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Escalador Selvatico: Luca Giupponi sul sesto tiro.
Photo by Maurizio Oviglia
Escalador Selvatico: Rolando Larcher sul decimo tiro, 7b.
Photo by Maurizio Oviglia
L'Akopan Tepui da Yunek.
Photo by Rolando Larcher
Escalador Selvatico: Rolando Larcher, Maurizio Oviglia e Luca Giupponi in vetta
Photo by autoscatto, archivio Oviglia

Escalador Selvatico, nuova via sull' Akopan Tepui per Larcher, Oviglia e Giupponi

20.02.2014 di Maurizio Oviglia

Tra fine gennaio ed inizio febbraio 2014 Rolando Larcher, Maurizio Oviglia e Luca Giupponi hanno aperto, e poi liberato in giornata, Escalador Selvatico (7c+ max, 7a+ obbligatorio, 630m) sulla parete nord dell' Acopan Tepui in Venezuela.

Chi, ancora, si domandasse dove sta il senso dell'arrampicata forse dovrebbe ricordarsi che la scalata si coniuga sempre con l'avventura, il viaggio e la scoperta. Prendete, per esempio, quest'ultima "missione" di Rolando Larcher, Maurizio Oviglia e Luca Giupponi, in Venezuela. La meta era l'Akopan Tepui, una di quelle grandi e affascinanti pareti (Tepui significa casa degli dei) che sorgono proprio dalla foresta Amazzonica. Una parete che aveva già impegnato, tra le altre cordate, quella di Glowacz, Albert, Heuber, Calderon che, nel 2006, aveva aperto la via "Fegefeuer", Purgatorio, oppure quella di John e Anne Arran e Alfredo Rangél che nel 2003 avevano tracciato la loro "Pizza, Chocolate y Cerveza" (l'anno dopo la prima salita, di Helmut Gargitter, Walter Obergolser, Toni Obojes, Pauli Trenkwalder, Ivan Calderón e Renato Botte sulla parete est di "Jardinieros de Grandes Paretes"). Poi c'è quella, recentissima, di Joel Unema, Eric Deschamps, Luis Cisneros e Blake McCord che, quest'anno, hanno aperto "Gravity Inversion". Proprio in mezzo a Gravity Inversion e Pizza, Chocolate y Cerveza, in 7 giorni di scalata, Larcher, Giupponi e Oviglia hanno dato vita alla loro "Escalador Selvatico", una bella e difficile via nuova di 630 metri di sviluppo, con difficoltà di 7c+ (7a+ obbl.). Una linea che, come ci ha raccontato Lacher, offre un'arrampicata bellissima, quasi insperata alla partenza. Infatti, sui 18 tiri della via, solo un paio hanno richiesto arrampicata "stile jungle" mentre tutto il resto offre un'arrampicata semplicemente entusiasmante. D'altra parte la linea strapiomba 50 metri dalla verticale... Insomma, per Larcher (che, è bene ricordarlo, ha aperto vie ed ha arrampicato su tutte le pareti del mondo escluso l'Antartide) e per i suoi compagni (che non gli sono certo da meno) questo è un posto eccezionale per l'arrampicata su grandi pareti. Fin qui, direte voi, siamo alle solite... Però, come leggerete nel report di Oviglia, c'è dell'altro. Anzi c'è molto di più. C'è la foresta. Ci sono gli indios. C'è un mondo lontano e sconosciuto. C'è un altro ritmo del tempo che noi non conosciamo più. Ci sono gli incontri, come quello con il mitico climber venezuelano Ivan Calderòn. C'è tutto ciò che alla fine, probabilmente, dovrebbe far intuire il vero senso dell'arrampicata.


ESCALADOR SELVATICO di Maurizio Oviglia

Quando siamo partiti, speravamo che la nostra tattica di apertura, praticamente l’opposto dello stile capsula adottato dalla maggior parte degli apritori di big wall del pianeta, funzionasse anche per l’Akopan Tepui in Venezuela. E, alla fine dei conti, ha sì funzionato, ma solo a metà! Helmut "Helli" Gargitter, pioniere dell’Akopan Tepui, aveva parlato a Rolando di queste bellissime pareti e delle loro possibilità, e naturalmente avevamo seguito i resoconti di tutte le altre spedizioni che su queste rocce avevano lasciato la loro firma, compresa quella più mediatizzata e spettacolare, capitanata da Stefan Glowacz e dal compianto Kurt Albert. A vedere le loro foto, comprese quelle di Nico Favresse con la sua immancabile chitarrina a torso nudo sul portaledge, mi ci vedevo male in quel posto, invernal-mediterraneo quale sono… Tuttavia Rolando non smetteva di insistere che era cento volte meglio che andare in Cile o in Brasile. "Vedrete, clima perfetto, niente zanzare e serpenti, son leggende, non sembra di essere nemmeno all’equatore!" Così alla fine ce l’ha fatta, ed ha convinto me e Gippo a seguirlo, anche se a me piace pensare, con una punta d’orgoglio, che non è che avesse così tante riserve in panchina se io e Luca avessimo detto no… ;-)

Arrivati alla fine di ogni strada percorribile in jeep, dopo un viaggio massacrante in cui siamo passati indenni a Caracas e a una delle strade più pericolose del pianeta (niente di meno che 1600 km in due giorni) solo grazie al nostro autista climber venezuelano – il mitico Ivan Calderòn in persona – siamo approdati finalmente al piccolo aeroporto di Santa Elena al confine col Brasile. Il massiccio "Raulito", pilota del piccolo Cessna, che ci avrebbe dovuto scaricare al villaggio indigeno di Yunek, non voleva credere a quanti bagagli avessimo. "Con 300 chili di bagagli e voi - e lui, aggiungerei io - non so se l’aereo si alza! Ma possiamo sempre provare…" Con un po’ di patema quindi sentiamo che una ruota si stacca da terra, poi l’aereo si inclina un po’ di lato per poi finalmente prendere il volo. In effetti non avremo con noi i portaledge, ma in compenso abbiamo 350 metri di statiche, il generatore e tutto l’occorrente per vivere in completa autonomia e isolamento per 20 gg! E anche trapano e spit, perché non è nei nostri programmi fare una via completamente trad…

Atterrati a Yunek instauriamo subito un buon feeling con gli indios Pemòn del villaggio. Mentre Raulito riprende il volo, rigorosamente col gomito fuori dal finestrino, cerchiamo di far capire al capo villaggio che ci servirebbero 10 portatori che ci aiutino a portare la roba alla base della parete. Nessun problema, risponde con un sorriso il simpatico Leonardo! Ci guardiamo perplessi, in questo villaggio ci son solo 4 uomini, e molte donne e bambini, chi porterà i carichi? Anche le donne qui lavorano! Ci ammonisce il capo villaggio, mentre loro sorridono con aria di complicità… Quando ci mettiamo in marcia, con anche le donne (seppur col carico un poco ridotto) con il nostro materiale sulle spalle, ci sentiamo un poco imbarazzati. I bambini seguono festosi le loro mamme con un piccolo zainetto. Ci accuseranno di sfruttamento minorile? Le nostre perplessità tuttavia svaniscono, quando li vediamo guadare con disinvoltura un fiume, quando noi abbiamo difficoltà a stare in piedi! Oddio, sicuri sicuri che qui non ci sono i piranha? Le donne indios ridono coprendosi le labbra con la mano…

Montato il campo rimane con noi solo un indios, Julio, con il compito di mostrarci gli accessi alle pareti. Ma nei tre giorni seguenti, duranti i quali Julio non smette di menare il machete mostrando un’abilità ed una resistenza che ci lasciano di stucco, non abbiamo ancora trovato dove attaccare. Siamo sfatti e disidratati dal clima tropicale e sembra vi siano più vie di quante ne avessimo messe in conto, relazionate dai nostri contatti. Alla fine la scelta cade, inevitabilmente, su una grande parete strapiombante dove si vede – col binocolo - solo una fettuccia rossa a metà, probabilmente una via recentissima aperta da un team americano. Noi attaccheremo più a sinistra, cercando di prendere di petto gli strapiombi. Rolly dice che secondo lui si passa, lo so che bleffa alla grande, ma alla fine abbiamo sempre avuto fortuna, perché non provare? Finalmente si scala! Non ne possiamo più di vagare nella giungla trasportando carichi!

La scalata nei giorni seguenti sembra andare bene. Roccia bella e parete ultra strapiombante, oltre tutte le nostre aspettative. Tuttavia dopo 8 tiri abbiamo già fissato gran parte delle corde a nostra disposizione e cominciano i problemi. Quelle che sembravano facili placche bianche prima della cengia mediana si rivelano liscissimi muri verticali. Rolly è costretto a fare dei numeri da circo per passare, io e Luca diamo il meglio per cercare di continuare. Alla fine del quarto giorno di apertura, traverso in qualche modo una colata di bagnato. Intorno a me inizia il diluvio ma non ci presto attenzione più di tanto. La parete strapiomba talmente che non mi bagnerò, come è stato per tutti i temporali che abbiamo preso nei giorni scorsi. Ma quando dal cielo scende un’immensa cascata d’acqua che piomba nella giungla sottostante con un salto di 600 m comincio a preoccuparmi. L’acqua è 50 metri in fuori rispetto a me ma forse è meglio scendere…. Sono a un tiro, piuttosto "jungle" dalla cengia, lascio tutto lì e raggiungo calandomi i miei compagni. Scendiamo le fisse sul filo della notte sotto un diluvio che non accenna a smettere. A 40m da terra è ormai notte e Rolly si ferma su un terrazzino: "io non scendo, sei matto a passare sotto quella cascata? La traccia è proprio lì!" Aspettiamo un’ora ma non smette, sotto quella cascata ci passeremo volenti o nolenti, e arriveremo al campo fradici, con anche il mite torrentello divenuto ora un fiume in piena, un guado thriller rischiando di essere trascinati via dalla corrente…

S’impone una giornata di riposo per fare il punto e recuperare le forze. Julio ci ha piantato in asso e chissà dov’è, il satellitare si è rotto due giorni dopo il nostro arrivo, siamo soli veramente a giorni dalla civiltà. Non possiamo comunicare con nessuno. E’ l’avventura che volevamo, no? In più la vita di parete e di campeggio ci ha trasformato in scalatori piuttosto "selvatici", chissà se riusciremo a battezzare la nostra via con qualcosa che renda tutto cio? Decidiamo di cambiare tattica: forse su quella cengia sopra il punto massimo raggiunto c’è un minuscolo terrazzino per bivaccare. Ci porteremo su tutto e staremo in parete a oltranza, sino ad uscire… I tre giorni che seguono saranno scanditi da lunghe ore di battaglia e attese interminabili, con Rolly che alla fine trova una magica sequenza di prese e buca finalmente gli strapiombi, niente meno che al sedicesimo tiro, con una lunghezza memorabile di 7c+, con lunghi runout su friend… Ma anche momenti indimenticabili di comunione sul minuscolo terrazzino, a letto alle 18 addormentandosi guardando le stelle ed i satelliti che percorrono la volta celeste e ogni tanto il rumore tipico delle ali del colibrì che ti sfiorano. A Luca tocca l’ultimo tiro jungle per arrivare in cima: una tarantola pelosa e grossa come la mia mano mi passa vicino, Luca lotta con la vegetazione (endemica) di ogni tipo, tra cui ci potrebbe essere ogni genere di insidia… A quattro metri dalla vetta butta lì un "Ragazzi, non riesco più a proseguire, qui è un casino!" "Stai scherzando vero?" Risponde perentorio Rolando "Vai in vetta, senza discussioni!" Alle 14 siamo tutti e tre sulla vetta del Tepui, un mondo nel mondo, impossibile raccontare!

Due giorni più tardi, in un’intensissima giornata di sole 14 ore di parete, i miei due compagni compiranno la rotpunkt della via, finendo con la frontale gli ultimi tiri. Io, reduce da una brutta contusione durante le doppie di due giorni prima, mi dovrò accontentare, imbottito di antidolorifici, di stare dietro alla macchina da presa appeso alle jumar (quasi non ne avessi fatte abbastanza!) e fare con loro almeno una decina di tiri e persino qualcuno dei numerosi 7b in libera, tanto per ricordare cosa vuol dire arrampicare divertendosi… Discesa in doppie al buio, tanto per cambiare, e che doppie! E pensare che Hotel Supramonte mi era sembrata strapiombante!

Maurizio Oviglia (CAAI)

Maurizio Oviglia, Rolando Larcher (CAAI, Polizia di Stato) e Luca Giupponi (Centro Addestramento Alpino di Moena della Polizia di Stato) ringraziano particolarmente La Sportiva, Petzl e Ferrino per il supporto dato alla spedizione. Inoltre Totem Cams, Montura, E9, Mammut


SCHEDA: Escalador Selavatico, Akopan Tepui, Venezuela

- Pemón - il racconto di Maurizio Oviglia sugli Indios

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