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Jirishanca, Peru e il tentativo di Michi Wohlleben, Arne Bergau e Hannes Jähn.
Photo by Hans Hornberger
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Jirishanca e il tentativo di Michi Wohlleben in Peru

03.04.2013 di Planetmountain

Intervista e video del tentativo di Michi Wohlleben, Arne Bergau e Hannes Jähn di salire nel 2012 il Jirishanca (6094m) in Peru.

Nevado Jirishanca, nelle Ande del Peru, è una di quelle cime che fanno sognare ad occhi aperti: creste affilate e ripide pareti ricoperte di neve.
Salita per la prima volta il 12 luglio 1957 da Toni Egger e Siegfried Jungmair, durante un formidabile tour-du-force in stile alpino lungo la cresta est, Jirishanca rimane un obbiettivo difficilissimo. Pochi infatti hanno avuto l'onore e la fortuna di arrivare sulla sua vetta di 6094m e ci piace ricordare ovviamente la spedizione del 1969 dei Ragni di Lecco guidata da Riccardo Cassin, che ha salito la parete ovest insieme a Natale Airoldi, Gigi Alippi, Casimiro Ferrari, Giuseppe Lafranconi, Sandro Liati e Annibale Zucchi.

Nel 1973 invece la parete sudest è stata salita in 49 giorni dai giapponesi Nakatsuka, Okada, Sato, Shinohara, Yoshiga e nonostante i numerosi tentativi seguenti, nessuno è più arrivato sulla cima di questa parete inospitale. I tedeschi Michi Wohlleben, Arne Bergau e Hannes Jähn l'anno scorso hanno cercato, senza riuscirci, mdi ripetere Suerte, la linea aperta nel 2003 da Stefano De Luca, Alessandro Piccini e Paolo Stoppini. Johanna Stöckl ha parlato con Wohlleben.



Michi, non siete riusciti a raggiungere la cima dello Jirishanca. Ti rode ancora oggi?

Oggi non più. Ma se devo essere onesto, aver fallito l’obiettivo mi ha tormentato per alcune settimane. Il dispendio di energie è stato grande, si mettono tante cose in gioco, e se poi non arriva il successo... si rimane per forza un po’ frustrati.

Hai usato la parola “fallire”. Suona molto negativa.
Di fronte a una tale impresa bisogna naturalmente mettere in conto che potrebbe anche non riuscire. Ma, da alpinista, si fissa una meta e la si vuole raggiungere. Anche se ce l’avevamo fatta fino ad un’altezza di circa 6.000 metri, la parete era proprio dietro di noi e solo una cresta innevata ci divideva dalla vetta, siamo dovuti ritornare indietro. Avrei naturalmente preferito essere lassù.

La sicurezza ha la precedenza.
Assolutamente sì. Dopotutto, una spedizione fallisce nel momento in cui un componente del team si ferisce gravemente o, nel peggiore dei casi, non torna proprio più a casa. Come nel recente episodio sul Broad Peak, dove, dopo la prima e riuscita ascesa alla vetta in invernale, due alpinisti polacchi sono scomparsi durante la discesa. In quel caso non ti consola proprio nessuna vetta, se non torni più a casa.

Cosa provi oggi, quando guardi il film sulla tua spedizione?
È una bella sensazione. Molto bella. Abbiamo trascorso anche dei bei momenti. Il team ha funzionato alla grande. Ma è stato anche estremo. Una volta scesi, ero molto felice di essere tornato sano e salvo. Ma ora, quando vedo le splendide immagini, mi rendo conto di quanto questa montagna e questa via mi affascinano. Posso proprio immaginarmi di ritentare ancora una volta lo Jirishanca. Adesso ci siamo arricchiti di alcune esperienze e sarebbe un vantaggio nel caso di un secondo tentativo. Se devo essere onesto, sono già molto motivato a prepararmi per partire di nuovo.

Sulla tua pagina Facebook ho visto che subito in seguito alla spedizione sei stato molto attivo. Seoul, Sicilia, Patagonia…
A Seoul sono stato per il Salewa Rock Show, in Sicilia sono riuscito a fare una fantastica via di arrampicata libera (Hystrix 8a+/ 250m). È stato positivo. A seguire, la Patagonia non è andata proprio bene, lì abbiamo imparato a nostre spese. Quindi, non ho proprio raccolto grossi successi ultimamente. Non posso certo dire di essere soddisfatto.

Con i tuoi 21 anni senti già la pressione degli sponsor? O sei tu a crearti pressione, nel senso che ti aspetti molto da te stesso?
Non avverto per nulla pressione da parte degli sponsor. Definisco io stesso i miei progetti. Personalmente non mi creo alcun tipo di pressione. Piuttosto, ho voglia di questi progetti. E quando sono in Patagonia e il mio obiettivo è la vetta del Cerro Torre, voglio solo arrivare lassù. È chiaro.

Dal punto di vista mediatico anche un fallimento si può vendere molto bene. Il bel film sulla spedizione Jirishanca lo dimostra.
La gente è molto interessata anche agli insuccessi, non solo alle storie di successo. Si deve solo “confezionare il fallimento” nel modo giusto. Ma una cosa è certa: non vado in montagna per suscitare l’attenzione mediatica. Voglio seguire in prima linea la mia passione.


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