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Denis Urubko
Photo by archivio Emilio Previtali
Denis Urubko e Simone Moro in tenda a 5550m nel tentativo di prima invernale al Nanga Parbat
Photo by Moro - Urubko
Denis Urubko subito dopo la prima invernale al Gasherbrum II
Photo by The NorthFace®/Cory Richards
Denis Urubko
Photo by Giulio Malfer
PORTFOLIO / gallery Portfolio: Attenzione si scivola
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Attenzione si scivola

16.05.2014 di Emilio Previtali

Mentre il fortissimo alpinista kazako Denis Urubko in questi giorni è impegnato nella salita della parete nordovest del Kangchenjunga (8586m), ecco il racconto di Emilio Previtali che tratteggia magnificamente lo spirito autentico di questo speciale e imperdibile uomo e alpinista.

Le gomme scivolano per via della salsedine. Ieri io sono già caduto, quindi meglio andare piano. Faccio il tornante con prudenza cercando di non inclinarmi troppo poi c’è un rettilineo, ne percorro una decina di metri piano poi spalanco il gas. Spalanco, si fa per dire. Quello che guido è uno scooter greco da 50 centimetri cubici preso a noleggio. Velocità massima 60 kilometri orari, ruote da 12". Kalymnos, settembre. Fa parecchio caldo.

Alla fine del rettilineo c’è un altra curva, lo scooter viaggia con il motore al minimo, rallento e freno, cerco di non bloccare la ruote, prima di impostare la curva mi volto a guardare indietro. Dov’è Denis? La strada è vuota. Sterzo girando il manubrio prudentemente e inclinandomi il meno possibile, guardo ancora in fondo al rettilineo, Denis non arriva. Strano, però. La strada davanti a me si fa di nuovo dritta, non resisto al desiderio di aprire il gas un’altra volta. Mi piace quella sensazione della moto che accelera e quel rumore. Maaaaaaaaaahhhmm. Apro tutto il gas. Lo so che è un po’ pericoloso e che l’asfalto scivola e che è pieno di buche, so che non dovrei, però lo faccio lo stesso. Accelero. Maaaaaaaaaahhhmm. Percorro un centinaio di metri e poi rallento di nuovo e mi fermo a bordo strada. Denis: o è caduto, o ha sbagliato strada, impossibile non arrivi ancora.

Aspetto. Il motore gira al minimo, c’è quel tan tan tan tan tan metallico del pistone, forse bisognerebbe aggiungere dell’olio. Sicuro. Il sole di fine settembre mi batte sul casco e sulle spalle, c’è una brezza leggera che viene dal mare che non è ancora vento, è solo brezza, io sono già sudato anche se sono solo le nove del mattino. Le cicale cantano. I fili d’erba secca a bordo strada oscillano rigidi nell’aria. Denis non arriva, che faccio? Apro il gas, attraverso la strada in curva e sfiorando l’asfalto con il piede e torno indietro, vado a vedere. Svolto dietro alla prima curva e Denis ancora non c’è, proseguo. Arrivo quasi in fondo al rettilineo, appena sto per svoltare dietro alla seconda curva eccolo che compare. Va pianissimo, con uno sguardo diligente e guidando con una meccanica di curva, con una geometria delle traiettorie che mentre lo vedo penso debba necessariamente essere una meccanica di curva tutta russa. Inesorabile, inconsueta, squadrata. Nemmeno per un secondo ho la sensazione che sia una bella curva, quella di Denis, dinamica o elegante. Non ho mai sentito parlare di un grande pilota di motociclismo russo, in effetti. Di grandi alpinisti russi, sì. Abalakov, Bouckrev, Bolotov, Samoilov. Nemmeno per un secondo comunque ho la sensazione che Denis possa cadere, da quello scooter, perlomeno non a causa della velocità o per perdita di aderenza. Potrebbe per perdita dell’equilibrio, tanto va piano. E’ sistemato in sella come se fosse un blocco unico con il telaio della moto. E seduto come ci si siede sull’autobus in attesa della prossima fermata, appena prima di scendere, in punta di sella. E’ un po’ ridicolo Denis con il casco di una taglia più grande in testa, ma su quello è meglio che io non dica niente, ne ho uno uguale. Sembro un cretino. Denis mi sorride con gli occhi azzurri distogliendo solo per una frazione di secondo lo sguardo dalla strada, poi continua dritto. Non si ferma. Io faccio di nuovo inversione di marcia e lo seguo, lo affianco e lo sorpasso di nuovo fino in fondo al rettilineo e poi dopo una curva e una salita ripida sul cemento andando lentamente fino al parcheggio sotto la falesia di Odissey, la strada nell’ultimo tratto è sterrata, Denis va ancora più piano. Parcheggiamo. Spegnamo, tiriamo la moto sul cavalletto, mettiamo via i caschi e preso lo zaino e la corda cominciamo a salire per il sentiero.

"Scusa, Emilio - mi dice in un buon italiano, Denis vive in Italia vicino a Bergamo per qualche mese all’anno - io in moto vado molto piano. Ho paura."
"…"
" Ho promesso a mia moglie quando sposati che non farò mai più due cose: una è scalare di nuovo K2 e altra è guidare moto. Due cose molto pericolose. Pericolosissime." - mi piace come Denis usa gli aggettivi. "Pericuolosissiume" rimarca con il suo accento russo che stringe tutte o. Il termine pericolosissimo detto da uno che viene considerato uno dei più forti Himalaysti di tutti i tempi, che ha scalato tutti i 14 ottomila della terra senza ossigeno, due in inverno, cinque per vie nuove, uno che è stato candidato al Piolet d’Or per 5 volte vincendone due, considerare "molto pericoloso" un trasferimento di cinque chilometri in scooter 50cc. su un isola greca semi deserta è quantomeno curioso.
"Denis, le nostre non sono della vere moto - gli dico – sono degli scooterini da 50cc. " "Si , ma è pericoloso ugualmente" intanto guarda le abrasioni aperte sulla mia gamba e sul mio braccio. Anche io le guardo, con il sudore poi bruciano un casino. Io ieri sono caduto.

Arriviamo alla base della falesia di Odissey e la costeggiamo per un po’ guardando all’insù fino ad arrivare al nostro settore. Ci imbraghiamo, cominciamo ad arrampicare. "Emilio, tu prima". Vado. Salgo, scendo, tocca a Denis. Denis non è particolarmente elegante o aggraziato nel muoversi sulla roccia, non è molto efficiente ma ha una efficacia, una consistenza arrampicatoria straordinaria. Quello che è in grado di fare qui, in falesia, con le protezioni relativamente vicine e le scarpette d’arrampicata ai piedi, Denis è quasi in grado di farlo in montagna, in quota, con gli scarponi doppi ai piedi. A pensarci bene direi che è questo il suo vero talento: riuscire a essere nell’arrampicata e nell’alpinismo quello che è nella vita di tutti i giorni. E’ una persona caparbia, determinata, entusiasta, appassionata, che non lascia mai nulla di intentato e che allo stesso tempo non da nulla per certo o per scontato. Uno che si sa ancora sorprendere delle piccole cose e gode, di ogni momento, anche quelli che noi consideriamo la transizione tra una cosa che stavamo facendo prima e una che faremo dopo. Uno che sa dire grazie, senza imbarazzo e senza vergogna.

"Vuoi?" mentre mi preparo ad arrampicare per il mio turno mi offre un succo di frutta mirtillo-lampone che sta dentro a una gigantesca bottiglia da tre litri. Non esattamente una confezione comoda da portarsi nello zaino. Ne bevo un po’. Non ha un sapore buonissimo, anzi fa proprio schifo in più è calda. E credo che se la stia portando dietro da almeno tre giorni. "Buona, no?" mi dice con un entusiasmo e una gioia fuori dal comune. "Buona, sì" dico io. "Buona."

Denis oggi ha voluto a tutti i costi prendere sulle spalle la sacca con la mia corda da 80 metri "Tu leader di spedizione oggi, io soltanto seguo" ha detto mettendosi la corda a tracolla, non c’è stato verso di tenermela in spalla. Mi viene da ridere. Denis è quasi certamente l’Himalaysta vivente più forte della nostra epoca, è stato nominato per il Piolet d’Or tutte quelle volte, e io oggi in falesia a Kalymnos sono il suo capo spedizione. "Denis, mi prendi per il culo?" rido. Denis è serissimo, invece. "Oggi tu comanda". Faccio un grado e mezzo scarso più di lui in falesia. A volte. E sono il suo capo-spedizione, oggi. Denis è a torso nudo e a piedi nudi in piedi a un grande sasso, in mano tiene la bottiglia di succo di frutta da tre litri ai frutti di bosco. Beve e respira a pieni polmoni guardando verso Telendos. "Non c’era una bottiglia più grande?" chiedo ironico. "No" mi risponde serio. Non hanno ironia, io penso, in Russia. Prendono sempre tutto così maledettamente sul serio. Poi dopo qualche secondo si mette a ridere anche Denis. "Era in offerta speciale, è buonissimo, bevi ancora un po’, Emilio." Prendo la bottiglia e ne bevo un sorso. E’ ancora più calda di prima ed è un po’ acida, gli riconsegno la bottiglia in mano facendo la faccia di uno che ha appena dato un sorso ad un limone acerbo. "Sorry Emilio. But it’s good for Energy. We need energy."

You need energy in these days, Denis. Take care.

Denis Urubko è un mio amico ed è anche il mio himalaysta preferito. E’ il mio eroe, se io fossi adolescente avrei un suo poster appeso sopra al comodino nella mia stanza. Alcune salite della sua carriera mi hanno lasciato senza parole come le nuove vie aperte con Serguey Samoilov sulla parete Sud-Ovest del Broad Peak, nel 2005 o la via nuova sulla parete Nord-Ovest del Manaslu nel 2006 o la salita al K2 lungo la North-West Ridge in ottobre, prima e unica volta nella storia che qualcuno è arrivato in cima alla montagna in autunno; oppure ancora il capolavori di via aperta nel 2009 sulla parete Sud Est SE del Cho Oyu con Boris Dedeshko. Salite leggendarie. Quando è in Italia a Albino io e Denis ci alleniamo spesso insieme in falesia. In questi giorni di primavera è al Kangchenzonga a tentare un’altra delle sue vie incredibile. Io sono qui che lo aspetto. Nel frattempo, visto che lui non c’è, vado in bici.

di Emilio Previtali

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