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Nanga Parbat 1970, di Jochen Hemmleb (ed. Versante Sud)
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Nanga Parbat dal ghiacciao
Photo by arch. S. Moro

Nanga Parbat 1970, la recensione di Erminio Ferrari

23.05.2013 di Erminio Ferrari

Nanga Parbat 1970, di Jochen Hemmleb (ed. Versante Sud) e la storia, lunga 40 anni, che ha segnato la vita di Reinhold Messner che sulla Montagna nuda perse il fratello Günther. Recensione di Erminio Ferrari

Verrà la morte e avrà gli occhi di tuo fratello. Per tutta la vita ti guarderanno, interrogandoti su quella volta. Reinhold Messner ne sa qualcosa. In qualche modo, la perdita del fratello Günther sul Nanga Parbat nel 1970 è stata l’ossessione della sua vita, un rovello mai esaurito, neppure quando, nel 2005, l’evidenza dei fatti è parsa dichiarare chiusa la questione: sì, Günther morì nel corso della discesa sul versante Diamir di quella maledetta montagna. Dunque Reinhold non l’aveva abbandonato prima ancora di aver raggiunto la vetta dal versante Rupal, secondo l’accusa rivoltagli dal capospedizione Karl Maria Herrligkoffer.

I resti di Günther Messner furono ritrovati ai piedi del versante Diamir dopo quasi quarant’anni; dopo che Reinhold era tornato più e più volte su quella montagna (compiendo anche la prima salita solitaria agli 8.125 metri della sua vetta), dopo aver scritto (Reinhold e altri autori) una pletora di libri su quella vicenda, dopo che un film (Nanga Parbat, di Joseph Vilsmaier, 2010) aveva accolto e divulgato la versione dei fatti di Reinhold come accertata e definitiva.

Ma la pace no. Se Reinhold cercava la pace cercando Günther, non credo che l’abbia trovata. O, di nuovo, gli è stata sottratta. Un libro del 2010, tradotto l’anno scorso da Lucia Prosino per le edizioni Versante Sud è tornato a riaprire il caso: si tratta di Nanga Parbat 1970, di Jochen Hemmleb (pagg. 212, 19 euro). Hemmleb, con piglio investigativo, testimonianze inedite di partecipanti alla spedizione del ’70 e forse uno zelo degno di miglior causa, ha sottoposto a una lettura critica incalzante le parole e gli scritti di Reinhold Messner sulla vicenda. Concludendo, in maniera fastidiosamente allusiva, che, sì, le cose andarono forse come sostiene Messner, ma anche...

Al cuore della vicenda c’è la salita solitaria intrapresa da Reinhold a partire dall’ultimo campo in quota com’era stabilito in caso di peggioramento del tempo, segnalato da un razzo rosso lanciato dal campo base. Un razzo blu avrebbe significato bel tempo – in quel caso tutti gli alpinisti presenti in quota avrebbero tentato la vetta. Fu sparato il rosso, per errore, si disse. Partito Reinhold, due altre cordate avrebbero dovuto attrezzare la via di discesa, ma Günther decise di raggiungere il fratello, e con lui giunse in vetta allo stremo delle forze.

Con Günther in quelle condizioni, Reinhold decise che la sola via di discesa possibile era dal versante opposto. Hemmleb, appoggiandosi sulla testimonianza del cineasta Gerhard Bauer e sulle contraddizioni rilevate nei libri scritti a distanza di anni da Messner stesso (quasi ignorando, l’autore, che la memoria è una funzione soggetta al passare del tempo...), sostiene di fatto che la traversata era già nei piani di Reinhold e che a quel progetto finì per sacrificare il giovane fratello.

Ciò che sostenne Herrligkoffer anche in tribunale, perché la spedizione finì ad avvocati e processi. Ma non stiamo a farla lunga. Messner arrivò più morto che vivo ai piedi della montagna, fu soccorso da pastori pakistani e per caso si imbatté nella spedizione che ormai lo considerava disperso, aveva smobilitato i campi e stava facendo ritorno a casa. Un po’ come successe a Hermann Buhl, che salì per la prima volta in vetta, da solo, nel 1953, contro l’ordine di rientro del capospedizione, un certo Karl Maria Herrligkoffer... Anche Buhl trovò i campi vuoti nel corso della sua drammatica discesa.

Sarà che gli uomini, gli alpinisti, non sfuggono al proprio destino; e che la Storia cospira a determinarlo. Se il Nanga Parbat è stato l’ossessione di Messner, prima ancora (1895!) fu teatro del tentativo visionario e fatale di Frederik Mummery (con Buhl un modello per Messner), e, nel Novecento, il totem di una cupa cultura alpinistica e ideologica tedesca. Negli anni Trenta, le spedizioni tedesche alla Montagna nuda furono autentiche parate dell’ideologia nazista, incuranti dei morti che i tentativi di salita richiedevano.

Herrligkoffer, che aveva perso un fratello in quelle spedizioni, ne era in qualche modo il continuatore. Messner, cresciuto nella stessa lingua, non poteva essere estraneo a un medesimo contesto culturale, ma solo per contestarlo radicalmente. A modo suo, naturalmente: affermando la propria individualità e le proprie contraddizioni, grandi quanto quella è grande. Sul Nanga Parbat, Günther, fratello minore, morì anche di questo. Ma non per questo. Colpa e sospetto sono categorie fuori posto per dire di due giovani che avevano sognato insieme quella montagna e che ne furono vittime, per una vita e per sempre.

Erminio Ferrari

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Nanga Parbat 1970
di Jochen Hemmleb

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