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Quota 1570, la valle inferno termina bruscamente sotto le alte pareti del Grande Salto.
Photo by Cristiano Iurisci
Sulla destra insinua un canale che ci permette di entrare in un dedalo di cenge e paretine di misto ci permettono di aggirare gli strapiombi del Grande Salto.
Photo by Cristiano Iurisci
Massimo alla fine del 2° tiro
Photo by Cristiano Iurisci
Ultimi metri del 4° tiro.
Photo by Cristiano Iurisci

Il Grande Salto, alla scoperta della Valle Inferno sulla Maiella

13.01.2014 di Cristiano Iurisci

Il 7 dicembre 2013 Cristiano Iurisci, Massimo Zulli e Antonio Di Martino hanno salito il Grande Salto (TD+, 55/65°, 75°, M3+), nella remota, inospitale e assolutamente isolata e selvaggia Valle Inferno nel Parco Nazionale della Majella in Abruzzo. Il racconto di Cristiano Iurisci della probabile prima salita assoluta di questa Valle assolutamente affascinante e particolare.

Valle Inferno. Un nome che è quasi onomatopeico. Un nome che penetra e rimbomba nel cervello. Un nome a cui non serve alcuna complessa spiegazione toponomastica riguardo la sua origine o la sua motivazione. Un nome che da solo spiegherebbe già tutto, ma che in pratica non spiega niente perché lì, in quelle valli, tutto è più complicato, lontano, impenetrabile, poco comprensibile, poco osservabile e, non ultimo, anche più pericoloso. Un nome che suggerisce di tenersi alla larga.

Non sono poche le valli inferno sparse in Italia, nemmeno in un’area più ristretta che può essere l’Appennino, di sicuro però alcune sono più infernali della altre. Se Valle Inferno al Gran Sasso è tutto quello appena scritto, complessa, difficile, impenetrabile, ecc, Valle Inferno sulla Majella lo è di più: lei è anche remota e nascosta, quasi invisibile, tanto che ad uno sguardo sommario e veloce non se ne capisce addirittura dov’è, figuriamoci comprenderne la grandezza o la profondità.

Questi aspetti rendono Valle Inferno della Majella uno dei luoghi più segreti e più inesplorati dell’intero Appennino. Nel secolo scorso, almeno fino agli anni ’50, la valle era conosciuta solo dai pastori più poveri o sfortunati che erano costretti ad utilizzare i suoi piccoli e ripidi pascoli a picco sulla Valle Inferno poiché non vi era nulla di meglio in Majella. La pastorizia in Majella era quasi l’unica fonte di reddito per i locali. Però dopo la guerra, ma sopratutto dopo il boom economico degli anni ’70, tutto è cambiato e i primi pascoli abbandonati sono stati proprio quelli di Valle Inferno. Oggi la loro esistenza e il loro ricordo è appannaggio di pochissimi anziani di Pennapiedimonte.

Nel settembre 1986 la valle fu discesa per la prima volta in corda doppia da alpinisti di Chieti. La notizia fece scalpore, tanto che venne pubblicata dai giornali locali poiché la valle si riteneva completamente inesplorata. Alcuni pastori rivendicarono la frequentazione della valle ma mancavano le prove. Addirittura un pastore raccontava che un suo avo aveva risalito l’intera valle! - Roba da matti! Impossibile! - fu il commento dei primi alpinisti a discendere la valle e anche dei successivi ripetitori. Non sapremo mai se è tale risalita è vera o frutto della fantasia popolare! Rimane difficile immaginare un pastore impegnato ad affrontare un’improbabile scalata tra ripidissime cenge per recuperare o soccorrere qualche pecora o capra, oppure a sfuggire da qualche pericolo (briganti?). Non lo sapremo mai.

Con la Majella a due passi da casa mia, questa valle è stata per me l’ultimo ignoto, l’ultimo baluardo ai più intimi segreti della Montagna Madre, così viene anche chiamata la Majella. Quel poco che si sapeva e le pochissime foto scattate dal suo interno erano un richiamo irresistibile: volevo andarci, dovevo andarci.

Passano gli anni e più e più volte "entro" in Valle Inferno, dapprima da solo ma una cascata mi ferma, poi in compagnia di Fabrizio ma, superata la cascata non riesco ad andare oltre a causa di un piccolo ghiacciaio (ottobre) che ostruisce completamente la valle. Capisco che per salire la valle bisogna sfruttare gli enormi accumuli di valanga che riempiono salti, cascate e forre lisciati dalle acque e dagli eventi atmosferici qui sempre ingigantiti e devastanti. A metà maggio dell'anno insieme a Massimo (Zulli) partiamo muniti di corda, picche e ramponi e compiamo la prima risalita della valle fino al grande salto di 80 metri che impedisce l’accesso ai ripidi prati e ghiaioni che conducono alla Carozza. Andare avanti sembra impossibile, d'altronte no era questo lo scopo nostro, non resta che percorrere a ritroso la valle, ma siamo comunque enormemente soddisfatti del grandioso ambiente che abbiamo potuto godere, oltre a rimanere increduli di quanto lunga fosse la valle. Pochi mesi dopo (novembre), ancora con Massimo torniamo ad effettuare la misura dei piccoli ghiacciai (glacionevati più a sud d'Appennino) che ancora resistono in questa remota e profonda valle, nonostante in riscaldamento globale. Portiamo con noi anche le scarpette di arrampicata per provare a superare il Grande Salto che ci aveva bloccati a maggio. Superata la prima cascata tiriamo fuori picche, ramponi e corda e con un tiro di corda e alcuni chiodi da ghiaccio (!) superiamo la prua di ghiaccio e proseguiamo oltre ma, arrivati nel tratto più buio e stretto della valle, dove questo piega a forma di "S", un salto di una quindicina di metri di roccia lisciata dall'acqua ci blocca. Provo a piantare un chiodo e salire con le scarpette ma capisco che impiegherei almeno un'ora per salire quei 15 metri oltre al tempo per la parete che ci aspetta a monte, troppo ore dinanzi e troppo piccolo il margine per rischiare di percorrere a ritroso la valle prima che faccia buio! La valle è lunga e solo arrivare fin, alla "S", sono occorse oltre 6 ore! Il problema del Grande Salto è quindi ancora lì.

Nel luglio 2012, sempre con Massimo, facciamo una ricognizione dall'alto! Saliti al Martellese, scendiamo dunque dalla Carozza fino al picco del Dito Del Diavolo, un ardita guglia che si affaccia a strapiombo nel nella Valle dell'Inferno. Siamo li per osservare da vicino il Grande Salto. Giungiamo alla conclusione che è possibile salire sulla destra, ma non su roccia vera e propria, ma su balze più o meno verticali di erba e roccette che sono un classico della Majella, ad occhio forse bastano due o tre tiri! In questa escursione "scopriamo" gli arditi stazzi abbandonati dai pastori oltre 60 anni fa, alcuni hanno ancora tizzoni di rami e tronchi di pino mugo rimasti li a testimoniare un'epoca che fu. Stazzi di cui si anche dagli abitanti di Pennapiedimonte ignoravano l'esistenza, solo la memoria di uno dei più anziani ci confermò che erano i pastori pugliesi ad occupare quegli stazzi, e tutti gli altri stazzi più lontani e scomodi della Majella. Non resta che aspettare l'inferno e la neve che "tappi" salti e forre.

E' dicembre, e una grossa nevicata seguita da pioggia e scirocco pongono le condizioni di sicurezza in una valle dove valanghe e cadute di pietre sono quasi la quotidianità. Chiamo Massimo che è entusiasta, poi è il turno di Antonio, un giovanissimo arrampicatore di Guardiagrele che più volte mi aveva chiesto di portarlo ad usare picche e ramponi. Certo è un po' azzardato chiamarlo per un'avventura simile, ma più volte aveva palesato fantasie e sogni alpinistici, oltre a dimostrate capacità tecniche, cose che sempre meno sono presenti contemporaneamente nelle nuove generazioni. Inoltre mai avrei pensato che la scalata risultasse una cosa lunga e difficile, tanto che io ho addirittura fatto un'ora di lavoro prima di partire per Pennapiedimonte e Massimo doveva tornare in tempo per il turno di notte all'ospedale!

DIARIO DELLA SALITA:
Alle 6:45 siamo al Balzolo, carichi di peso e di voglia di esplorare.
Passato il fiume avello risaliamo il sentiero n.4 che porta alla cresta delle Gobbe di Selvaromana che poco dopo abbandoniamo (q. 1180m) per prendere il sentiero dei Carbonai che delicati e opportuni saliscendi traversa a mezzacosta le Gobbe offrendo panoramici affacci sulle Murelle per poi scendere rapidamente dentro la forra di Selvaromana dove vi giungiamo (q. 880m) intorno le 9:00. Qui la neve è presente ovunque e sono evidenti i segni di una piena devastante che ha pulito letteralmente la forra! La neve del fondo della valle al centro è segata come con un coltello da una striscia nera a testimonianza di una piena di melma che ha inondato la valle! Non ci sono più tracce di rovi ed cespuglietti nei pressi del greto del ruscello, e questi non presenta più il classico colore rossastro del ferro che sempre ho visto depositato ed incrostato tra le rocce! Tutto è assurdamente limpido è pulito! La piena (che poi a valle contribuirà all'alluvione e il morto a Pescara) deve essere stata davvero apocalittica!

Superata una prima valanga che blocca la valle e una stretta gola, abbandoniamo Selvaromana ed entriamo finalmente in Valle Inferno. Sono le 10. La salita procede spedita su neve dura e compatta poiché ormai camminiamo costantemente su resti di enormi valanghe, intanto la valle si fa sempre più grandiosa e maestosa, a volte è più stretta, a volte meno, ma siam sempre sovrastati, quasi oppressi, da alte pareti e guglie rocciose. Dopo oltre 4h di cammino e oltre 14km sulle gambe, giungiamo alla prima vera difficoltà della valle, ovvero un salto roccioso di 18m solcata da una cascatalla di acqua. Nonostante le gigantesche valanghe fin qui trovate la parte alta del salto non è coperto e per superarlo dobbiamo usare la corda. Mentre sfilo la corda ricordo ad Antonio questo salto rappresenta il primo punto di non ritorno della salita, superato il quale tornare indietro può essere quasi più lungo e complesso che andare avanti! Antonio risponde che sta bene e non accusa nessun sintomo di stanchezza.

Oltre il salto la valle diventa ancora più impressionante e severa, le pareti divengono ancor più alte, quasi si toccano mentre resti di gigantesche valanghe riempiono ogni anfratto e salto roccioso. Proseguiamo dunque spediti fino ad un crepaccio che ci obbliga a cacciar di nuovo la corda per pochi metri da scalare, poco oltre ancora un altro crepaccio che, quasi come un seracco pensile, incombe sul liscio salto di roccia che si intravede nella penombra precipitare sotto l'esile ponte di ghiaccio. Superato il salto la valle si apre e si intravede il termine sovrastato dal Grande Salto, ormai ci siamo. Sono le 13, siamo quasi un'ora oltre la tabella di marcia che mi ero prefissato, ora abbiamo solo 3h30' di luce ma mi sento ancora tranquillo: c'è ancora margine sufficiente per uscire prima di notte. Parto veloce e pochi minuti dopo già attrezzo la prima sosta. Molla tutto! - Grido – Salite quasi insieme che è facile! Inizio a recuperare la corda, dopo una ventina di metri però succede qualcosa: non sale né Massimo né Antonio. Non li vedo, sono dietro un costolone e e grido loro di venire. Sento Antonio che mi chiedi di far scendere Massimo.

Scendere? Come scendere? Ha perso la picozza e deve tornare a riprenderla! Oh cavolo! Lo tolgo dalla piastrina e lo faccio scendere con il mezzo barcaiolo. L'operazione ci fa perdere venti minuti: ora comincio ad essere certo che usciremo di notte.
Parto subito per il secondo tiro, le condizioni son ottime e salgo veloce anche fino a 75° e oltre. Ho fatto almeno 25 metri, dovrei proteggermi anche se non ne sento il bisogno: fare un'errore e cadere in questo posto è davvero l'ultima cosa che mi auguro. Metto un chiodo conscio che il martello microscopico delle picozze moderne di Antonio non riusciranno mai a cacciarlo via, così come le due picche con paletta di Massimo. Lo infilo a metà...speriamo bene! Punto dritto ad una nicchia sotto lo strapiombo, qui pianto due chiodi, non mi importa che non li tolgano, io ne ho bisogno per riposarmi e di sapere che la sosta regge davvero, quello che si presenta sopra la nicchia sembra davvero duro!

Massimo impiega quasi dieci minuti a togliere il chiodo sul tiro, mentre Antonio non è riuscito a togliere quello di sosta. Meno uno, ora abbiamo due chiodi in sosta, uno rimasto sulla via e solo cinque all'imbrago. Mmmhh...pochini ma me li devo far bastare.

Parto per il terzo tiro dritto verso lo strapiombo, la roccia non è della migliori oltre al fatto che è strapiombante più del previsto. Sarà almeno M5...mentre valuto il da farsi i polpacci chiedono pietà e torno indietro di un paio di metri e chiedo a Massimo di vedere a sinistra. Lui dice che è peggio ma non ho alternative: provo. Per fortuna ho il rampone monopunta e riesco e far leva su un lembo di neve dura oltre la nicchia mentre con una picca scruto oltre lo spigolo. Butto un paio di colpi e la picca pare abbia agganciato qualcosa, forse erba gelata. Metto la mano in una fessura e stringo il pungo come fosse un friend e cerco di caricare la picca e di salire. Salgo ma sento il pugno scivolare dalla fessura: Eh si - penso- con il guanto infilato non ottengo la stessa resa che incastrare a mani nude. A malincuore torno giù di quel metro tanto faticosamente guadagnato, sento i polpacci sempre più pieni di acido lattico. Non sono riuscito a proteggermi e sono sempre bloccato cinque metri a piombo sopra i compagni in sosta, sento che sto per mollare e capisco che l'unica e di togliermi i guanti! Si, ma come fare? Con i denti! Con una mano in fessura e il rampone monopunta sul buco mi reggo quel tanto da sfilarmi a morsi un guanto che faccio cadere ai compagni, quindi cambio la mano nella fessura e con la stessa tecnica mi tolgo anche l'altro guanto. Con le mani nude sento di tenere a dovere la fessura e di poter piantare un chiodo! Sdeng, sdeng, sdeng! Entra, alè! Rinvio il chiodo e provo a fare di nuovo quel maledetto metro che supero di slancio ma non è finita, altri due o tre metri difficili da fare, ma il chiodo mi da fiducia ed poco dopo mi ritrovo sui pendii ghiacciati a monte dello strapiombo. Salgo veloce di picche a puntare una fascia rocciosa, una trentina di metri più in alto. Saranno 70° costanti ma non mi proteggo: non ho tempo, è tardissimo e il sole che non vedo più illuminare le cime dei monti mi fa capire che è ormai tramontato. Arrivo sotto la fascia e pianto il primo chiodo che entra bene me vedo la neve macchiarsi di schizzi di rosso ad ogni mio colpo! Ma che roba è? Cacchio! Ho le mani ferite e insanguinate a causa delle picozzate a mani nude! Non sentivo nulla per il freddo, ho le mani rovinate e tutte sbucciate. Molla tuttoooo! Grido. Sale prima Massimo poi Antonio! Grido di nuovo. Il motivo è semplice: Antonio è il solo ad avere una picca-martello che, seppur storta, è sempre meglio della paletta di Massimo per togliere i chiodi! Ma Antonio non sale, sento concitazione. Grido di nuovo – Antonio, perché Massimo non Sale? - Grido ancora ma a 50 metri di distanza non si capisce un tubo! Ma è chiaro che c'è concitazione. Grido più e più volte di far salire Massimo mentre continuamente tiro la sua corda per farglielo capire ma non si schioda. Tolgo la fascia dalle orecchie e cerco di capire meglio cosa è successo urlando sempre di far partire Massimo. Arriva una risposta che sa di beffa! Ad Antonio è uscito un rampone! Che cosa? Oh mio Dio! Passano i minuti, anzi corrono! Finalmente vedo una corda mollarsi e inizio a recuperare: cavolo! Ma è la corda di Antonio! E la sosta ora chi la toglie? A me son rimasti 2 chiodi! Antonio arriva abbastanza provato in sosta mentre Massimo è ancora impegnato a togliere il primo chiodo...gli occorreranno cinque minuti per estrarne uno. Volevo picchiare Antonio per aver commesso una superficialità tanto banale quanto grave! Massimo insiste ma il secondo chiodo non si muove. Gli grido di lasciarlo, conscio che lascerà anche quello sul passo di misto. Ho solo tre chiodo ora e, ad occhio, ancora due tiri...comincio ad essere seriamente preoccupato.

Il tiro successivo è tutto in traverso, 50 metri. Ancora una volta non mi proteggo, se non con un fittone a metà, la neve è ottima e le picche mordono benissimo. Anche se ho corso la luce è sempre più serale e vedo i classici colori viola, rosa e bluastro tipiche del tramonto ormai avanzato. Ovviamente anche in questo tiro un chiodo di sosta è rimasto in parete. Ora ne ho due con me. Arrivato anche Massimo, sento il bisogno di togliere un chiodo dalla sosta. Non ho altra scelta. Il tiro da fare, spero quello finale, sembra duro.

Dopo un tratto in traverso esposto, inizio a salire quei diedi metri di misto che mi separano dalla cengia di uscita. Ho paura di cadere, vorrei proteggermi, ma salgo perché non posso sprecare ora i tre chiodi rimasti. E' quasi buio quando arrivo sulla cengia pensile superiore. Qui devo mettere assolutamente un chiodo, non tanto per me, ma per i miei compagni, solo con questo chiodo potranno essere protetti sul tratto appena scalato; mi aspetta infatti ancora un ultimo traverso di una quindicina di metri, esposto forse più degli altri e con un tratto pure in discesa! Pulisco la roccia e provo più volte ma tutte le fessure che trovo non sono adatte per i miei tre miseri chiodi rimasti. Finalmente ne infilo uno e batto, entra a metà, insisto ancora e rimbalza fuori! Cade via. Scelgo dunque la lametta a punta tra i due chiodi rimasti, riprovo sulla medesima fessura, pure questo entra a metà, ma pare tenere meglio...di meglio non posso. Proseguo. Superato il tratto in discesa e mi sento sollevato quando percepisco con certezza che le difficoltà son finite, che ormai siamo fuori. Cerco di fare sosta con quell'unico chiodo rimasto tra le ultime rocce scoperte. La roccia della Majella è peròfetente: spesso è liscia e con fessure o cieche o intasate dal ghiaccio o terriccio gelato. Con il mio unico chiodo a lama piatto rimasto non è facile trovare la fessura adatta e, dopo vari tentativi, mi devo accontentare di un chiodo a infilato solo a tre-quarti.

Molla tutto! - Grido- Sento di esser fuori, ma ho paura: la sosta fa vomitare e quel chiodo a metà tiro fa schifo. Quel chiodo sta più in alto della sosta e lontano oltre quindici metri, se uno dei due cade la sosta non reggerà.

Parte Antonio che è notte. Superato con la frontale il tratto di misto lo obbligo a fermarsi sullo schifoso chiodo di metà tiro. Gli chiedo con garbo di fare da ancoraggio "umano", nell'aiutare quell'unico chiodo a reggere una non remota possibilità di caduta di Massimo. Massimoooo! - Grido – Qui non puoi sbagliare, non devi sbagliare. Sento che un errore sarebbe fatale per tutti e tre. Per un attimo, egoisticamente, mi tolgo dalla sosta: se Massimo o Antonio dovessero cadere, almeno io sopravvivo! Poi mi lego di nuovo, mi sento un vigliacco, devo aver fiducia. La corda di Massimo si muove: è partito, non lo posso recuperare poiché il tiro è praticamente in traverso: deve arrangiarsi da solo e con le proprie forze. Non lo vedo e per le comunicazioni devo intercedere presso Antonio che diviene un ottimo psicologo tant'è che Massimo supera con successo Massimo quei dieci metri di M3...e di notte!

Forse è stata proprio la notte la nostra salvezza...o forse la luna che nascendo dietro il Martellese che rischiarava le poche chiazza di neve e ghiaccio utili da picozzare Ma no! Massimo saliva con la frontale e manco si accorgeva della luna! Lui saliva senza capire, senza comprendere: lui vedeva Antonio li fermo e la sua presenza gli bastava, lo rincuorava e lo rassicurava. Alle 18 ci troviamo tutti e tre su quell'unico chiodo di sosta. dell'ultima sosta.

Parto senza frontale, la luna rischiara è sarà lei ad indicarci la giusta via per giungere alla Carozza, 400m più a monte. Siamo stanchi, ma ora sappiamo che è solo una questione di tempo. Alle 20 raggiungiamo la quota massima di 2100m, quindi in traverso sfioriamo il Rifugio Maertellese semisommerso di neve. Poi ci buttiamo giù per il fosso della valle dove, 1300 metri più in basso ci attende Francesco, il papà di Antonio che abbracciamo dopo oltre 14 ore dalla partenza. Beviamo e mangiamo qualcosa poi a casa, è tardissimo. Salutiamo Massimo che è di turno in ospedale, per lui non è ancora finita la lunga giornata!


SCHEDA: Grande Salto, Maiella

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