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Ueli Steck e la prima salita della direttissima sulla parete sud dell'Annapurna
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Ueli Steck e la prima salita della direttissima sulla parete sud dell'Annapurna
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Ueli Steck e la prima salita della direttissima sulla parete sud dell'Annapurna
Photo by © Don Bowie
Ueli Steck e la prima salita della direttissima sulla parete sud dell'Annapurna
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Ueli Steck e l'Annapurna: l'intervista dopo la solitaria alla parete sud

14.10.2013 di Vinicio Stefanello

Ueli Steck racconta la sua velocissima e impressionante solitaria sulla parete Sud dell' Annapurna (8091m, Himalaya, Nepal) che lo scorso 9/10/2013 gli ha permesso di realizzare la prima salita della direttissima già tentata da Jean-Christophe Lafaille e Pierre Beghin nel 1992.

E' l'alpinista del momento. E la sua salita sulla Sud dell'Annapurna è già nella grande storia dell'alpinismo. Ma è bene aggiungere subito che da sempre, e non solo da ora, Ueli Steck è l'alpinista che tutti vorrebbero essere. Forse sarà perché non parla molto, ma fa moltissimo. Oppure perché il suo alpinismo ha uno stile inconfondibile, tutto suo. Fatto sta che lui spesso predilige salire da solo. Che fa salite impensabili con una semplicità disarmante. E poi che è veloce, anzi supersonico. Come, appunto, sulla parete Sud dell'Annapurna. 28 ore, dal campo base avanzato alla cima e ritorno, per la prima salita di quella linea direttissima che s'infila tra la via dei britannici e quella dei giapponesi. Un "viaggio" immenso, difficile e anche pericoloso iniziato alle 5:30 dell'8 ottobre e conclusosi, dopo 28 ore tra salita e discesa, alle 9:30 del giorno dopo, tutto da solo e - forse non è nemmeno il caso di precisarlo - senza ossigeno. Un viaggio "impossibile" già tentato nel 1992 da due grandissimi alpinisti come Jean-Christophe Lafaille e Pierre Beghin. Quella volta i due fuoriclasse francesi si arrestarono a 7500m. Poi, in discesa, la tragedia a 7200m. La corda doppia che salta portandosi via per sempre Beghin con tutto il materiale. E la successiva solitaria lotta contro la morte di Lafaille che, dopo 4 giorni di calvario, anche se ferito ad un braccio, riesce miracolosamente a scendere e a salvarsi. Ora, Ueli Steck, dopo i tentativi del 2007 e del 2008, ha portato a termine quel grandissimo e visionario viaggio. L'ha fatto da solo - ed è con tutta probabilità anche la prima solitaria della parete Sud dell'Annapurna – ed ha stupito tutto il mondo dell'alpinismo. Ma, come si intuisce in questa intervista che Ueli Steck ci ha rilasciato direttamente da Kathmandu, questa salita per lui ha un significato molto più grande di qualsiasi primato.

Ueli Steck prima di tutto potresti darci qualche dettaglio della tua salita sulla Sud dell'Annapurna... soprattuto raccontarci il “ritmo” e lo stile di quelle 28 ore della tua salita e discesa solitaria...
Tutto si è concretizzato così. Il tempo era OK ma il vento era ancora abbastanza forte. Il mio compagno Don Bowie ha deciso all'ultimo, proprio alla crepacciata terminale (5.560m ndr), di non entrare in parete. Diceva che per lui salire slegato sarebbe stato tecnicamente troppo impegnativo. Ma quello era il requisito fondamentale per una salita così. Quindi ho continuato da solo dalla terminale. In quel momento è stato difficile accettare di mettermi nell'ottica di salire da solo. Ma, abbastanza velocemente, le buone condizioni mi hanno aiutato a concentrarmi di nuovo sull'arrampicata. Tutto filava quasi da solo. Avevamo depositato del materiale a 6100 metri. Precedentemente ci eravamo acclimatati in parete e avevamo depositato una corda, una tenda, il fornello, un po' di cibo e gas. Ho infilato la tenda e il mio fornello nello zaino. Non ho preso la corda perché ne avevo già una da 6 millimetri che avevo preso al campo base avanzato. Per motivi di peso ho tolto il sacco a pelo dallo zaino e l'ho appeso ad un chiodo, assieme all'extra gas, al cibo e alla corda. La salita sotto la headwall è stata relativamente facile. Dai 6600 metri ho avuto un po' di vento e delle scariche di neve. Poi ho raggiunto la base della headwall. Qui ho deciso di montare la tenda ed aspettare. Se il vento fosse diminuito avrei potuto continuare, altrimenti sarei sceso la mattina seguente. Ma non ho trovato nessun posto protetto quindi ho cominciato a scendere un po'. 100 metri più in basso ho trovato un crepaccio. Un posto perfetto per bivaccare, sono riuscito ad entrarci e a montare la tenda, lì ero protetto dal vento e dalle scariche di neve. Era arrivato il momento di mangiare e bere. Nel frattempo è andato via il sole. E tutto si è calmato. Si era nuovamente ripetuto ciò che avevo già notato dal campo base avanzato la sera prima. Ben presto è calato il buio e il silenzio. Questa era la mia occasione. Ero sicuro che il vento avrebbe ripreso a soffiare la mattina successiva. Quindi l'unico modo per raggiungere la cima era di notte. La headwall era solcata da una linea quasi continua di ghiaccio e neve firn. Perciò doveva essere possibile trovare la via giusta anche di notte. Sono ripartito circa 1 ora dopo aver raggiunto il posto di bivacco. Salivo verso l'alto. In alcuni brevi passaggi il ghiaccio, o la neve firn, erano molto sottili, e un paio di volte ho dovuto salire alcuni metri su roccia. Sorprendentemente il pendio non era proprio verticale. Soltanto alcuni salti. Terreno ideale per salire in solitaria. Finché riesco ad arrampicare così sono estremamente efficiente. E' questo il pensiero che avevo sempre in mente.
L'aria rarefatta a 7.000 metri non è proprio "zona della morte", qui si può ancora proseguire abbastanza bene. Solo il freddo mi dava un po' di fastidio. Ad un certo punto, mentre stavo osservando una foto della headwall che avevo scattato alcune ore prima, sono stato colpito da una scarica di neve, non ho potuto fare altro che afferrare le due piccozze per non essere risucchiato dalla parete. In quel momento mi è caduto uno dei guanti in piuma e se n'è andata giù anche la macchina fotografica. Ora dovevo salire nella notte con i guanti a 5 dita. Così ho indossato il guanto in piuma alternativamente sulla mano sinistra o su quella destra, a seconda quale mano sentivo più fredda.
La headwall si è rivelata più breve di quanto pensassi. Difficile quantificare il numero di tiri visto che non ho usato la corda. Ma sento di essere arrivato relativamente velocemente in alto. Qui per la prima volta mi sono reso conto dove mi trovassi in realtà e cosa significasse. Sapevo che ora era semplicemente una gara contro il vento. Passo dopo passo andavo avanti. Continuavo a dirmi "Ora devi semplicemente lottare un altro po'." Quando sono arrivato sulla cresta sommitale non riuscivo a crederci. Era notte e il cielo era stellato quando la cresta ha cominciato a scendere davanti a me. Ho verificato il mio altimetro, osservato la cresta e ho saputo di essere sul punto più alto. Non ho trascorso nemmeno cinque minuti lassù prima di iniziare la discesa. Ero ancora in piena tensione. Il mio obiettivo era in fondo alla terminale! Poi sarebbe finito tutto.

Era la tua terza volta sulla Sud dell'Annapurna, che cosa significa per te questo terzo tentativo?
E' stato difficile riprovare un'altra volta. In qualche modo mi ero convinto che avrebbe funzionato. Ma se non fossi riuscito, per la terza volta? Soprattutto visto che la spedizione in primavera (all'Everest ndr) era stata tutt'altro che un successo.

Alcuni hanno già scritto che questa è la salita del decennio. Come la vedi in rapporto alle altre tue vie?
Penso che questa volta ho avuto semplicemente fortuna, mi ero ben preparato e ho trovato le condizioni del secolo!

Ormai sei conosciuto come The Swiss Machine. Ti riconosci in questo soprannome? Puoi parlarci del tuo alpinismo
Per me la prestazione è una parte molto centrale. Amo salire una via difficile. La sensazione di arrivare a sera completamente esausto è una cosa importante. E per me il sorgere del sole in cima non è la cosa più importante di una salita, anche se mi fa piacere e mi rendo conto della sua bellezza. Ma quello che per me è centrale è la salita della via, il progetto. Sono abbastanza ambizioso e cerco di esplorare i miei limiti.

Domanda di rito: cosa hai portato con te nelle 28 ore della salita e discesa?
60m di corda da 6 millimetri, 2 chiodi da ghiaccio, 5 chiodi normali, un paio di moschettoni e fettucce, gancio Abalakov e coltello. Casco, ramponi Dartwin, due piccozze Quark, imbrago. Piumino, giacca in Primaloft. Guanti spessi con 5 dita, guanti in piuma. Occhiali da sole e una maschera. Fornello e tenda. Una cartuccia di gas. Telefono satellitare, crema solare. Lampadina frontale e pile di ricambio. Un kit di pronto soccorso. 6 Powerbars, 3 Energy Blends, 2 Perronin, 100 grammi di formaggio.

Altra domanda di rito: hai mai pensato di non farcela?
Quando mi è stato risucchiato giù il guanto in piuma mi sono sentito un po' insicuro.

Cosa hai pensato quando sei arrivato in cima?
E' stato divertente. Era semplicemente così: non si saliva più e dovevo tornare indietro. Questo era tutto, allora ho iniziato la discesa.

Da 1 a 10, quanto hai rischiato, quanto ti sei divertito e quanto hai sofferto?
Divertimento: 8. Sofferenza: 5. Rischio: 7

Contro corrente: non hai comunicato praticamente nulla, solo un sms da Kathmandu, un sms da 5000m ed uno (stringato) dal campo base dopo la vetta. E' stata una scelta, e perché l'hai fatta?
Questo basta. Cerco di concentrarmi il più possibile sulla salita. Questo è quello che mi diverte. E' vero, ho degli sponsor che me lo permettono. Loro hanno bisogno di qualcosa in cambio. Ma l'Annapurna l'ho salito soltanto e unicamente per me stesso. E' molto egoista, ma vi posso dire che è stata la mia esperienza più bella! Avevo un brillante team che mi ha sostenuto. Don mi ha dato la possibilità di provare. E' stato geniale.

Cosa vorresti che venisse scritto di questa salita? O cosa scriveresti tu?
Non c'è bisogno di scrivere di questa salita...

Ce l'avevi promesso... vorremmo sapere il punto di vista di Ueli sull'alpinismo di oggi: la cosa bella e quella brutta.
Ufff, questa è una domanda difficile. Alla fine ognuno deve decidere per se stesso come e cosa vuole fare. Non si può paragonare l'alpinismo in quota con l'arrampicata libera. Quale vale di più? Alla fine, non importa assolutamente. Ognuno deve decidere per se stesso come vuole salire. Ho rinunciato a pensarci. Dopo quello che è successo in primavera ho il mio punto di vista personale, e me lo tengo per me.

Si dice che gli alpinisti, quando arrivano a fare qualcosa, subito pensano ad un'altra parete, ad un'altra cima. E' così anche per te? Cosa desideri di più?
Il mio fuoco interiore brucia ancora. Si era quasi spento dopo l'Everest. Ora divampa di nuovo pienamente. Sono contento per questo, penso che sto iniziando nuovamente a divertirmi nella vita!

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