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Tomaz Humar in Yosemite
Tomaz Humar in Yosemite
Photo by Matej Mejovsek
Tomaz Humar con Jim Bridwell, poi sulla Reticent Wall, Yosemite
Tomaz Humar con Jim Bridwell, poi sulla Reticent Wall, Yosemite
Photo by Matej Mejovsek
Tomaz Humar
Tomaz Humar
Photo by Matej Mejovsek
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Tomaz Humar sull'A5 del Capitan, Yosemite

19.02.1999 di Erik Svab

Il 26 ottobre scorso, dopo 15 giorni di permanenza in parete, il ventinovenne Sloveno Tomaz Humar ha concluso la sua arrampicata sul Capitan nella Yosemite valley, compiendo la salita in solitaria della via Reticent Wall (VI, 5.9, A5, 1300m). Humar è conosciuto soprattutto per i suoi successi in Himalaya, dove ha salito due anni fa con Janez Jeglic in stile alpino il Nuptse, e nel 1996, sempre in stile alpino, l’Ama Dablam con Vanja Furlan (vincitore del trofeo Piolet d’or). Erik Svab ha parlato con lui dopo il suo ritorno dall’America.

Come è quotata oggi la Reticent Wall e cosa significa la sua salita in solitaria?
Questa via è stata aperta dagli Americani Steve Gerberding, Scott Stowe e Lori Reddel in dieci giorni nel novembre del 1995. Al momento della mia salita era la via più impegnativa e difficile del Capitan. Per me la salita di Reticent Wall ha un valore ancora maggiore perché fino ad allora non avevo alcuna esperienza di arrampicata sul Capitan. Si è trattato inoltre della mia prima vera via in stile big wall, un’arrampicata seria, pericolosa, ma soprattutto avventurosa.

Nel mio caso si potrebbe dire: Veni vidi vici. O ancora più brevemente: dall’Himalaya al Capitan, cosa che prima di me non aveva fatto ancora nessuno poiché si tratta di due mondi profondamente diversi.

Quali difficoltà hai dovuto affrontare?
Per me che sono abituato ai grandi freddi e ai pericoli oggettivi dell’Himalaya, l’avventura in Capitan è risultata qualcosa di assolutamente inedito: grandi e continue difficoltà in arrampicata artificiale su una grande parete. Già sulle mie montagne, in Slovenia, precisamente sulle Kamni_ke Alpe, avevo salito diverse vie nuove in artificiale molto dure, che quella volta avevo valutato A4 e A5 e che hanno alcuni tiri più difficili di quelli incontrati sulla Reticent Wall, ma sono vie più corte. Nel complesso però si tratta dunque senza dubbio della mia salita artificiale più impegnativa: i tiri sono lunghi 60-65 metri e sono possibili cadute di 130 metri, si tratta inoltre di una roccia del tutto diversa da quella a cui ero abituato. Dopo aver salito questa via con il grado A5 new age, posso dire che le mie vie in Slovenia sono gradate in maniera corretta.

Un altro problema che ho avuto è stato il rapporto con i climber locali che non volevano aiutarmi in nessun modo, forse perché ero lì per la prima volta e volevo pure salire in solitaria. Non ho avuto da loro nessuna informazione utile sulla via, forse perché non credevano che potessi riuscire nella mia impresa solitaria. Sono orgoglioso di essere stato il primo Europeo a ripetere questa via e devo ringraziare alcuni ragazzi Canadesi, che hanno ripetuto la via prima di me, e che sono stati gli unici a fornirmi indicazioni preziose sulla via e sul tipo di arrampicata.

Tu sei conosciuto in Slovenia, ma nel resto d’Europa si conosce solo la storia del Nuptse, quali sono state le altre tappe della tua evoluzione alpinistica?
Ti risponderò con qualche data e alcuni dati.
1994: Ganesh V (6986 m), 1.a rip e 1000 m di variante nuova sulla via dei Giapponesi (con Stane Belak).
1995: Annapurna (8091 m), via dei Francesi, da solo in cima.
1996: Ama Dablam (6828 m), via nuova in memoria di Stane Belak di 1900 m (con Vanja Furlan), e Bobaye (6808 m), via nuova "Golden Heart" di 2500 m.
1997: Lobuche East (6119 m), via nuova "Talking about Tsampa", parete nordovest (con Janez Jeglic e Carlos Carsolio), Pumori (7165 m), nuova variante di 800 m alla via normale; Nuptse (7742 m), parete Ovest, via nuova (con Janez Jeglic, scomparso in cima).
1998: El Cap, Reticent Wall.

Dopo sei spedizioni extraeuropee posso dire di essere ancora al 100% nella realizzazione degli obiettivi che mi sono prefisso. Al giorno d’oggi, se vuoi combinare qualcosa di buono in alpinismo, devi saperti muovere su tutti i terreni e io sono attratto da tutte le diverse discipline dell’alpinismo, ma sono convinto che nello stesso momento non sia possibile praticarle tutte contemporaneamente allo stesso livello. Sono sempre più convinto che la massima espressione dell’alpinismo di punta sia l’arrampicata solitaria, perché lì è possibile dimostrare il vero valore dell’individuo. In alpinismo i limiti non esistono perché i migliori continuano a spostarli verso l’alto e il teatro delle più grandi imprese continua ad essere l’Himalaya, dove le alte difficoltà su grandi pareti si uniscono ai problemi con la quota.

Perché hai deciso di affrontare la roccia del Capitan a neanche un anno dalla tua tragica odissea sul Nuptse e dopo aver riportato diversi congelamenti alle dita dei piedi?
Già nel passato ho salito tantissime vie in artificiale. Dopo l’ultima avventura himalayana e diverse terapie mi sono dovuto rassegnare alla perdita di alcune parti delle dita dei piedi. Ho ricominciato ad arrampicare appena in maggio, così anche questa volta la mia carta vincente è stata quella della Psiche, che mi ha permesso di sopravvivere tante volte soprattutto in Himalaya. Con le dita dei piedi continuerò ad avere problemi, visto che non saranno mai più quelle di prima, ma bisogna stringere i denti e andare avanti.

So che con te c’era anche una squadra di supporto su una via a fianco della tua. Come hai tollerato la presenza della cordata che ti seguiva per le foto e le riprese?
Quando arrampico in solitaria riesco sempre a concentrarmi al massimo, altrimenti non sarei più vivo, perciò anche la presenza della squadra di fotografi non mi ha dato alcun fastidio. Comunque per più di metà via non avevo alcun contatto visivo con loro, ma li ho sentiti solo attraverso il walkie talkie. Inoltre la presenza del fotografo e del cameraman era una cosa necessaria, legata anche ad alcuni progetti futuri.

Hai usato dell’attrezzatura particolare durante questa salita?
E’ interessante notare come per questo tipo di via tu non abbia bisogno di tanti chiodi, visto che si arrampica soprattutto su copper-head e cliff-hanger. Ci sono alcuni tiri di A2 ‘new age’ che a detta degli altri ripetitori di Reticent Wall, sono più difficili dei classici A5 della valle (come le più conosciute "Lost in America" e "Zenyatta Mondatta" sul Capitan). Io non ho esperienza con altre vie su questa parete, ma posso dire che già in questi tiri di A2 c’erano dei tratti di 10-15 metri da fare sui cliff. Sono riuscito a salire la via in 15 giorni, trascinandomi dietro circa 100 kg di materiale tra attrezzatura e viveri di cui alla fine non avevo bisogno, ma non volevo rischiare sorprese e visto che dai climber locali non ho ricevuto informazioni precise sulla via mi sono dovuto arrangiare da solo.

Qual è il miglior allenamento per una salita come questa?
Prima di recarmi oltre oceano sono andato in Val di Mello, dove sono riuscito a fare la prima ripetizione e prima solitaria della via "Mamma mia", A4+, al Precipizio degli Asteroidi. Quando più tardi ho incontrato il primo salitore, Thomas Tivadar, al momento uno dei più forti specialisti di artificiale al mondo, questi mi ha detto che anche Mamma mia potrebbe essere A5, vista la precarietà della sosta nel tiro chiave, fatta su tre copper-head del numero 2. Nell’artificiale estremo al giorno d’oggi conta soprattutto la preparazione psicologica, bisogna essere in grado di ragionare sempre lucidamente!

Quali sono le tue prossime mete?
Non voglio parlarne troppo presto, la cosa non è ancora definitiva, posso solo dire che sto progettando una salita pazzesca in Himalaya. Salita che voglio fare da solo, possibilmente con una piccola squadra di supporto e per la quale avrò bisogno di 100.000 $, anche questa una cifra pazzesca, almeno per me. Ma non si deve mai porre limiti al futuro.

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