roccia ’89 a Bardonecchia e il Campionato italiano a Torino. Il problema è che mi venivano bene, così mi rimaneva la voglia di vedere se la volta successiva poteva andare ancora meglio. Come persona sono abbastanza competitiva, pur essendo sportiva".

"Quando ho iniziato a fare le gare non conoscevo il pannello, per me allenarmi era andare arrampicare. Se prima andavo solo il fine settimana, per "allenarmi" tentavo una scappata anche in settimana. Cercavo di arrampicare il più possibile. Poi ho visto gli altri e allora ho provato a fare quello che facevano tutti: la trave. E’ stato un disastro, non so se per struttura fisica o per mancanza di nozioni, non miglioravo. E’ stato meglio invece quando sono arrivati i pannelli, riproducevano di più l’arrampicata. Prima andavo al pannello di Cristian, poi al Golden Gym e a Monza per provare qualche tiro lungo, ancora più simile all’arrampicata e soprattutto per prepararsi alle gare, anche se i nostri muri sono sempre molto limitati rispetto a quelli che si trovano nelle grandi manifestazioni. Due volte alla settimana sulla plastica e poi sabato e domenica in falesia. Su pannello non facevo allenamenti specifici invece in falesia avevo un mio metodo: calcolare il tempo di arrampicata. Se mi volevo allenare bene dovevo arrampicare per 1 ora effettiva su gradi medio-duri, che non è poco, perché i tiri durano 5-6’. Così vedevo dei miglioramenti.

E’ quasi impossibile farle ricostruire il suo palmares, confonde le date e le posizioni, l’unica data che ricorda con certezza è il ’94 quando è nato Clemente e lei si è fermata per un anno: così esiste un a.C. (ante Clemente) e un d.C. (dopo Clemente). "Era dopo Clemente, forse nel ’95 che ho vinto il mio unico Campionato italiano, (a Courmayeur, dopo 4 secondi posti nel ’88, ’89, ’90 e ’91, e poi ancora seconda nel ’96, ndr); sempre nel ’96 ho vinto la Coppa Italia e tante singole gare; sono arrivata anche seconda un’altra volta in Coppa Italia e ho fatto qualche altro piazzamento ai campionati italiani. Per diversi anni al top della CNP e prima nel 1996 ". Questo basta per collocarla tra le migliori italiane di sempre e poi non ho certo voglia di fare indagini sul suo passato! Continua poi " non potevo sempre seguire le gare internazionali, i migliori risultati sono stati qualche buon piazzamento, nei primi 10, due quinti posti al Roc Master di Arco ed un 6° posto a Serre Chevalier". Anche in queste prove dava spesso il meglio a vista. Di più non ricorda, cosa dire.

La sua massima prestazione è stato Jedi il mitico 8b di Camos a Cornalba, nel ’91, primo 8b italiano femminile. "Ho fatto tanti tentativi, diversi week-end in due mesi, anche perché mi sono sempre allenata poco a secco in palestra e quindi mi allenavo sui tiri duri. Poi ho scalato qualche 8a+ e diversi 8a. Le prestazioni che mi davano più soddisfazioni erano però i 7b+/7c a vista; l’arrampicata a vista è quella che più mi piace e quando ero in forma difficilmente sbagliavo a vista dei 7b/7b+. Chiaramente avevo dei limiti per girare a sufficienza e trovare nuove vie da "vedere". Si andava via solo durante le vacanze …"

"Il tiro più difficile che ho provato è stato Sani e Belli, a Valbrona, che come lo faccio io per problemi di dita lo valuto 8b+. Il tiro più bello che ho provato è — udite, udite - ad Erto, Il ritorno di Ringo (8b). Là sono riuscita a fare Pole Position (8a+). Ma sicuramente la prova più dura finora è stata fare mangiare qualcosa a Clemente, un’impresa almeno all’inizio meno motivante, però alla fine quello che ti dimentichi è Jedi".

L’immagine è stato il problema di Raffaella e così la punzecchio un po’. "Ho dei difetti in tal senso e non mi sono mai impegnata molto per correggerli. Forse sono poco politica, poco diplomatica. Ho sempre pensato che dovevano essere gli altri a cercarmi, perché si dovevano accorgere di quello che valgo, anche nel mondo del lavoro. Non volevo propormi per non dovere venire a patti. E’ stato un errore, è stata anche una questione di maturità, non è proprio vero che gli altri si devono accorgere di te, dipende anche da come uno si propone … se nascondi le cose sotto le foglie … basterebbe essere se stesso e non avresti problemi a chiedere qualcosa a qualcuno, non è così infamante. Oppure sei davvero capace di fregartene di tutto, ma allora non devi arrivare a lamentarti. Ho sempre avuto una forte coscienza del mio valore e non è vero che sono timida ne’ tanto meno modesta".

"I rapporti con gli altri arrampicatori sono buoni, allo stesso modo maschi e femmine. Ma in Italia le ragazze sono sempre state troppo poche. I maschietti mi invidiavano per questo, "dai che arrivi prima o seconda", ma io avrei preferito gareggiare con più gente. Preferivo le gare internazionali dove eravamo un po’ di più e dove eravamo in 4 o 5 al mio livello, al di là delle super professioniste. Mi piace confrontarmi con chi è ad un livello superiore al mio. In Italia, all’inizio c’erano la Paola Pons e la Daniela Luzzini, poi negli ultimi tempi era rimasta solo la Jovane. Un ambiente troppo ristretto, qualche invidia, le francesi erano di più e c’era un’aria diversa. Con i ragazzi anche in falesia il gruppo era più numeroso, se volevo aumentare di livello dovevo provare le cose degli uomini".

Windsurf?: "bellissimo, attrazione finale, ma sono un disastro".

Ha collaborato con Mammuth e Five-Ten.

"Ringrazio la palestra di Andrea Sarchi "Golden Gym & Climbing Club" per avermi dato e darmi ancora ospitalità per allenarmi."

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