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Tommy Caldwell e Matteo della Bordella sulla Nord del Titlis
Photo by archivio Caldwell
Tommy Caldwell e Matteo della Bordella in falesia.
Photo by archivio Caldwell
Il climber statunitense Tommy Caldwell
Photo by archivio Caldwell
Portami Via: il muro dove Tommy Caldwell si è perso, non vedendo spit.
Photo by Ricky Felderer
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Tommy Caldwell e il suo intenso tour d'arrampicata tra Rätikon e Wenden

31.10.2012 di Tommy Caldwell

L'arrampicata in europa dal punto di vista di un climber straordinario, lo statunitense Tommy Caldwell che ha salito alcune vie di più tiri nel Rätikon, Val Bavona e Wenden, dove spicca la ripetizione di Portami Via con l'apertura di una variante.

L’arrampicata sportiva non è né l'una né l’altra… o no?

Sono un figlio degli anni ‘80. Quando avevo sette anni amavo i fuseaux viola con strisce tigrate e sognavo di portare i capelli corti sui lati ma lunghi dietro. Era l’epoca in cui nasceva l’arrampicata sportiva. Nel mio stato, il Colorado, infuriavano le guerre degli spit. L'etica della “new school” era che gli arrampicatori statunitensi stavano perdendo terreno. Gli europei, invece, stavano spittando pareti più strapiombanti e il nuovo stile d’arrampicata, decisamente più atletico, li rendeva più bravi. I climber della vecchia generazione, dal loro punto di vista, vedevano d'altra parte gli spit come una sorta di profanazione della roccia, una dimostrazione di debolezza. L’arrampicata doveva essere pericolosa. Se salivi sopra uno spit eri come una di quelle fighette in fuseaux dell’arrampicata sportiva. E non avevi il diritto di chiamarti arrampicatore. Dicevano “l’arrampicata sportiva non è né l'una né l’altra.”

Sì, l'arrampicata sportiva è l’arrampicata sicura… sì dai. E’ quello che mi stavo dicendo  proprio mentre guardavo giù e vedevo la mia corda scappare via per 10 metri, per poi inarcarsi delicatamente verso l’ultimo spit, a 15 metri di distanza. Ho alzato lo sguardo… nessuno spit in vista e nessuna possibilità di mettere qualche nut. Se cado qui, rischio un volo di più di 30 metri, che mi lascerà sospeso 10 metri sotto il mio compagno. Ma è una caduta nel vuoto. Dovrei essere a posto. Cominciavo a rendermi conto: il Wenden, nel sud della Svizzera, può anche essere considerato una falesia di “vie sportive”, ma è serio quanto qualsiasi altra parete di pura roccia che ho salito finora. In quale altro posto è considerato normale salire un 7b strapiombante, 10 o 15 metri sopra l’ultima protezione? Enormi cadute sono lo standard, e ogni spit che incontri sembra essere un dono che arriva direttamente da Dio.

La roccia friabile di un 6a nel Black Canyon non è nulla al confronto di questo. Mi sarebbe piaciuto vedere Leonard Coyne arrampicare nel Wendenstock. Qui le pareti sono ripide, lisce, prive di prese e su molte vie i primi salitori non si sono nemmeno preoccupati di piantare spit su terreno più facile del 6b. E in più, le vie sono spittate dal basso.

Avevo ascoltato i racconti strazianti delle prime salite da uno dei miei compagni di scalata in questo viaggio, Fabio Palma. L'etica del posto è quella di avventurarsi su queste pareti con alcuni skyhook, una corda sottile per tirare su lo zaino ed una forte fede nel trovare, in qualche maniera, un posto per fermarsi con entrambe le mani libere. Quando arrivi ad una sosta o un posto per agganciarti con lo skyhook o quando sei in una posizione comoda per le mani, tiri su il trapano e pianti lo spit. Fabio è convinto che gli spit devono essere messi "soltanto quando è assolutamente necessario", che è una cosa molto obiettiva. Quindi, su queste vie se un tiro di 50 metri conta cinque spit non si può dire che sia molto piccante. Dieci o venti tiri possono richiedere anni d’apertura. Ho sentito storie di caviglie rotte e schiene spezzate, di gente che, quando il trapano si è bloccato sull’ultimo spit (incastrato da qualche parte, ndr), si è calata da uno skyhook (Caldwell si riferisce a quanto avvenne a Della Bordella su L5 di Portami Via, ndr). Questi ragazzi amano essere spaventati sul serio e dovevo provare per capirlo, così ho deciso di arrampicare con il giovane Matteo Della Bordella, un climber straordinario e molto alla mano. Volevamo scalare in Wenden ma il brutto tempo ci ha costretti ad andare in Rätikon. Niente male come seconda scelta. Già tempo fa il Rätikon è stato un terreno test di questa etica di apertura dal basso con il minimo uso di spit. Le vie sono alte tra i 300 e i 450 metri e la roccia è perfetta. Ci siamo scaldati salendo il 7c più difficile della mia vita, sulla via Acacia che, pur essendo molto famosa, dev’essere ancora salita a-vista. Sette tiri ci hanno richiesto più di otto ore. Ho dovuto liberare alcuni tiri durante la discesa e abbiamo toccato terra proprio quando è arrivato un temporale.

Dopo alcuni giorni di arrampicata in falesia sotto la pioggia ci siamo diretti verso il Wendenstock e abbiamo trovato le montagne innevate, allora siamo andati al paese di Engelberg e abbiamo arrampicato in una falesia da cinque stelle a ridosso di un campo da golf. Il giorno dopo siamo partiti per un'altra via fino al 7c, di 12 tiri, chiamata "Terra ohne herren" sulla parete nord del Titlis, salendola entrambi a vista in sei ore. A quel punto il tempo era ormai bello da un paio di giorni e quindi abbiamo pensato che il Wendenstock sarebbe stato in condizione. Con soltanto due giorni a disposizione, ho finalmente avuto la possibilità di vedere il posto per il quale ero venuto fin qui.

Credo che qualcosa sia stato perso nella traduzione. Ricordo vagamente di aver sentito una sorta di avvertimento da parte di Fabio quando mi aveva consigliato “Portami Via”. Quando mi sono trovato su roccia marcia, 15 metri sopra l’ultima protezione e su difficoltà di 7b, ero abbastanza sicuro che mi volesse uccidere. Questa volta ero con un altro italiano di nome Luca Schiera, e per dieci ore ininterrotte ho tentato di tenere a morte delle tacche. Gli spit erano così distanti e sfuggenti che su un tiro di 7c+ non li ho nemmeno trovate, e alla fine ho salito una variante, piazzando un friend e (secondo Fabio) il primo dado in Wendenstock. Sono riuscito a salire la via senza cadere (grazie a Dio). Per scendere ci siamo calati lungo la stessa via e non appena Luca è arrivato alla base si è subito inginocchiato e ha baciato la terra. Quando siamo tornati al campo ho appreso che Matteo e Fabio non erano mai riusciti a salirla. (Matteo aveva fatto numerose cadute di oltre 15 metri in una delle quali batté la schiena, ndr). Solo Ueli Steck e il suo compagno Simon Anthamatten erano riusciti a salirla interamente in libera. Da un lato mi sentivo un po’ preso in giro, dall’altro ero sicuro che ciò era stato fatto del tutto involontariamente. Avevo imparato ad amare i miei nuovi amici italiani e l'energia che l’avventura ispira alle loro vite.

L’ultimo giorno Matteo ed io abbiamo salito una via fino all'8a+ chiamata La Svizzera (la via di Larcher e Vigiani, ndr), senza dubbio una delle più belle vie di calcare che io abbia mai scalato e contemporaneamente una delle mie miglior performance a-vista. A questo punto cominciavo ad abituarmi all’idea di salire chilometri sopra l’ultima protezione e cominciavo a rilassarmi un po'. Sono riuscito a salire a-vista il tiro chiave di 8a+, come d’altronde anche un paio di 7c+ con protezioni distanti. Ma sull’ultimo tiro ero stanco e sono caduto. Nel tentativo successivo sono caduto di nuovo. Otto giorni di arrampicata negli ultimi nove giorni cominciavano a farsi sentire. Ho riposato 20 minuti e poi sono riuscito a farlo pulito. Siamo volati verso la cima e ci siamo calati giusto per l’arrivo di un'altra tempesta.

Quella sera Matteo mi ha portato in stazione e ho preso il treno per tornare a Zurigo ed incontrare Becca. Nel bagno del treno mi sono guardato nello specchio per la prima volta dopo una settimana. Sono rimasto un po’ scioccato nel vedere le guance incavate e le costole sporgenti. I molti giorni di vie di più tiri ed i lunghi avvicinamenti si erano fatti sentire. Ma mi sentivo profondamente soddisfatto e contento. Grandi giornate in montagna con nuovi amici mi ispirano sempre il sorriso. Ora sogno di trasferirmi in Svizzera per un’estate d’arrampicata. Questo viaggio è stato soltanto un assaggio e non vedo l'ora di tornare.

di Tommy Caldwell


I GIORNI EUROPEI DI TOMMY CALDWELL

Giorno 1, Val Bavona, Supercyrill, con David Bacci
Già salita in libera da Giovanni Quirici, David Lama, Matteo Della Bordella, Barbara Zangerl, Ines Papert). Tommy sale a vista il tiro chiave ( 8a+, secondo Tommy però a Yosemite sarebbe 7c), come già fece Lama, ma al secondo giro il 7b+ e il 7c+
Giorno 2, Rätikon, Acacia, con Matteo Della Bordella
Entrambi salgono in libera la storica via di M. Scheel, mai salita a vista ( in realtà Manolo fu sfortunato, gli si ruppe una presa sul tiro più semplice di 6c...)
Tommy sale al secondo giro due lunghezze, Matteo al secondo giro l'ultimo tiro di 7c+
Giorno 3, Voralpsee, falesia
Giorno 4, Claro, falesia
Giorno 5, riposo
Giorno 6, Engelberg, falesia.
Giorno 7, Titlis parete Nord, Land ohne Herren, con Matteo Della Bordella
Entrambi a vista Land ohne Herren, dieci tiri fino al 7c
Giorno 8, Wenden. Portami Via, con Luca Schiera
A vista tranne L5, dove Tommy si perde ma, sempre a vista (!), apre una variante di 30 metri, su 45 del tiro originale di 7c+, valutandola di 7b
Giorno 9, Wenden, La Svizzera, con Matteo Della Bordella
Fino all'8a+, Tommy sale a vista tutta la via tranne un 7c+, che sale al terzo giro, mentre Matteo sale flash questa lunghezza ma cade su due lunghezze sotto.

- Fabio Palma - Tommy Caldwell su Portami Via

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