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Dalla seconda sosta della via Motti - Grassi alla Rocca Sbarua
Photo by Maurizio Oviglia
Maurizio Oviglia all'inizio del 2° tiro della via Motti - Grassi alla Rocca Sbarua.
Photo by Paolo Seimandi
Sul 2° tiro della via Motti - Grassi alla Rocca Sbarua
Photo by Ugo Finardi
Via Motti - Grassi al Pilastro Grigio della Rocca Sbarua
Photo by archivio M. Oviglia

La Motti - Grassi a Rocca Sbarua superata in green point... con un po' di storia

10.02.2013 di Maurizio Oviglia

Maurizio Oviglia racconta la sua salita in "green point" (clean climbing) della storica via aperta da Gian Piero Motti e Gian Carlo Grassi sul Torrione Grigio della Rocca Sbarua (Monte Feidur, Piemonte), un modo per ripercorrere un po' di storia dell'arrampicata e proporre un pensiero "differente".

Il 6 febbraio, in compagnia di Paolo Seimandi e Ugo Finardi, ho effettuato la “green point“ della via Motti Grassi sul Torrione Grigio, a Rocca Sbarua (Torino). Aperta nel gennaio del 1966 da Gian Carlo Grassi e Gian Piero Motti, è considerata una delle più classiche arrampicate granitiche del Piemonte, nonché una delle più belle vie che i due famosi alpinisti ci hanno lasciato in eredità. Aperta in buona parte in artificiale ma con passaggi di libera sino al VI (e artificiale sino all’A2) e con l’uso di diversi chiodi a pressione, supera con tracciato intelligente ed elegante la parete sud del Torrione Grigio, considerato dai piemontesi una specie di miniatura del Gran Capucin. Sebbene la sua fama di difficoltà, negli anni successivi all’apertura, la via divenne rapidamente molto ambita ed i chiodi presenti si moltiplicarono velocemente, come accadde del resto a tutte le grandi classiche alpine. Nel 1981 la via fu liberata integralmente da Marco Bernardi, che le assegnò il grado di VII+, anche se sul celebre “100 nuovi mattini” si riportavano ancora due chiodi in artificiale, ben visibili nella foto con tanto di staffe. Successivamente fu spittata integralmente (come quasi tutte le altre vie della zona), anche se di recente pare che alcuni spit (in verità non più di una manciata) siano stati rimossi. Tuttavia, con lo stato attuale della chiodatura è necessario integrare con qualche friend, nulla di più. Peraltro, come fanno notare diversi ripetitori piuttosto contrariati da questo fatto, l’uso dei friend sarebbe addirittura “fastidioso” a Rocca Sbarua, dove le vie sono generalmente interamente spittate. Purtroppo è da segnalare anche la recente apertura (anni 2000) di diversi itinerari vicini o che intersecano la famosa via storica, rendendola così difficile da seguire (sempre secondo diversi commenti letti su internet).

Tutto ciò storicamente premesso, ho superato la via in clean climbing senza far uso di nessuno spit né dei chiodi originali presenti, vale a dire che mi sono assicurato solo con i friend posizionati durante la salita (clean climbing), seguendo l’esatto tracciato originale. Va specificato infatti che con la spittatura, il tracciato della via era stata variato in più punti.

Se devo essere sincero il “green point”, ovvero percorrere in clean climbing (solo con nut e friend) una via già spittata, non mi ha mai attirato molto. Forse per lo stesso motivo per cui non mi convincono coloro che, per giustificare le fessure spittate, affermano: “se vuoi fare il trad, basta far finta che gli spit non ci siano! Che fastidio ti danno?”. Anche se mi impongo di non usare gli spit, se questi ormai ci sono, la via è comunque diversa, se non altro perché, a differenza di una via che non li ha, questa non presenta la stessa sfida per tutti… Non c’è infatti molto gusto a salire una montagna, anche per la massima pendenza, quando ormai ci sale una comodo sentiero… Per quanto tu possa far finta di non vederlo, c’è! Per questo motivo, al green point, ho sempre preferito cercare qualcosa di nuovo da salire nello stile che più mi aggrada.

Tuttavia si può sempre fare un’eccezione e uno strappo alle proprie convinzioni, senza rischiare di risultare poco coerenti… Considerazioni di carattere etico a parte, l’idea di salire la Motti-Grassi in clean climbing non è nata da un intento polemico verso chi l’ha riattrezzata a spit, per cercare di dimostrare che se ne poteva fare a meno, ma da una semplice sfida personale. A volte le idee si cristallizzano nella tua mente semplicemente grazie ad un caso fortuito e può capitare che ci mettano addirittura 30 anni a maturare. In poche parole, una cosa del genere, qualche anno fa, non mi sarebbe mai venuta in mente! Avevo infatti salito questa via esattamente 30 anni fa, con Luigi Casetta, un caro amico di quegli anni, in una calda mattinata di giugno. In quella piacevole giornata, salimmo in buona parte in arrampicata libera, ma in diversi punti fummo costretti ad effettuare dei resting. Sulla seconda lunghezza, poi, vi era un tratto strapiombante protetto da chiodi a pressione, totalmente liscio. Si diceva che solo Marco Bernardi fosse riuscito a passare in libera, e neanche sulla linea di chiodatura, ma nessuno sapeva esattamente i particolari. Dove si era tenuto per passare in libera? Mah! In quegli anni Marco liberava praticamente tutto, ci pareva un alieno, per cui non ci stupivamo più di nulla. Per noi, che come limite massimo avevamo il 6a, quel tratto ci pareva totalmente privo di prese e lì usammo addirittura le staffe…

Un paio di mesi fa, mentre scrivevo per l’annuario UP un articolo sulla storia della Fessura della Disperazione, ho contattato Marco Bernardi per fargli alcune domande in proposito, considerato che anche di quella via era stato il primo salitore in libera. Per l’occasione, Marco andò a consultare il suo diario di allora: la sua ripetizione della Fessura della Disperazione risultava nel 1979, appena dopo la salita della Motti-Grassi in Sbarua, dove però, mi specificò bene Marco, era stato costretto ad usare quattro chiodi (il famoso tratto liscio, che liberò poi successivamente, nel 1981). Questo particolare, mi riportò improvvisamente in mente quel passaggio e quei chiodi a pressione. Mi chiesi se fosse stato possibile salire senza utilizzarli, mi domandai se questa mitica via, salita con uso di chiodi, fosse superabile “all’inglese”, ovvero usando solo nut e friend. Sulla carta, la difficoltà in libera non era altissima, è vero, ma sarebbe stato possibile proteggersi nelle sezioni in cui Grassi e Motti avevano utilizzato i chiodi a pressione? Ma se loro erano stati costretti ad utilizzarli, conoscendo le convinzioni di Motti a riguardo, di certo non vi dovevano essere fessure! Inutile dire che della via avevo ormai ricordi troppo vaghi… occorreva per forza fare una ricognizione! Improvvisamente mi resi conto che la cosa mi stava prendendo e confidai a Ugo Finardi questo mio desiderio, chiedendogli se fosse stato disposto un giorno ad accompagnarmi senza prima spargere troppo la voce: accettò di buon grado, nonostante non arrampicasse più da molto tempo… e combinammo di andarci in un prossimo futuro. Intanto però passarono tre mesi, senza che riuscissi a partire per il Piemonte e a togliermi dalla mente il pensiero…

6 febbraio 2013 – siamo finalmente all’attacco della via, in una giornata freddissima e ventosa. Oltre a Ugo, alla cordata si è aggiunto Paolo, mio grande amico e compagno di trad-avventure, anche lui piuttosto a digiuno di scalata nell’ultimo periodo. Nonostante la temperatura di poco sopra lo zero, non vedo l’ora di provare e sono eccitato come da tempo non mi capitava più in Sbarua. Ovviamente non ho avuto modo di provare preventivamente la via, né di verificarne la proteggibilità: dovrò giocarmi il tutto per tutto in una mano sola, tentando una on sight, o meglio una “retro flash”. Ugo ha portato con se tutte le guide pubblicate fino ad ora, nonché tutti i commenti usciti su internet a riguardo della via. Abbiamo lo zaino pieno di libri e fogli! Nonostante tutto, lo schizzo più attendibile rimane ancora quello stilato da Motti nella prima guida, il mitico libretto blu. All’imbrago ho due serie complete di friend, tra black diamond e totem cams, non avendo idea di che materiale esattamente serva… Piuttosto appesantito, aggredisco il primo tiro. Le cose vanno piuttosto bene, e si rivela abbastanza proteggibile, con una difficoltà di poco superiore al 6a. A me sembra un solido 6a+, ma sarà che non ho utilizzato gli spit, ah, ah! Se è tutta così, va di lusso, penso! Nonostante questo, arrivo alla prima sosta a corto di materiale. Il secondo tiro inizia con la famosa fessura diagonale. Nessun problema, sinchè ci son fessure, c’è speranza! Poi si va in verticale e le cose si complicano. Non è sempre facile proteggersi e mi fa uno strano effetto non passare gli spit o i vecchi chiodi di Grassi… Verso la fine del tiro ci son due possibilità: seguo la linea di sinistra, una leggera variante, per evitare il bombè completamente liscio protetto dai due famosi spit. Anche Bernardi, a quanto ne so, non passò proprio sugli spit ma a sinistra quando liberò questi due famosi chiodi. Con questi vaghi ricordi, mi butto anche io a sinistra, seguendo una serie di vaghe fessurine; poi però tutto scompare, sino ad uno spit con maillon da cui la maggioranza dei ripetitori fa una traversata a corda ricongiungendosi alla linea originale. Nonostante la difficoltà non estrema, le salite in libera di questa via sembrano piuttosto rare… Sono nei casini fino al collo, penso! Protetto da due microfriend messi di rovescio, salgo e scendo più volte, senza il coraggio di traversare in libera a destra il tratto del pendolo… Eppure è possibile, mi ripeto, l’ha fatto Bernardi più di 30 anni fa! Sempre che non sia passato più a destra! Davanti agli occhi, ho uno spit che mi sto imponendo di non passare… debbo per forza tentare, ma mi manca il coraggio. Ridiscendo e provo invano a destra della via originale; in questo modo i microfriend sono troppo lontani, se cado farei un pendolo pauroso sollecitandoli troppo. Non mi fido, ritorno sui miei passi. Ormai stanco, azzardo infine il passaggio, raggiungendo il tetto… Un friend entra malamente e con le ultime energie mi ribalto sopra sfinito! Wow, che soddisfazione, il 6c più duro della mia vita! Non pensavo davvero più di farcela! Gli ultimi due tiri, sulla carta più facili, proseguono bene, a parte un lungo runout su una placca, tuttavia non particolarmente difficile. Ma la tensione resta alta sino alla fine, date le possibili sorprese in agguato… Verso le 15 siamo in cima, a goderci l’ultimo sole. Lo sguardo spazia su tutta la pianura, dominata dal Monviso, il Re delle Alpi. Oggi si riesce addirittura a vedere l’Appennino Piacentino! Non c’è nessuno, la Sbarua è tutta per noi e la luce del tramonto e davvero magica, un privilegio raro!

Durante le calate, mi domando perché mi senta così soddisfatto di questa salita. Mi rendo conto che a molti parrà un’inutile forzatura. In fondo, la libera era già stata fatta, più di 30 anni fa, e le difficoltà non sono nemmeno così alte da poterla considerare come una performance di un qualche rilievo. Chissà. Mi piace l’arrampicata, perché le regole non sono così rigide, e ci puoi sempre mettere un po’ di tuo: spesso basta semplicemente cambiare qualcosa perché tutto appaia nuovo, diverso, più eccitante e stimolante. In altri sport non si ha la possibilità di scegliere, nella scalata si! Improvvisamente, ti si spalancano mondi, in rocce e luoghi che pensavi di conoscere bene. In fondo, oggi mi sono sentito un po’ come Motti e Grassi, quando hanno salito per la prima volta questa meravigliosa via. Sarò sincero: ho anche pensato che questo itinerario avrebbe meritato un destino diverso da quello che ha avuto negli ultimi anni, e con lui tante altre vie di Rocca Sbarua. Come è attrezzato oggi lo si può salire “in sicurezza”, ed è alla portata di molti, quasi tutti. A leggere i commenti dei ripetitori su quei fogli che ha portato Ugo, c’è persino chi si “annoia” a ripeterlo, e ne rimane deluso: si aspettava evidentemente qualcosa di più dalla fama di questa via e dei primi salitori. A differenza di lui, io oggi mi sono molto emozionato a ripeterlo! Oggettivamente, senza chiodi e spit, forse nessuno lo salirebbe più… per cui proporne una revisione sarebbe decisamente utopistico ed impopolare. Come dire… in questo periodo di crisi e di austerity, se ci tolgono anche gli spit è finita! ?) Mi accontento dunque di averne dato una diversa interpretazione, che probabilmente rimarrà solo un gioco personale, fine a se stesso, di cui fra qualche giorno nessuno si ricorderà più… Ma ora chissà, magari a qualcun’altro, verrà qualche altra idea bizzarra, per dimostrare semplicemente che le cose possono essere viste diversamente, e prima di compiere delle azioni irreversibili non condivise da tutti forse bisognerebbe riflettere un po’ di più. The show must go on… almeno sinchè esisterà la fantasia e la voglia di mettersi in gioco… Franco Perlotto ha scritto che il free climbing è morto nel 1985 con le prime gare di arrampicata. Forse tutto ciò non l’aveva previsto, forse il suo Think Pink oggi suonerebbe meglio come Think Different…

Maurizio Oviglia

Note tecniche: la salita in clean climbing di questa via non è da sottovalutare e necessita di buona esperienza nella posa delle protezioni. Inoltre il passaggio chiave, valutabile almeno 6c, è obbligatorio e protetto da due microfriend. Tuttavia, se si piazzano bene le protezioni, nessun tratto della via presenta tratti particolarmente pericolosi. Sulla quarta lunghezza c’è una sezione improteggibile di circa 6/7 metri ma nell’ordine del VI grado classico. Tutto il resto si protegge bene con due serie di friend, sino a 2BD. Utile un 3BD. I nut sono utili ma non indispensabili. Le valutazioni del tracciato originale che abbiamo seguito sono, secondo noi: 6a/6a+, 6c, 6a, 5c+, 6a+ su uno sviluppo di 140 mt. In clean climbing la via è valutabile 6c (6b+ obbl)/R2/I, oppure E3 6a in gradi inglesi

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