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La parete Nord della Cima Vay Vay
Photo by archivio R. Larcher, L. Giupponi, N. Sartori
Rolando Larcher nella rotpunk della via Nessuno alla Cima Vay Vay
Photo by archivio R. Larcher, L. Giupponi, N. Sartori
Luca Giupponi nella rotpunk della via Nessuno alla Cima Vay Vay
Photo by archivio R. Larcher, L. Giupponi, N. Sartori
Nicola Sartori nella rotpunk della via Nessuno alla Cima Vay Vay
Photo by archivio R. Larcher, L. Giupponi, N. Sartori

Aladaglar, due vie nuove per Larcher, Giupponi, Sartori

12.10.2012 di Planetmountain

Tra luglio e agosto 2012 Rolando Larcher, Luca Giupponi e Nicola Sartori nel Gruppo dell'Aladaglar (Turchia) hanno aperto e liberato “Nessuno”(470m, 8a+ max, 7b obl.) sulla parete Nord della Cima Vay Vay e Radio Eksen (200m, 7c max, 7a+ obl)nella Cimbar Valley.

Aladaglar... ormai cominciamo a conoscerlo. Sappiamo che lì, in quel Gruppo perso nella profonda Turchia, ci sono montagne e pareti che riempiono i sogni degli alpinisti. Tanto, che chi ha assaggiato quell'aria sembra non possa fare a meno di ritornarci. Così è stato (svariate volte) per Rolando Larcher. E così è stato anche per i suoi compagni di quest'ultimo viaggio, Luca Giupponi e Nicola Sartori. Tra luglio e agosto appunto nell'Aladaglar, i tre hanno aperto due nuove vie, belle e anche difficili. La prima l'hanno chiamata “Nessuno” (470m, 8a+ max, 7b obl.) e corre sulla grande parete Nord del Cima Vay Vay nella parte nord orientale dell'Aladaglar che è anche la zona più selvaggia, sconosciuta e di difficile accesso del gruppo. La seconda, “Radio Eksen” (200m, 7c max, 7a+ obl), sale lo stretto e strapiombante canyon della Cimbar Valley nel settore occidentale della catena. Ma, al di là della bellezza e della difficoltà della scalata, che c'è tutta, quello che è anche interessante conoscere è la storia che sta dietro ad un obiettivo, con tutto quello che sta nel mezzo del cammino.

La storia della nuova via sulla Cima Vay Vay è nata nel 2005. Quell'anno a parlare a Larcher di quella gran muraglia di splendido calcare era stato l'amico Recep Ince - alpinista e gestore del camping che fa da base per tutte le spedizioni nel Gruppo - che come pochi conosce quelle montagne. L'anno successivo arriva il primo “contatto”. “Partii assieme a Recep” racconta Larcher “e in due lunghe giornate di cammino, svariati passi, nessun sentiero ed una mappa sommaria che terminava a 2/3 del percorso, dall'Emli Valley arrivammo fino alle cascate di Barazama. Bivaccammo proprio ai piedi del maestoso anfiteatro del Vay Vay e al mattino presto riuscii a fotografare la parete, illuminata da un sole fugace... Tornato a casa, appesi in cucina una di quelle foto come un pro memoria, già sapevo che prima o poi sarebbe venuto il suo momento.

Dopo innumerevoli colazioni, pranzi e cene ma anche sogni, il momento per staccare quell'appunto appeso in cucina è arrivato quest'estate. Rolando Larcher, Luca Giupponi e Nicola Sartori partono dal Camping Aladaglar, nel villaggio di Marti. La loro è quasi come una vera spedizioni di cui fanno parte, oltre a Recep, anche 4 suoi amici assoldati come portatori. Infatti spiega Larcher: “l'accesso al campo base è molto complesso, sono circa 2.000 metri di dislivello senza alcuna traccia. In più, la strozzatura di un canyon strettissimo preclude il passaggio a qualsiasi animale da soma, escluso l'uomo...”. Insomma, con 200 kg di carico equamente diviso per 8, dopo aver lasciato le auto tra le cascate ed il villaggio di Barazama, la “passeggiata” si è conclusa 10 ore dopo al campo base. E lì, a quota 3000m, c'è già una piccola spiegazione del perché qualcuno è così innamorato di queste fatiche e di questi viaggi. Ad attendenderli, infatti, c'è “un posto idilliaco, un ettaro di felicità, uno spazio di quiete tra gli sfasciumi della morena. E' il nostro piccolo paradiso provvisorio: prato inglese perfetto per la tenda, nevaio laterale uso frigo, laghetto con acqua cristallina corrente, due massi che regalano ombra per i restday, sia al mattino sia al pomeriggio...”. Il tutto di fronte alla Vay Vay, un'autentica muraglia di pietra, larga 1 km, alta 600 metri e con tanto di ghiacciaio alla base. Una meraviglia!

Restava da capire dove salire. Rolando, Nicola e Luca non hanno dubbi e del grande anfiteatro di roccia scelgono il lato di sinistra dove, guarda caso, la roccia è più compatta. Sulla destra corre un'unica via, quella aperta nel 1984 da due “pionieri”: i friulani Maurizio Perotti ed Olindo Ceschia. E' così che inizia l'avventura in parete. La partenza è relativamente soft ma dopo 2 lunghezze ecco il “problema”: il terzo tiro. Una lunghezza che va raccontata, anche per capire come funziona questa cordata del tutto speciale, dove la forza si moltiplica per tre.

“Siamo sotto l'incognita principale della via” spiega Larcher “un levigato strapiombo giallo, solcato da una sottile striscia nera bellissima. Il giallo è inscalabile, il nero forse. Era il turno di Nicola che partiva determinato, lottando tra passi duri e obbligatori severi. Facendogli sicura, speravo tanto che riuscisse a passare, se fosse mancata una presa avremmo dovuto cambiare totalmente linea. Ad un certo punto però Nic si è arenato, mancava la presa o forse, dopo due ore, era meglio dargli il cambio?
Ora toccava a Gippo (Luca Giupponi ndr), che preso il testimone, tentava di portarlo in sosta. Proseguiva di un chiodo e poi diretto, provava un duro boulder per raggiungere lo spigolo, dove si intuiva uno scalino. Lancio dopo lancio, guadagnava terreno, però la conclusione era sempre un volo, sempre più lungo. Dopo l'ennesimo “tuffo”, anche Luca ha chiesto il cambio, così partiva il terzo ed ultimo frazionista, carico di responsabilità. Raggiungevo l'ultimo chiodo, ma prima di tentare di risolvere il boulder diretto, buttavo l'occhio a sinistra, intuendo delle prese che forse davano speranza. Partivo deciso, e grazie a prese sincere ed al cambio dell'inclinazione, riuscivo ad aggirare l'ultimo ostacolo e ribaltarmi sulla cengia sperata. Ora le porte erano aperte verso la cima, ci sarebbero state ancora difficoltà, ma con delle alternative possibili. Alla fine questo è risultato il tiro chiave ed il più impegnativo, estetico e bellissimo da scalare. Il fatto che ce lo siamo divisi è sicuramente un valore aggiunto nei ricordi”.

Così i tre proseguono alternando giorni in parete a giornate passate ad oziare e a crogiolarsi (pardon a riposarsi) al campo base, il tutto condito anche da qualche bel temporale in stile “montanaro”, di quelli per intenderci che fanno tremare il cuore. E pensare che uno dei pregi dell'Aladaglar è il tempo stabile... anche se, come ci spiega sempre Larcher, ciò è vero “sull'altro versante della montagna... perché qui sul nostro versante i suoi bei temporali li fa, e fanno anche paura!”. Comunque sia, alla fine è arrivato il momento della vetta con una giornata fantastica e stabile. I tre sono usciti sulla spalla, hanno proseguito per la cresta fino all'anticima. Poi hanno sceso un canale e risalito un camino di IV per 100 metri per sbucare in vetta. E lì, a 3563m di quota per loro è arrivato il momento di “riempirci gli occhi di profondità”.

Il passo successivo, come da copione, è stata la doverosa rotpunk. “Ero curioso di provare il tiro chiave, che conoscevo solo nell'uscita”, racconta ancora Larcher. “Ci siamo alternati nel provarlo, come in una piacevole giornata di falesia, grazie alla buona cengia che ospita la sosta. Ci tenevamo tutti e tre a scalarla da primi e, dopo le ricognizioni per imparare bene i movimenti, prima Gippo e poi Nic, riuscivano nell'intento. Quando è arrivato il mio turno, l'ennesimo temporale ci ha colpito, in un attimo tutto era fradicio ed il mio tentativo è andato in fumo. Il giorno successivo eravamo di nuovo pronti, questa volta filava tutto liscio e liberavamo tutta la via. E' stato entusiasmante!”. Va detto come nota tecnica che, come nel loro stile abituale, l'uso degli spit è stato molto parco. Anche perché così “Grazie all'uso sistematico di protezioni veloci le batterie del trapano sono bastate per terminare la via...”

Ora restava da smontare il campo riportando tutto a valle e lasciandolo esattamente come l'avevano trovato. Ma restava anche da dare un nome alla nuova via. Un compito che è venuto da sé: “Per tutti i 15 giorni di permanenza al campo, non abbiamo incontrato o visto dei “Sapiens”, un privilegio raro di questi affollati tempi. Pertanto abbiamo deciso di chiamarla come Ulisse si fece chiamare da Polifemo: Nessuno”.

Poi, dopo il ritorno al camping a Marti. Dopo aver ripetuto la bella Orient aperta da Helmut Garghitter al Parmakkaya. Rolando, Nicola e Luca hanno voluto concludere in bellezza la vacanza aprendo un'altra via. Così, nel bellissimo e stretto canyon sul lato destro della Cimbar Valley hanno tracciato una linea di 200 metri molto aggettanti, in ombra, di roccia notevole e di comodo accesso. Il tutto si è risolto in un paio di giorni: “Il bello quando si è in tre buoni ad aprire, è la rapidità di esecuzione” spiega Larcher. Così “già il primo giorno avevamo aperto 4 tiri. Il secondo, l'ultimo della nostra permanenza, liberavamo fino al punto massimo raggiunto (salendo tutti e tre da capocordata il terzo tiro, uno splendido diedro rosso strapiombante), per poi proseguire verso la cima del pilastro con il quinto ed ultimo tiro. Per questa riuscita spedizione, conclusione migliore non poteva esserci. La via l'abbiamo chiamata “Radio Eksen”, una stazione radio che trasmette della gran musica da Instanbul, senza alcuna pubblicità, sempre accesa in casa di Recep, praticamente la nostra colonna sonora”. E anche questo dice molto della storia e di quello che ci sta nel mezzo.

Si ringraziano:
Per Rolando Larcher: Polizia di Stato, La Sportiva, Montura, Petzl, Totem Cam
Per Luca Giupponi: Polizia di Stato, Centro addestramento alpino della Polizia di Stato di Moena, La Sportiva, Mammut
Per Nicola Sartori: La Sportiva, Marmort, Petzl
Nicola Sartori fa parte delle guide XMountain (www.xmountain.it)


> Tracciato via Nessuno, Cima Vay Vay
> Schizzo via Nessuno, Cima Vay Vay

> Tracciato via Radio Eksen, Cimbar Valley
> Schizzo via Radio Eksen, Cimbar Valley

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