Pietro Dal Prà - la montagna a 360 gradi
Pietro Dal Prà parla con noi del suo modo di intendere la montagna, dell'arrampicata 'totale', delle sue salite solitarie
Pietro è una vecchia conoscenza, da giovanissimo era una presenza
fissa, quasi come certe lucertole, tra le striature di Lumignano. Di
sicuro i mitici buchi di quella falesia ricorderanno ancora le dita di
quel ragazzino di Vicenza.
Sono sempre stato convinto che "Mare allucinante" - un difficile
8b+, liberato da Pietro a 16 anni, in pochissimi tentativi - appena
udiva il rombo della sua motoretta già si preparava: era arrivato"le
specialiste".
Ora vive in maniera totale la sua passione per le pareti e
l'arrampicata: é diventato guida alpina ed é conosciuto per le sue
solitarie sulla pareti dolomitiche. Con lui, a Cortina dove abita da
ani, abbiamo parlato a ruota libera d'arrampicata, alpinisti e
arrampicatori...
Cosa significa per te arrampicare?
Sono innamorato dell'arrampicata per la bellezza dei movimenti,
delle sensazioni e della leggerezza che mi dà. Tanto più se c'é molto
vuoto sotto!
Sono tanti gli elementi che ne fanno un'attività unica: il godimento
del gesto, il fascino dell'obiettivo da raggiungere, la bellezza dei
posti.
Dopo quindici anni che arrampico, scopro ogni volta qualcosa di
ancora non conosciuto, non immaginato. E' "mostruoso"! Ogni volta mi
aspetto qualcosa di più, qualcosa di non sentito, d'inesplorato. E'
strano ma é così anche quando vado a fare le ripetute a Erto. Negli
altri sport, nello sci per esempio, questo non mi capita, dopo un po’ si
esauriscono, l'arrampicata mai.
Sarà la passione, ma sono convinto che ciò dipenda da qualcosa di
oggettivamente insito in quest'attività, altrimenti perché tutti gli
arrampicatori sarebbero così "fuori" per la scalata?
Quello che mi spinge ad arrampicare e a fare delle cose pericolose é
anche un ideale. Il bisogno di vivere delle esperienze che in qualche
modo sono più grandi e profonde di quelle della vita di tutti i giorni.
Il bisogno - ogni tanto - di gridare, di essere, di sentirmi
profondamente diverso, più in alto. Questa, certamente, é la grossa
differenza psicologica tra un arrampicatore sportivo e un arrampicatore
totale.
Cosa intendi per arrampicatore totale
Essere polivalente, “salire” in tutte le sue forme, saper andare
dappertutto su granito e su calcare, sui monotiri come sulle big walls o
sui boulders, é questa - al di là del numero dei metri e della
sicurezza di una salita - l’arrampicata totale.
Due anni e mezzo fa, in Yosemite, ho salito in due giorni la Salathé
al Cap. Il giorno dopo mi é riuscito, al secondo tentativo, Midnight
Lightning un boulder di 5 metri al camp 4. Poi, dopo tre giorni, su a
Toulumne Meadows, é stata la volta di Clash of the titans 5.13b era la
prima salita a vista di questo famosissimo tiro di Jerry Moffat. E che
soddisfazione ero con Ron Kauk uno dei miei miti all'epoca in cui ho
iniziato ad arrampicare. Quella, per me, é stata una settimana di
scalata totale!
Ci puoi fare qualche esempio di arrampicatore totale?
Stimo Yuji Hirayama nell'ambito della scalata sportiva é il più
bravo. Vince in coppa del mondo, va forte sui boulders come su tutti i
tipi di vie di arrampicata sportiva.
Si allena due anni per provare la Salathé a vista e la fa in un modo
eccezionale, probabilmente una delle cose più belle mai fatte.
Anche Lynn Hill é forte su tutti i “terreni”. La sua salita in libera
del Nose é stata una prestazione mondiale, bellissima e probabilmente
unica. L'idea di scalare una parete di 35 tiri in un colpo é stata
grandiosa. Lo stesso Yuji l'ha tentata e non c'é riuscito, per una volta
i fattori morfologici hanno contato di più a favore delle "piccole
dita" di Lynn.
Un altro é Beat Kammerlander, sono stato in Rätikon con lui
quest'anno. Un posto bellissimo: una valle che sembra sospesa. Ho
provato Silbergayer (n.d.r. una via di più tiri, aperta dal basso, con
difficoltà massima di 8b+) che spero di fare l'anno prossimo. Lui é
salito con i jumar perché si era rotto una spalla facendo un movimento:
ha troppa forza ed aveva "premuto" così tanto che il muscolo gli ha
spaccato l'osso. Beat é impressionante, é uno dei pochi che fa certe
cose.
E' un duro, un leone, fa delle "ranze" mostruose, voli di 20 metri!
Per salire sulle sue vie devi saper arrampicare, anche sopra l'ultimo
spit, avere resistenza, tecnica. Anche questa potrebbe essere scalata
totale.
Soprattutto però ho la massima ammirazione per chi cerca di portare
avanti il livello tecnico anche in montagna: in quelle situazioni,
specialmente in Dolomiti, non é sempre possibile muoversi in sicurezza.
Hai qualche progetto - sogno?
Se penso di scalare sogno sempre le montagne, non la cima ma
l'esperienza in montagna, anche perché mi ha dato più d’altre esperienze
ed é quello che faccio sempre meno e mi manca sempre di più. Sogno
ancora grandi pareti, ma certo non con l'idea di fare la cosa estrema o
di compiere una missione personale.
Vorrei ritornare in Patagonia il prossimo novembre. Mi piacerebbe anche il Trango o il Garwall.
Il problema é che devi andare via in estate e perdi una stagione di
lavoro: fare la guida ed avere dei progetti é un po’ un casino e
nell'ambiente non ci sono più soldi. Trovare chi ha i tuoi stessi
interessi e motivazioni poi non é facile.
Per fortuna nelle Dolomiti ci sono talmente tanti progetti da
realizzare! qui attorno ci sono pareti "nascoste", grandi, belle e
difficili. Bisogna affrontarle quasi in stile patagonico, fare un campo
sotto, portarci su tutta la roba per vivere almeno una settimana, usare
la 'porta ledge'.
Anche nelle Alpi ci sono luoghi incredibili... come in Rätikon per
esempio: dopo essere stato lì ho comprato il trapano, aprire delle vie
con quello stile, su pareti dove con i chiodi obiettivamente non vai,
dev'essere bellissimo…(stò invecchiando?).
… e le solitarie?
Forse rifarò delle cose da solo, ma certamente non più sui
livelli delle salite che ho fatto. Nelle solitarie sono sicuro di essere
arrivato al mio limite, ed essere al limite in montagna vuol dire
essere già oltre, nel senso che quando ci sei é già troppo!
Il meccanismo della solitaria su quei livelli é psicologicamente fin
troppo pesante. Sulla (Zauberlerling) alla Scotoni - sicuramente la via
della mia vita - non ho proprio pianto ma, insomma, il senso era quello.
Ero allenatissimo e soprattutto molto motivato, eppure, per errori
"tattici", sono arrivato a dei momenti in cui non ce la facevo più e mi
domandavo: e adesso, non esco più?
Ora penso di scalare con qualcuno. Arrivare a dei livelli estremi con
un compagno é tutto diverso e mi attira ancora, perché la situazione
non é così forte e drastica, e in ogni caso riesci a diluire le emozioni
e le tensioni.
Purtroppo non riesco più ad andare in montagna, a sognare e
prepararmi ad una salita con una persona "qualsiasi", deve essere
qualcuno con cui c'é una comunione d'interessi, di sensibilità e di cui
ho stima.
Schiodature, richiodature, spit, chiodi, é sempre la solita storia?
Non si può richiodare o schiodare una via che é già stata fatta, é
una mancanza di cultura, vanno rispettati l'etica e i parametri dei
primi salitori, sia si tratti di chiodi sia di spit.
Pensare alla sicurezza della gente sulle vie più ripetute é giusto -
nelle Dolomiti la maggior parte delle vie classiche avrebbe bisogno di
una richiodatura - ma questo si può fare in modo "pulito".
Se mettessimo, per esempio, gli spit sulla Comici alla Grande di
Lavaredo sicuramente perderebbe in spessore. Invece rifacendo le soste,
mettendo 4/5 chiodi buoni a tiro, sarebbe sicura e comunque
conserverebbe intatto il suo fascino.
La critica delle nuove vie a spit poi non ha nessun senso, ormai é
nato questo nuovo modo di aprire delle vie, di fare delle belle salite,
per me questa non é un'evoluzione dell'alpinismo ma lo é
dell'arrampicata, perciò non ha senso parlare di spit o non spit.
Mettersi d'accordo su queste cose potrebbe essere facile, ma forse la
gente si prende troppo seriamente, é troppo arroccata sulle sue
posizioni. E' vero poi che i più intransigenti sono di solito quelli che
vogliono mantenere l'etica del passato, io per primo magari, solo che
io non mi arrabbio se spittano la Grande di Lavaredo, dico solo che é un
peccato.
Ma che vita é quella dell'arrampicatore?
Si può perdere molto in nome di una passione. Ogni tanto mi
domando se il gioco vale la candela, perché essere sempre proiettati
verso un progetto o comunque verso delle esperienze che sogni alle volte
può essere un limite. Anche perché non vivi mai tranquillo!
Magari hai i tuoi impegni, delle attività diverse, però la testa è da
un'altra parte, vivi in funzione della scalata, alla fine ti piace
troppo e non puoi farne a meno.
E' una cosa straordinaria che può prenderti totalmente e che può
spingerti a non tornare ad una dimensione normale. Secondo me tutte le
passioni forti che abbiano una vena artistica in qualche modo sono così.
E’ importante però - questo per tutti gli arrampicatori anche per chi
sta solo sul pannello al chiuso - rendersi conto che è una dimensione
forte e personale ma al di là c'è tutto il resto del mondo, anzi c'è
soprattutto quello. Bisogna esserne coscienti, altrimenti si diventa dei
"tristi".
E' cambiato qualcosa nell'alpinismo?
In questi ultimi anni, e non solo nella scalata, lo sportivo ha perso qualsiasi carisma eroico.
L’evoluzione ormai non é più legata esclusivamente all'abilità
mentale del singolo, oggi l'atleta é una macchina da prestazione, tutti
sono seguiti. E' molto più facile se qualcuno ti dice cosa devi fare per
raggiungere determinati traguardi, ma questo allo stesso tempo toglie
spazio al sogno individuale, al mito.
Così anche l'interesse per l'alpinismo é diverso, tutto é più
normale. Fino a dieci anni fa c'era tutta una mitologia della scalata
che era bellissima, c’erano dei modelli. Ora non ci sono più i
personaggi, gli alpinisti che ti fanno sognare con le loro imprese.
E' vero che ci sono più sfaccettature ed ora si arrampica anche a Palermo, ma é vero anche che c'é un appiattimento generale.









