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Perdidos en el Mundo: Lorenzo Lanfranchi e Mirko Masè in apertura sul 7° tiro
Photo by Mirko Masè, Lorenzo Lanfranchi, Simone Pedeferri
Perdidos en el Mundo
Photo by Mirko Masè, Lorenzo Lanfranchi, Simone Pedeferri
Perdidos en el Mundo: Simone Pedeferri libera la 9° lunghezza
Photo by Mirko Masè, Lorenzo Lanfranchi, Simone Pedeferri
Perdidos en el Mundo: Discutendo sul lavoro fatto
Photo by Mirko Masè, Lorenzo Lanfranchi, Simone Pedeferri
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Nuova via su Cerro Walwalun nella Valle Cochamó in Cile

12.03.2013 di Mirko Masè

A febbraio sulla parete nord di Cerro Walwalun nella valle Cochamo in Patagonia, Cile, Lorenzo Lanfranchi, Mirko Masè, Simone Pedeferri, Mattia Tisi e Andrea Zaffaroni hanno aperto la via Perdidos en el Mundo (870 mt, 23 lunghezze, 7b+, 6c+ obb.). Il racconto di Mirko Masè.

La bellezza non si spiega, c'è. Si sente. Forse, si avverte nell'aria. E' così che l'anima di una parete a volte s'intuisce ancor prima di toccarla con mano. Proprio come in questa salita. Il team è composto da forti scalatori. Ma questo non basta. Occorre ci sia dell'altro. Come l'amicizia. La capacità di stupirsi e anche di scherzare. Solo allora, ma non sempre, accade d'incontrare ciò che non ti aspetti. Come un laghetto riscaldato dal sole alla base della grande muraglia per un incredibile bagno. Oppure come una sorgente su un'insospettata cengia tanto larga da poterci stare senza essere legati. Una vera oasi. Un regalo di quella natura che è lì pronta ad essere scoperta e vissuta con felicità. Vi pare strano se pensiamo che tutto ciò è bellezza, aldilà di tutto?

PERDIDOS EN EL MUNDO di Mirko Masè

Sono stanco e poco dopo aver consumato la cena servita dagli assistenti di volo crollo in un sonno profondo nonostante il fastidioso suono dei motori. Ho lavorato molto nell’ultimo periodo per potermi permettere un viaggio di cinque settimane ma finalmente si parte anche se l’entusiasmo lascia spazio ad un po’ di rammarico: mia moglie è al quinto mese di gravidanza… Alla ormai affiatata squadra formata da me, Simi e Pala, quest’anno si sono aggiunti Mattia, mio storico socio di avventura, e Zaffa, il più giovane dei cinque.

Nonostante sia la mia sesta spedizione in Sud America, il Cile resta una terra a me sconosciuta. Proprio questo elemento di mistero è uno degli aspetti che più mi affascina dei miei viaggi. Si scoprono posti nuovi, si visitano altri mondi, si conoscono realtà diverse ed è forse per questo motivo che viaggiamo per aprire nuove vie, per colmare la nostra sete di scoperta e, come gli esploratori d’un tempo, apriamo linee interpretandole liberamente.

Non lo immagino affatto il Cile e quando arriviamo a Puerto Montt, troviamo la tipica cittadina Sud Americana con taxi dai clacson orchestrali, stazione dei bus invase da persone e bettole che servono pollo con patatine fritte e birra in bicchieri, come d’uso, appena tirati fuori dal freezer e serviti al tavolo ricoperti di brina.

In questo luogo quello che più mi colpisce è il paesaggio. Siamo sul mare in piena estate e tutt’intorno è verdissimo, mi ricorda la Scandinavia: “Guarda quanto piove” - mi dice Simone – “cazzo, non dovrò mica restare un mese chiuso in tenda ad ascoltare il battito dell’acqua sul telo, leggendo e rileggendo lo stesso libro?”…

Percorrendo la strada lungo i fiordi, passando ai piedi del vulcano Osorno, arriviamo al paese di Cochamò dove sbocca sul mare la omonima valle. Qui le cozze vengono allevate per qualche tempo per poi passare ad acque più salate.

Passiamo la notte da Siro, il huaso (gaucho cileno) che il giorno successivo ci seguirà con i suoi cavalli e porterà i nostri trecento chilogrammi di materiale e cibo al campo che si trova a circa tre ore di cammino. Lì piazzeremo la nostra base.

Il prato verde è incassato nel fondo di una valle formata da pareti di grigio granito solcato da fessure che disegnano splendide linee che corrono alte verso il cielo blu. Con gli occhi attenti scrutiamo la parete alla ricerca di una logica sequenza che unisca estetica e fattibilità.

Quest’anno l’obiettivo è la parete del Walwalun che nasce dalla testata della valle dell’Anfiteatro per svettare un migliaio di metri più in alto. La parete, che ci affascina subito, non sembra offrire semplici possibilità di salita e per un’intera giornata percorriamo con il binocolo le sue line più logiche che però vanno morendo o conducono a zone non interessanti.

La tradizione alpinistica che ha caratterizzato le esperienze nel gruppo ci inviterebbe a salire interamente una via che porti in cima perché è la forma che racconta compiutamente il rapporto di una cordata fatta di amici. Questa l’intenzione ma questa montagna sembra non volersi concedere... Torniamo così un po’ pensierosi dopo la ricognizione e il trasporto di un carico di materiale al campo base. Forse la notte buia, oltre a mostrarsi con una volta celeste come mai avevo visto prima, calmerà la frenesia del voler trovare a tutti i costi una linea nuova e probabilmente i nostri occhi avranno altre prospettive per studiare il mondo verticale e mettere a punto un piano d’attacco.

Non sempre una via balza all’occhio nella sua espressione più logica. E’ appunto da scovare, a volte tra i settori più imprevedibili che poi sono quelli anche più dubbi, quelli che possono farti rinunciare, quelli cui dai la colpa di un insuccesso ma anche quelli che al tempo stesso ti motivano e ti fanno sognare.

Le temperature sono in aumento e durante l’avvicinamento il clima già molto caldo è tenuto a bada dalla fitta vegetazione che mantiene ombreggiato il sentiero che porta all’Anfiteatro. Troviamo un sasso strapiombante ottimo per bivaccare e che diventerà la nostra casa.

Un mese, una settimana ma anche un solo giorno trascorso in un luogo poco accogliente non è un così bel momento. Allora il bivacco prende forma, costruiamo una panca, un focolare, un tavolo, arredi essenziali e così diventa casa, diventa nostra e lo diventa per tutti coloro che passeranno.

La parete mi emoziona e attacco nel momento più caldo della giornata. La sua linea logica induce a credere che si possa salire velocemente ma dopo tre ore mi trovo disidratato e bollito dal sole cocente del primo pomeriggio con solamente cinquanta metri sotto di me e la corda che mi assicura che finisce a parecchia distanza dalla parete all’ombra delle piante dove i miei compagni ormai sono quasi addormentati.

Sopra di me si presenta il grande dubbio, la fessura finisce e sono sicuro che inizierà una battaglia lungo una sequenza di placche che potrebbero condurci al nulla. Decidiamo di riprendere nelle più fresche ore del pomeriggio avanzato, quando la roccia non sarà più scaldata dal sole.

L’esposizione della parete del Walwalun è Nord, ma essendo nell’emisfero australe, i versanti settentrionali sono invasi dal sole per quasi tutta la giornata così da rendere praticamente insalibili le sezioni di placca che appunto richiedono una scalata con un particolare uso dei piedi.

Il dubbio, la prova, il tentativo buono, l’altro meno, la tensione, il rischio di dover buttare via ore di lavoro, sono queste le sensazioni che proviamo su una via dove la relazione finisce nel posto in cui ti trovi, dove hai poche certezze e quelle che avevi già sono dimenticate.

Comunque si passa e un altro tiro è stato fatto e poi un altro ancora, è questo il modo con cui l’animo si autoalimenta di coraggio che di sosta in sosta ci accompagna nelle ore e nei giorni fino a metà parete, nel centro del Walwalun, in questa immensa superficie fatta di diedri, tetti, fessure e placche che cambiano forma e profondità al rotare della luce solare.

Ci troviamo ad aver salito 13 lunghezze e 500 metri di via nuova e da questo punto in avanti diventa tutto più difficile, il trasporto del materiale in parete così come il cibo, l’attrezzatura o i liquidi, risultano essere operazioni faticose. Più in alto si va e più fatica si fa, soprattutto per l’acqua che pesa un casino e dura pochissimo.

Arrivati sulla cengia a metà parete la nostra montagna ci sorprende con un grande regalo che forse il Walwalun ha tenuto per coloro che un giorno sarebbero passati. Per gli ospiti, che ha deciso di accogliere, ha preparato un ottima stanza da letto, sicura e comoda al punto da riuscire a stare slegati ed una sorgente di acqua fresca. Questo luogo sarà il piano superiore della nostra casa, dove passeremo due notti sospesi tra montagne e stelle che quasi ci toccano.

L’acqua in parete è tutto o quasi. Posso perdere un chiodo o rompere una corda, come successo, ma continuare la salita. Senza acqua, però, si scende. Quindi, grazie alla fonte trovata, possiamo decidere di restare alla cengia salendo con i viveri così da attaccare la parte alta della parete.

Sopra la scalata cambia anche la roccia è diversa, più vecchia, offre maggiori fessure e risulta essere decisamente verticale. Una successione logica di linee intuite con un magnifico gioco di squadra ci fa passare attraverso questa muraglia, svelandoci i suoi segreti, completando il ventitreesimo tiro sulla vetta del Walwalun, che abbiamo raggiunto attraverso un cammino verticale fatto di roccia fantastica.

Lo chiameremo Perdidos en el Mundo, così come perse erano le nostre anime là in cima, trascolorate nella nostra soddisfazione, che si rifletteva nelle pareti grigie e rosa, nelle valli dai toni verdi, nell’azzurro del cielo che si rispecchia nei laghi sospesi e fin laggiù, all’orizzonte, nel blu profondo dell’oceano Pacifico. Ci siamo persi e ora ci siamo ritrovati. Si torna e ai pensieri si sovrappongono i pensieri. Su tutti però domina uno: il mio bimbo nella pancia della sua mamma.

Perdidos en el Mundo
Walwalun parete Nord, Cochamò, Cile
870 mt, 23 lunghezze, 7b+ (6c+ obb.)
Prima salita: Lorenzo Lanfranchi, Mirko Masè, Simone Pedeferri, Mattia Tisi, Andrea Zaffaroni dal 2 al 6 Feb 2013

Ringraziamo:
Climbing Technology per l’attrezzatura alpinistica http://www.climbingtechnology.it
Racer per gli integratori alimentari http://www.racerstore.it

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