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Dito di Dio
Photo by archive Tadiello-Zangrando
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Coffee break #03 - Dito di Dio

17.07.2014 di Daniela Zangrando

A guardare le montagne non si smetterebbe mai. E' come farsi catturare dalle nuvole, dalle chiome degli alberi e da tutto quello che inconsapevolmente sta dentro di noi. Daniela Zangrando, in questa puntata del suo Coffee break, ci racconta di leggende perdute, resti di fantasie e palpiti di sfuggenti visioni intraviste tra le montagne e quello che sarà.

Abitava da tempo incalcolabile in quel mondo di rocce. Nessuno la cercava più. Anche l'intesa con lo scoiattolo e il gracchio aveva iniziato a venirle a noia. O forse erano stati loro a disertare la sua compagnia, stanchi di quelle bizze da gran signora. Era regina. Ma non sapeva nemmeno dove fosse situato il limitare del suo regno. Regina di un "molto in alto" presupponeva lei, visto che non era più scesa a valle. Non si era nemmeno mai addentrata nel bosco. C'erano troppe creature lì. Troppi fantasmi. Meglio girarci al largo.

L'avevano portata "molto in alto" a forza di braccia, ancora bambina. Figlia di pastori, e regina. Tutti le ripetevano quanto fosse fortunata. Sua madre affermava di aver sempre saputo che, prima o poi, le sarebbe capitato un erede dal piglio regale. Ed era lei! Anche se non notava particolari diversità tra se stessa e i dieci fratelli che la precedevano – a parte una costituzione sparuta e braccia un po' più lunghe del normale – aveva accettato la sorte senza porsi troppi interrogativi.

La cerimonia d'incoronazione si era svolta di domenica, dopo la messa solenne. Uscita dalla chiesa, l'avevano agghindata con un abito lungo e colorato, ricolmo di pendagli e di drappi cuciti assieme. Quando muoveva le ginocchia dentro la veste, riusciva a scorgere in fondo ad una balza bianca l'iniziale ricamata del suo nome, che fino alla sera prima aveva fatto capolino sulle lenzuola del letto. Non sarebbe mai più tornata a casa. Le era chiaro.

Ed eccola lì. Nel suo regno. Aveva piovuto fino all'alba. Le pareti avevano assunto un grigiore prossimo al nero. L'acqua colava ancora lungo le facciate che arrivavano, a picco, su altro grigio e solo in fondo andavano a sfiorare un timido verde. L'estate temporeggiava. Scosse la testa la regina. Che arrivasse o meno, per lei non faceva alcuna differenza. Era malata d'amore e di rabbia. Di un amore troppo lontano anche per il ricordo. Di rabbia per il suo signorile inammissibile destino. Che ritardasse pure sui tempi l'estate! Erano così belle quelle fusioni d'inverno che scorrevano indisturbate! Così dignitose. Oscillazioni sincrone di un gelo duro a sparire.

Non ricordava l'ultima volta che si era sentita paga. Una cosa, però, le solleticava la fantasia. Aveva notato che, quando le accadeva qualcosa di singolare, questa si rifletteva, amplificandosi, nell'universo che la circondava. Ad una situazione strana vissuta dalla regina, corrispondeva infatti un'esplosione di forze indomabili il cui raggio era illimitato. Stando al dire dello scoiattolo, erano persino morte delle persone a causa sua. C'erano stati terremoti. Crolli. Epidemie. Eclissi. Il passaparola degli uccelli non lasciava margine al dubbio. Negli ultimi tempi, però, non le capitava nulla. E intanto rovinavano le ore e i giorni. La vecchiaia precipitava. Impossibile porvi rimedio. Morisse quell'essere troppo amato! Morissero quelli che l'avevano condannata "molto in alto"! Morisse anche l'inutile estate!

Spalancò la bocca trattenendo, in un grido, tutte le invettive. Sentì un sapore caldo invaderle la gola. Una formica. Da come pungolava la lingua, doveva trattarsi di una formica rossa. Deglutì. Ebbe l'esatta percezione del piccolo corpo schiacciato le che scendeva lungo l'esofago, impastoiato di saliva. Poteva essere quella la cosa inconsueta che attendeva? Di certo non sarebbe bastata a perpetrare il castigo. Al regolamento dei conti. Stremata dall'ostinazione della propria rabbia, si coricò in pieno giorno, confidando nella complicità del sonno.

Giunti qualche ora dopo all'attacco di quel dito aguzzo di rocce che da tempo volevano salire, i due alpinisti non trovarono altro che un glaciale stritolamento di ghiaie.
Ruit hora. Sordo rimbombo di un maleficio.

Daniela Zangrando

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