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Coffee Break
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Coffee break #0

28.03.2014 di Daniela Zangrando

Le tante declinazioni dell'alpinismo, aldilà dell'alpinismo, si incontrano dove meno te lo aspetti. Primo intervento di Daniela Zangrando con il suo Coffee break, uno spazio per liberi attimi di sosta in cui lasciar fluttuare pensieri e fantasie.

In grado di alzarsi all’alba per esplorare il proprio stesso villaggio. Immaginatevelo così. Chi? – vi chiedete. Fate bene a domandarlo. Altrimenti indugerei in disquisizioni sull’alpinismo, e perderemmo il filo.

Sto parlando di Jan Hoet. Non posso che iniziare parlando di lui. Non è un alpinista dite? Obiezione troppo facile se per alpinista si vuol intendere solo chi va per monti. Chi scala. Chi padroneggia gradi e vette. Chi sa far nodi.

Jan Hoet. Sì. Proprio lui. Il grande curatore. Si è occupato d’arte per tutta la vita. In Belgio. E in Belgio non ci sono notevoli salite da intraprendere. Non picchi da squadrare. Niente di più giusto. Eppure Jan sa benissimo l’alpinismo. Non è un errore quel sa. Sa l’alpinismo. Sa la montagna. La sente come sente sulla pelle correre la riga dei monotoni pantaloni che si ostina a usare. È assorbita. Sua. Epidermica. Conosce anche il piacere dello sfrigolio che fa la neve ghiacciata sotto lo scarpone, non c’è alcun dubbio. Frequenta persone di tutte le età. Di tutto il mondo. Ma sa la solitudine dell’ascesa e la sua necessità. Sa le aspre fattezze di chi, come lui, vuole, vuole e vuole ancora, fino all’imbroglio. Sa come bruci lo sguardo immerso nella luce irreale delle pale. Sa la sfida. La resistenza.

Continuate a scuotere la testa, ma come definireste un uomo che vende un quadro di famiglia solo per racimolare qualche soldo utile alla sua spedizione? Vi sembra imprescindibile che quella spedizione sia una grande mostra? Pensateci un attimo e non potrete restare caparbiamente fissi su un bigotto sì. Come spieghereste chi sa aspettare anni sperando di smuovere i macigni della burocrazia per poter arrivare lì, proprio lì? Chi si allena senza alcuna tregua nell’arduo lavorio di convincere gli altri ad un credo. Chi si infuria per farcela ad avviare un’avventura. Chi suona di porta in porta nella convinzione che quella tanto famigerata arte sia solo uno strumento, una proposizione. Chi punta i piedi a terra finché ottiene che una rete televisiva dedichi una giornata intera alla sua importante inaugurazione. Chi sogna e riesce a portare sulla piazza dei bizzarri fuochi d’artificio, prima che le luci si spengano.

Che Jan segua il Giro delle Fiandre anno dopo anno, in bici, ha qui pochissima importanza forse. Non è un gran sportivo Jan. Ma converrete che o è solamente un folle, o è un condottiero. Niente di dissimile dal più puro alpinismo è quello che guizza nel suo nervosismo, nella sua assenza di quiete. La membrana feroce dei suoi pensieri ne conserva il volo di una smania mai paga. L’attenzione alla verticalità. Il volteggio in aria di una mano intenta a disegnare una linea.

Non è ancora abbastanza? Volete una prova. Come faccio a sapere che Jan sia un alpinista? Probabilmente non si è mai ritrovato sopra una coltre di neve. Però sa che, a dispetto di un anticipo di primavera, sotto metri di neve dorme ancora la marmotta. Immagina la fame del cervo. La scaltra ricerca della volpe. Il nido dello scoiattolo. Ma, soprattutto, quella sua testa di formiche e lombrichi non ignora quanto accade sotto alla terra gelata. Corre alla ramificata tana del tasso. Sotto ad un livello. Temperatura bassissima. Battiti ridotti al minimo. Respirazione appena percettibile. Solo i rospi migrano di già, ma questa è un’altra storia.

di Daniela Zangrando


Jan Hoet (1936-2014) è stato figura di spicco nella curatela d’arte contemporanea. Dopo un passato da boxer ha intrapreso studi nell’ambito dell’arte, imponendosi sulla scena internazionale con storiche mostre tra cui Chambres D’Amis, Documenta IX, Rendez (-) Vous, Over The Edges, Open Mind-Closed Circuits, Kunst in Europa na ’68.
È stato fondatore e direttore del Museo S.M.A.K. (Ghent, Belgio) e del MARTa Herford (Germania).

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