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il bacino del Monte Bianco
Photo by Vinicio Stefanello

Il Monte Bianco, la valanga sul Maudit e la montagna

13.07.2012 di Luigi Festi

Sulla recentissima sciagura accaduta sul Mont Maudit giovedì scorso e che è costata la vita a 9 alpinisti, riceviamo e volentieri pubblichiamo la riflessione del dott. Luigi Festi, direttore del Master Internazionale di 2° livello in Medicina di Montagna dell'Università dell'Insubria e presidente della Commissione medica regionale lombarda del Cai

Nove alpinisti morti sul Monte Bianco ieri ed altrettanti feriti. E come ogni estate si torna a parlare di "montagna assassina" anzi di montagna maledetta, la sciagura è avvenuta alla base del Mont Maudit, una delle cime minori del Monte Bianco. E come ogni estate esperti, anche amici personali, che si affannano sulla stampa e nei vari interventi televisivi a dare spiegazioni dell'accaduto nel tentativo, tutto umano, di razionalizzare il pericolo, di allontanare la paura e l'angoscia che ci prende, e di cercare disperatamente, le motivazioni della sciagura.

In questo caso è più difficile, era tutto perfetto o quasi: erano alpinisti esperti, la guida era tra le più conosciute a livello europeo, erano partiti presto dal rifugio, la temperatura era abbondantemente sottozero, non vi sono stati apparenti errori tecnici. E' vero era nevicato ed il vento aveva accumulato neve sul versante nord, ma il tutto era successo qualche giorno prima e vi era apparente stabilità del manto nevoso. La caduta di un seracco, imprevedibile nella sua prevedibilità, ha provocato l'incidente.

Nel nostro consueto tentativo di metabolizzare la morte, pensando sempre, se io fossi stato al loro posto avrei fatto… e quindi a me non sarebbe successo!, non dobbiamo dimenticare che la montagna, la natura, sono più forti di noi. Il pericolo è insito nell'andare in montagna a 4000 come a 8000 metri, così come, a quote molto più basse, è sufficiente un temporale improvviso per mettere in pericolo la vita anche di un semplice escursionista o cercatore i funghi.

Nel mondo attuale, improntato all'estrema razionalità, l'andare in montagna rimane ancora un qualcosa di misterioso ed imprevedibile. Ci affidiamo della tecnologia, oggi sempre più esasperata, cerchiamo di calcolare tutte le variabili, le possibilità di rischio, ma questo rischio rimane, perché ci sfuggirà sempre il piccolo particolare, ci sfuggirà l'imponderabile, a maggior ragione in un periodo caratterizzato da vistosi cambiamenti climatici e da una frequentazione dell'ambiente alpino sempre più numerosa e non sempre pienamente consapevole.

Andare in montagna è qualcosa di appagante, di egoistico, ci si mette al centro del mondo, è qualcosa di romantico o sportivo, e spesso si sottovaluta il pericolo, lo si lascia in un angolino dello zaino. Sotto una parete di roccia, sotto un seracco, se solo alziamo lo sguardo per cercare la cima, la nostra meta, non possiamo non avere timore, sentire dentro di noi un brivido di angoscia e di inadeguatezza; tutti, anche i più grandi alpinisti, conoscono la paura.

Possiamo eliminare il pericolo? Possiamo arrivare al rischio zero? Ovviamente no. La consapevolezza del nostro essere piccoli non deve però, anzi forse deve ancora di più, spingerci alla ricerca della massima sicurezza nella nostra progressione.

Da chirurgo impegnato spesso nell'emergenza, e da appassionato di montagna, ho trascorso gli ultimi anni cercando di cambiare la mentalità di chi va in montagna, parlando di prevenzione e sicurezza spesso anche al di fuori del solito ambiente medico e alpinistico.

Qualche giorno fa a LetterAltura a Verbania e per la prima volta in un festival di letteratura di montagna, in un incontro culturale, si è parlato di prevenzione e sicurezza in ambiente alpino, convinti che anche questa sia cultura, convinti che il nostro messaggio contribuisca ad un approccio più attento, razionale e rispettoso dell'ambiente; un approccio meno egoistico ed egocentrico, forse apparentemente meno spontaneo, ma sicuramente più consapevole ed attento alle possibili conseguenze.

La razionalizzazione della spesa pubblica, tema dominante in questi giorni ha colpito anche il Soccorso Alpino. E' ora che anche noi, frequentatori della montagna in tutti i suoi aspetti, ci rendiamo conto che un'attenta programmazione dell'escursione in tutti i suoi aspetti meteorologici, logistici, fisici nel senso di una adeguata preparazione, così come di una corretta conoscenza del proprio corpo, è la sola in grado di prevenire eventuali incidenti o malori e di consentire in caso di necessità, il corretto ed attento ricorso ai mezzi del soccorso.

Un lungo discorso poi si potrebbe iniziare sulla realtà virtuale innescata dal web che ci porta ad una frequentazione asettica della montagna, e forse per questo ancora più pericolosa, ma di questo forse avremo occasione di trattare in future chiacchierate.

Quello che è certo è, che fa male per noi, visceralmente legati all'ambiente alpino, sentire parlare di "montagna maledetta", perché questo non fa altro che accrescere la distanza tra i professionisti ed i saltuari frequentatori, instillando un'idea di pericolo, un'idea dell'orrido, caratterizzata da superficialità e ancora maggiore incompetenza, in un momento in cui il desiderio e la necessità di sobrietà e semplicità potrebbe condurre alla scoperta e frequentazione di un ambiente pulito, incontaminato, libero, un ambiente stupendo e coinvolgente in cui sentirsi tutti eguali nella entusiasmante ricerca del nostro essere uomini.

di Luigi Festi
Direttore Master Internazionale di 2° livello in Medicina di Montagna dell'Università dell'Insubria
presidente della Commissione medica regionale lombarda del Cai
Presidente sez. Cai Malnate


>> l'articolo è stato pubblicato lunedì 16 luglio 2012 anche sul quotidiano di Varese La Prealpina

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