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Renan Ozturk, Sharks Fin, Mount Meru, Garwal Himalaya
Photo by Jimmy Chin
Tom Randall
Photo by Alex Ekins
Chris Sharma, Oliana, Spagna
Photo by Boone Speed
Alex Honnold, Phoenix, Yosemite National Park, California
Photo by Peter Mortimer
INFO / links & info:

Reel Rock 7, la recensione del Film Tour

16.11.2012 di Franz Schiassi

La proiezioni dell'ultimo lavoro di Big Up Productions, che sta intraprendendo un tour mondiale prima della pubblicazione tramite download. La recensione di Franz Schiassi.

Lo sviluppo dell'arrampicata moderna è stato di certo aiutato dalla possibilità di mostrare agli appassionati, sia di lungo corso che potenziali, immagini sempre più spettacolari riguardanti molti aspetti della verticale. Fino ad almeno i primi anni ottanta, erano quasi sempre gli stessi interpreti dell'alpinismo e delle grandi spedizioni a doversi e a sapersi reinventare come documentaristi e narratori delle loro stesse imprese. Fu solo dopo, a partire da nomi come Edlinger e Berhault, che gli interpreti delle pareti hanno cominciato ad appoggiarsi a professionisti della cinepresa in maniera sempre più significativa e con risultati sempre più coinvolgenti.

Per chiunque sia curioso di sapere (e vedere!) cosa è successo nel mondo dell'arrampicata ultimamente, Big Up Productions è ormai un nome di riferimento. La loro prima serie di successo, Dosage, ha gradualmente lasciato il posto a Reel Rock, che quest'anno arriva alla sua settima incarnazione. Preceduto da diversi trailer su YouTube, Reel Rock 7 è attualmente proiettato in moltissime località del globo in una sorta di tour, prima del lancio ufficiale attorno a Natale. La produzione continua con la struttura ad episodi delle precedenti uscite ma a differenza del capitolo del 2011, che mostrava anche "specialità" come l'arrampicata in velocità e lo slacklining, Reel Rock 7 torna ad occuparsi strettamente di arrampicata sportiva e alpinismo moderno al limite, soffermandosi non solo su personaggi molto conosciuti ma anche su volti nuovi.

Il primo episodio, "La Dura Dura", è forse il più atteso, non fosse altro per la presenza di Chris Sharma ed Adam Ondra. I due climber si erano già incontrati sullo schermo nel documentario Progession (sempre della Big Up Productions), con Adam allora quindicenne e Chris fresco dei primi 9b. La successiva crescita del prodigio di Brno ci era poi stata mostrata in "The Wizard's Apprentice" ed ora vediamo questi due giganti della falesia alla pari mentre lavorano lo stesso, difficilissimo tiro: La Dura Dura, un probabile 9b+ ad Oliana (Catalogna). Per quanto forse leggermente al di sotto delle aspettative, l'episodio riesce bene nell'intento di parlare non solo di arrampicata e dell'arduo progetto, ma anche dei suoi due interpreti. Chris e Adam, infatti, vengono messi a confronto non solo sulla roccia (interessante vederli affrontare gli stessi passaggi con sequenze molto diverse), ma anche a livello di mentalità e carattere. Da questo punto di vista, vediamo la superstar americana decisamente rilassata e "a casa" nelle falesie catalane mentre il giovane Adam è ovviamente ansioso di mettersi alla prova il più possibile sui magnifici tiri a cui, al tempo, poteva avere accesso solo durante le vacanze concessegli dalla scuola. Tirando le somme, "La Dura Dura" sembra quasi voler forzare l'abbandono della corona di miglior arrampicatore sportivo al mondo da parte di Chris Sharma e rischia forse di tipizzare Adam Ondra nel tentativo di introdurlo definitivamente al pubblico americano. Lo spazio dedicato a Sasha DiGiulian, Daila Ojeda e ad altre fortissime arrampicatrici attive in Catalogna avrebbe potuto essere maggiore, mentre è decisamente positivo vedere Sharma chiodare e lavorare spettacolari vie sportive di più tiri e altri monotiri al limite sulle incredibili pareti di Margalef.

Molto diverso per luogo, stile e tipo di sfida è invece il secondo episodio che racconta di Conrad Anker e del suo desiderio quasi ventennale di conquistare la Shark's Fin (pinna di squalo), una spettacolare sottocima del Meru, un seimila metri indiano nell'area del Nanda Devi. Dopo un'estenuante ma infruttuosa prima spedizione, Anker e i suoi compagni Jimmy Chin e Renan Ozturk tornano alle loro vite, che nel caso di Anker prevede anche una moglie e dei figli. Tuttavia, il desiderio di volersi misurare di nuovo con la splendida cima indiana non tarda a farsi sentire e i tre si decidono per un ulteriore tentativo. Ma un incidente a pochi mesi dalla nuova partenza mette in forse la spedizione e rischia di incrinare non solo il rapporto tra i tre scalatori, ma anche quello con i loro cari. Questo secondo episodio, intitolato appunto "The Shark's Fin", è decisamente ottimo sotto molti punti di vista e ripropone molti temi umani tipici dell'alpinismo: il desiderio di esplorazione da conciliare con gli impegni di una vita normale, il ricordo di compagni caduti in montagna e l'impossibilità di vivere senza quegli stessi rischi che hanno troncato le loro vite, il dilemma del dover scegliere di continuare nonostante un amico in pericolo o di abbandonare e, involontariamente ma forse inevitabilmente, farlo sentire colpevole della ritirata. La storia di Anker, Chin e Ozturk piacerà particolarmente agli amanti della montagna un po' vecchia scuola e sarà di loro gradimento vedere che certe gioie, così come certi dolori, della "lotta all'alpe", non solo possono sopravvivere, ma possono anche convivere con un un concetto di arrampicata che continua ad allargarsi e ad includere nuove varianti e discipline.

Decisamente più leggero, ma non per questo meno coinvolgente, è il terzo episodio, "The Wideboyz", un curioso viaggio all'interno del mondo dell'arrampicata su (e spesso anche dentro) spaccature particolarmente larghe, le cosiddette "offwidth". Questa specialità, dominata da un manipolo di eccentrici e forzutissimi arrampicatori americani, verrà stravolta da Tom Randall e Pete Whittaker, due giovani inglesi. Il simpatico duo, dopo aver scalato il poco che la nativa Inghilterra aveva da offire ed essersi allenati duramente in cantina per due anni, raggiungono l'altra sponda dell'oceano con una lista di ambiziose salite offwidth da ripetere. Il loro piano include anche la Century Crack, una lunghissima spaccatura su un tetto orizzontale lungo 40 metri che era stata salita con passaggi di artificiale ma mai in libera. The Wideboyz" risulta tanto divertente quanto interessante e ripropone la mai troppo assopita rivalità tra arrampicatori americani ed inglesi. In particolare, questo racconto è un'ottima risposta ad uno degli episodi di Progression, ovvero la visita da parte del "Team America" (costituito da Honnold, Jorgesen e Segal) al gritstone del Peak District inglese. E come i giovani americani avevano salito con facilità molti banchi di prova del trad britannico, così Randall e Whittaker si portano a casa molte temute offwidth, con addirittura i complimenti di uno dei grandi veterani di oltreoceano che, sportivamente, ammette di aver assistito a qualcosa che "non sarebbe mai riuscito a fare, neanche nei giorni di forma migliore".


Ed è il sopracitato Honnold il protagonista della quarta e ultima parte del Reel Rock 7, intitolata non a caso "Honnold 3.0". Dopo le sue incredibili realizzazioni senza corda sui "big wall" dello Yosemite National Park (anche queste documentate in precedenti cortometraggi), Alex Honnold è diventato famoso non solo nel mondo dell'arrampicata, ma anche presso il normale pubblico statunitense. Fortunatamente, questa popolarità non ha cambiato lo stile di vita frugale ed incentrato sull'arrampicata del giovane di Sacramento, che decide di svernare tra i blocchi delle Buttermilks di Bishop. Dopo aver acquisito un po' della potenza tipica di chi fa boulder ed aver chiuso un paio di spaventose linee "highball" su blocchi alti almeno una decina di metri, Alex ritorna a Yosemite per farsi di nuovo tentare dalle immense pareti di granito della valle. Ed è così che, dopo aver effettuato un nuovo record di velocità sotto le 24 ore sulla "Triple Crown" (le tre pareti più alte di Yosemite) con Tommy Caldwell, il simpatico Alex decide di ripetere l'impresa da solo e scalando il più da slegato possibile Mount Watkins, l'Half Dome e addirittura il Nose dell'El Capitan in meno di 24 ore (incluse le discese e gli avvicinamenti). Si tratta di un'impresa che, per quanto non si tratti di un free-solo integrale, ha veramente dell'incredibile e che viene quasi minimizzata dal candore e dalla simpatia del suo realizzatore. Ancora di più che nei suoi precedenti exploit, Honnold appare qui per quello che è: un arrampicatore sopraffino ed estremamente completo, con una passione tanto grande quanto genuina per una disciplina che ci ricorda che l'arrampicata "psicologica" ha ancora molto da dire, anche nell'era dei bolt.

Per concludere, Reel Rock 7 si mantiene sui livelli di qualità dei precedenti episodi. Per quanto gli episodi siano completamente seperati, a differenza di Progression che aveva un filo conduttore almeno parziale, sono tutti molto coinvolgenti e ben ritmati. La visione al cinema è senz'altro consigliata se si è particolarmente curiosi, magari a seguito dei trailer sapientemente rilasciati da Big Up Productions per creare la giusta aspettativa...

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