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Manrico Dell'Agnola su Horn's Mother
Photo by © Calloni / Dell'Agnola / Sanguineti
Marcello Sanguineti su Horn's Mother
Photo by © Calloni / Dell'Agnola / Sanguineti
Manrico Dell'Agnola su Skull
Photo by © Calloni / Dell'Agnola / Sanguineti
Marcello Sanguineti su Lower Progressive
Photo by © Calloni / Dell'Agnola / Sanguineti

Climbing trip to the USA - part 5

05.10.2012 di Planetmountain

Il tour arrampicata negli USA di Giambattista Calloni, Manrico Dell'Agnola (CAAI) e Marcello Sanguineti (CAAI). La quinta puntata: Wyoming: Vedauwoo.

Chiuse le danze sulla Devil’s Tower, decidiamo di spezzare il lungo viaggio verso Laramie, la città più vicina a Vedauwoo, fermandoci a dormire dopo aver attraversato le centinaia di chilometri della “terra di nessuno” fra Gillette e Douglas, dove rischiamo di rimanere a secco di benzina nel bel mezzo del deserto. L’intenzione è quella di trascorrere la notte sotto le stelle, a meno di trovare una sistemazione super-economica. Siamo fortunati: scoviamo un affittacamere “infame al punto giusto” a Bridger Crossing – un posto da incubo nei pressi del villaggio di Glendo. Ci buttiamo a letto con una buona dose di stanchezza, ma non ci aspetta una notte tranquilla: qualcuno ha avuto la buona idea di piazzare i prefabbricati di quella specie di motel a poche decine di metri dalla ferrovia, dove passano continuamente lunghi convogli merci.

L’indomani mattina ci svegliamo un po’ fusi. Solo Garafao sembra apprezzare la situazione, perché gli dà la possibilità di fotografare un sacco di treni in corsa e contarne i vagoni. All’ennesimo fischio lacerante, Garafao si precipita fuori, sparisce e, dopo qualche minuto, rientra soddisfatto: “Questa volta ce l’ho fatta, li ho contati!” - esclama. E continua: “Esattamente centotrentacinque vagoni, tutti uguali.” Poi  aggiunge: “Non uno diverso. Più due motrici!” Cosa dirgli? Meglio un saggio no comment. D’altronde, ormai ci siamo affezionati a Garafao, che consideriamo una specie di allucinazione collettiva. Senza di lui e le sue sconcertanti uscite, le giornate sarebbero certo meno gustose.

Finalmente arriviamo a Vedauwoo. “It’s a place in the middle of nowhere” - ci dice la simpatica Stephanie, proprietaria di un negozio in cui vende eleganti abitini per signora e, contemporaneamente, prepara dolci e gelati. È la boutique-bakery “Belle Home”, a Laramie, dove ci fermiamo per un pranzo a base di gelato. Stephanie indossa un vestitino color “grigio fumo di Londra”, porta tacchi altissimi, ha denti bianchi disposti con un po’ di fantasia (ma con un sorriso dolcissimo), unghie ricostruite ancor più bianche e dita sporche di crema dei cornetti ancora caldi. Ci parla di Vedauwoo mentre cerca di spezzare con un coltello il gelato contenuto in grossi barattoli bianchi, tipo quelli della vernice. La temperatura del frigo è decisamente troppo fredda e non c’è verso di intaccare quella dura massa gelata. Un po’ imbarazzata, ci rassicura con lo sguardo e chiama in aiuto la figlia. Niente da fare, non si spezza. Sembra che in quel posto non si venda gelato da anni. Entra in gioco anche la commessa. Mentre noi assistiamo alla scena allibiti, le tre donne, insieme, riescono ad avere la meglio del gelato alla vaniglia e ne travasano i brandelli nelle nostre coppette. Il gelato alla fragola richiede un’azione ancora più energica, ma alla fine Stephanie & C. ne hanno ragione. Dopo circa venti minuti, le nostre coppette sono pronte, ma per gustare quella prelibatezza dobbiamo attendere pazienti che si scongeli…

Dopo aver comperato abbondanti quantità di nastro, in previsione di fasciarci anche gli avambracci, ci dirigiamo verso “The Voo”, come lo chiamano da queste parti. Qualche giorno prima Robby, un simpaticissimo commesso del Mountain Shop di Estes Park, che unisce ad una serie non indifferente di tic la passione per le fessure fuori-misura, ci aveva fatto una descrizione entusiasta del posto. Non aveva torto: Vedauwoo è un luogo stupendo. A giudicare dalle mostruose off-widths sparse tutt’intorno a noi, ci chiediamo se  i tic di Robby siano conseguenze degli “spaghi” che si è preso su qualche fessurone poco amichevole...

Le strutture di Vedauwoo sono formazioni rocciose meravigliosamente assurde. Esploriamo la zona con una sorta d’incredula curiosità. Una per una, ritrovo le pareti che avevo visto nelle foto e sulle quali avevo sognato di scalare: Master Blaster, Jurassic Park, Turtle Rock, Nautilus, Poland Hill, Land of the Rising Moon, Eagle Rock, Hearthbreak Hotel, Crystal Freeway, Hassler’s Hatbox… Ciascuna nasconde una miriade di gioielli: fessure di dita e di mano si alternano a incastri di pugno e braccio, fino a paurose fuori-misura e squeeze-chimneys che sembrano inghiottire il corpo. Ritrovo il Chitty Chimney, con le sue protezioni a base di Big Bros, penso a Pamela Pack in inversione (=incastro di gambe a testa in giù) durante l’apertura di The Wing, immagino il “pelo” di Jay Andreson e Mike Friedrichs quando aprirono la leggendaria off-width squeeze di Lucille e mi viene in mente Bob Scarpelli che legge linee di salita dove prima nessuno aveva immaginato di poter scalare. Insomma, a Vedauwoo ogni angolo racconta un pezzo di storia dell’arrampicata in fessura.

La nostra visita inizia con un fuori-misura sulla carta piuttosto semplice. Consente a Manrico di piazzarsi in un buon punto per scattare foto su un tiro che, da ingenuo, penso di salire con le mani in tasca. Dopo i primi metri, però, mi rendo conto che a Vedauwoo le cose non funzionano né come sul Diamond, né come sulla Devil’s Tower. Analogamente a Indian Creek e Desert Towers nello Utah, sulle pareti mancano del tutto aderenza e appoggi, ma qui, a differenza che in Utah, la maggior parte delle fessure sono inesorabilmente svasate! Come se non bastasse, gli incastri, pur essendo intuitivi, non danno molta sicurezza, a causa nella roccia lucida: si ha sempre la spiacevole sensazione che le mani e le dita escano lentamente, ma inesorabilmente. Sta di fatto che arrivo in sosta piazzando più protezioni di quanto pensavo. Insomma: ho capito che a Vedauwoo la parola d’ordine è “giù la cresta!”. Mi consola il fatto che anche Manrico trova il tiro per niente banale e il giorno dopo due local ci dicono che abbiamo scelto la lunghezza peggiore per prender confidenza con The Voo: quel tiro è noto per la roccia lucida e gli incastri sfuggenti e traditori.

Siamo un po’ demoralizzati per la performance poco brillante, ma questo non c’impedisce di fare una cena di lusso con bistecche e insalata, cucinate in campeggio sulla brace e precedute da un aperitivo a base di bruschette e salsa piccante. Il tutto accompagnato da una scatola di Corona.

L’indomani mattina è della serie “voglia di scalare saltami addosso e scala tu che io non posso”. Nonostante i richiami all’ordine di Garafao, ci rotoliamo nei sacchi a pelo fino a mattina inoltrata. Alla fine prepariamo pigramente gli zaini, ma non abbiamo nessuna intenzione di diventare operativi. A darci la sveglia ci pensa un incontro provvidenziale: per puro caso incappiamo in Zack e Rachael, autori della guida “The Voo – Rock Climbing in Vedauwoo“. Ci forniscono consigli e informazioni e ci tirano su il morale, confermandoci che il tiro del giorno prima è notoriamente bastardo. Ora ci è chiaro perché questo diabolico posto è poco frequentato, nonostante sia stupendo. Trovano conferma anche le nostre ipotesi sull’origine dei tic di Robby, il tipo conosciuto a Estes Park…  Entusiasti del fatto che veniamo da così lontano per misurarci con The Voo, Zach e Rechael ci regalano una copia della loro guida. Mitici! Fra le altre cose, Zach ci dice che da quelle parti uno dei must è Horn’s Mother, nel settore chiamato The Turtle. La fessura è  proprio di fronte a noi. Dirigiamo lo sguardo dove ci indica Zack e deglutiamo, poco convinti: è una lunga fessura strapiombante. Niente più di un 5.11a, ma maledettamente troppo larga per le mani: vanno inseriti pugno e braccio, alternati a gamba e ginocchio… "Caz.., ci tocca!", ci diciamo rassegnati.

Con la solita tecnica di salire prima una via più facile, in modo da piazzarsi in posizione strategica per fare video e foto dall’alto (potenza del fatto di essere in tre…) , portiamo a casa un bel bottino di immagini. Ma ce le sudiamo! Le fasciature agli avambracci si rivelano preziose e, come se non bastasse, durante gli ultimi metri ci colgono pioggia e vento, che ci costringono a un’uscita patagonica da Horn’s Mother.

Poco dopo il temporale cessa e il vento asciuga in fretta la roccia. Non possiamo esimerci dallo sfruttare l’ultima parte del pomeriggio! Così, chiudiamo la giornata con la classica Friday the Thirteenth al Nautilus, quasi nascosta nel Friday’s Recess, preceduta da un tiro di riscaldamento: partenza faticosa in Dülfer, poi con incastro di dita, quindi mano fin sotto il tetto. L’avvicinamento è uno spettacolo: alterna conifere a boschetti di betulle, massi erratici e liscissime pareti incise da fessure di ogni tipo.

Dedichiamo la mattina del terzo giorno a Poland Hill, una struttura appartata che racchiude alcune linee particolarmente estetiche. Il giorno prima Garafao ha dimenticato le scarpette al Friday’s Recess e la ricerca ci fa perdere un’ora abbondante. Per punizione, durante l’avvicinamento a Poland Hill gli affibbiamo, oltre al solito zaino ben zavorrato, anche quello del materiale fotografico. “Con uno zaino dietro e uno davanti si è più equilibrati!” - ha il coraggio di dirgli Manrico.  Siamo stanchi e doloranti e a Poland Hill vogliamo chiudere con qualcosa di facile. Optiamo per Skull, che, nonostante sia solo un 5.10a, nella prima parte richiede il superamento di una fessura di mano strapiombante e non banale. Dalle nostre parti, il tiro sarebbe valutato con ben altri gradi. In compenso, il tetto d’uscita si rivela più potabile del previsto: dopo un provvidenziale Camalot #4, una spaccata e una lolotte in corrispondenza dello strapiombo consentono di arrivare a una buona sequenza dì incastri e di chiudere il conto del passaggio-chiave.

Fatte le doppie fino alla base di Poland Hill e rientrati lungo il sentiero alla nostra fedele Chrysler, ci guardiamo e scopriamo di pensare tutti e tre la stessa cosa: “The Voo” ci ha bastonati per benino, ma siamo proprio soddisfatti! In un paio d’ore rientriamo all’Allenspark Lodge, dove stappiamo un rosso corposo per festeggiare con Bill e Juanita il ritorno a quella che ormai è diventata la nostra seconda casa.

Marcello Sanguineti (CAAI)
 
Thanks to:
Karpos/Sportful: abbigliamento per il tempo libero e l’outdoor.
Totem Cams: new high performance cams for climbing.
Climbing Technology: climbing equipment.
Dolomite: calzature per alpinismo, trekking e outdoor.


CLIMBING TRIP TO THE USA 2012
- Climbing Trip to the USA - Part 1

- Climbing Trip to the USA - Part 2
- Climbing Trip to the USA - Part 3
- Climbing Trip to the USA - Part 4

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