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Antonio Boscacci 'Bosca' all'uscita di Micetta Bagnata dopo la prima ripetizione
Photo by Jacopo Merizzi
Antonio Boscacci risale le corde al quindicesimo tiro del Paradiso può Attendere sulla parete del Qualido
Photo by Jacopo Merizzi
Fine anni settanta. Il mitico Boscacci tempra l'aderenza su Mixomiceto ai piedi, le scarpe da ginnastica From Sport.
Photo by Jacopo Merizzi
I mitici tre dell'ave maria: Graziano Milani, Antonio Boscacci, Mirella Ghezzi dopo la salita di Luna Nascente allo Scoglio delle Metamorfosi, Val di Mello.
Photo by Jacopo Merizzi
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Antonio Boscacci, mitico climber della Val di Mello, se n'è andato per sempre

30.05.2012 di Planetmountain

Antonio Boscacci, grande arrampicatore, alpinista, insegnante, matematico, scrittore, fotografo e uno dei più visionari inventori della nuova arrampicata in Val di Mello e non solo, è scomparso oggi, a 63 anni, dopo una lunga lotta contro la malattia.

Antonio Boscacci. 'Bosca'. Tanto basta, per dare il via alle suggestioni, ai sogni dei molti che amano la pura arrampicata. Sono fantasie che si rincorrono a cascata. Che scatenano parole, luoghi e associazioni quasi simboliche... Val di Mello. Sublime e impossibile aderenza. Montagne e pareti interpretate come un'infinita visione. Ironia dissacratoria al servizio della bellezza... Arrampicata come puro gioco.... E poi Luna Nascente, una delle vie di arrampicata più belle di sempre... e le altre che hanno segnato la piccola grande invenzione della Val di Mello e di un'epoca. Antonio Boscacci forse era tutto questo. Ma probabilmente era molto di più. Ora che se n'è andato per sempre, ci restano appunto le suggestioni. Ci restano i suoi sogni. Ci resta la sua decennale lotta contro la malattia. Il suo coraggio. E, anche, la sua voglia di scherzare. L'ironia. Quel suo modo di vedere il “mondo a testa in giù”, per scoprirne l'altro lato nascosto. E' per questo che vogliamo ricordarlo con questa piccola scheda redatta da Jacopo Merizzi a cui segue un'intervista (sempre del suo caro amico di scorribande non solo verticali, Jacopo). Il tutto è stato pubblicato Venerdì 24 Dicembre 2010 su www.valdimello.it, l'imperdibile antologia della Val di Mello e dell'arrampicata. C'era piaciuta allora. E non riusciamo a pensare modo migliore per ricordare Antonio Boscacci... con le sue visioni e con i suoi (e i nostri) sogni.

Antonio Boscacci visto da Jacopo Merizzi
Gravemente astemio, lettore appassionato di letteratura cinquecentesca, grande calcolatore (laurea in Matematica) e aderenzista supremo. Leggendari sono: la sua straordinaria capacità di aderire sulla roccia, l'auto-controllo, l'intuito e la rapida esecuzione di lunghezze di corda che hanno fatto la storia della Val di Mello. Fu scopritore delle scarpe da tennis From sport con la suola liscia in poliuretano espanso: l’anello di transizione tra lo scarpone e la pedula risuolata in aerlite. Fecondo apritore di vie super-ingaggiose ha scritto due guide sulla Valle: Val di Mello ed.Tamari 1980 e Mello ed. Albatros 1990
Una selezione delle sue vie: Sette Aprile, Nada por nada, Il Paradiso può attendere, Nuova dimensione, l’Albero delle pere, Oracoli d’ulisse, Luna nascente, Flauto magico, Okosa, Quadri di una esposizione…

INTERVISTA AD ANTONIO BOSCACCI di Jacopo Merizzi per www.valdimello.it (24/12/2010)

Introitus
Quando ho letto le domande che mi sono arrivate, mi sono sembrate subito terribili e ho avuto un brivido, perché mi sono visto scorrere sopra la testa la pesante lastra di pietra che chiude i nostri sogni, quando ci sdraiano nella nuda terra e ci mettono i fiori sopra (a volte perfino i fiori di plastica).
Contemporaneamente ho visto orde di vermicelli che, incuranti delle mie proteste, si concentravano allegramente a rovistare il mio corpo per ogni dove. E’ fatta, mi sono detto, questo è il testamento. Stupito da quello che mi stava accadendo, ho rivolto lo sguardo al cielo e chi ti vedo? La madonna di Medjugorie in persona, con il suo bel nastro azzurro avvolto in vita, che mi guarda e mi fa: Caro figlio mio (io già piangevo al solo sentire quelle parole), caro figlio mio prediletto, tu e i tuoi colleghi arrampicatori della val di Mello, dovete pregare, e pregare, e pregare…
Perché? Mi sono permesso di chiederle.
Perché avete troppo peccato, troppo peccato… soffermandovi soprattutto sui piaceri della carne.
Dio, quella dei piaceri della carne era una cosa risaputa, ma non sospettavo che ci tenessero d’occhio in questo modo anche dall’alto dei cieli. Bisogna assolutamente che mi dia da fare per cambiare questa incresciosa situazione.
Bravo. Rispose lei.
Li farò diventare tutti vegetariani.
Così, chiacchierando con la Madonna del più e del meno, mi è passata l’angoscia per il lastrone di pietra e per i vermicelli. A questo punto, sollevato da un soffio di vento caldo, una specie di favonio che soffiava però al contrario, mi sono sentito in grado di rispondere alle domande.

1) Descriviti brevemente per fare capire ai nostri lettori chi sei..
a) Sono alto 170 cm e ho due spallucce che un tempo erano molto belle ed eleganti, tanto che mi avevano scelto per fare l’arcangelo Gabriele in un quadro dell’annunciazione.
A dire la verità avrei voluto fare san Giuseppe, ma a quel tempo ero poco informato sullo spirito santo e la colomba.
b) Ho due piedi numero 43 che per un certo periodo ho cercato di ridurre al numero 40, fasciando appositamente il piede e calzando scarpette per geisha. Il risultato di tutto questo è stato che mi ci sono voluti due anni per far riprendere all’osso naviculare e ai tre ossi cuneiformi la primitiva posizione. In ogni caso il cuboideum è rimasto per sempre fuori posto e rattrappito.
c) Ho gli occhi azzurri.
Quando ero piccolo, a detta di mia mamma e anche di mio fratello Roberto, che però essendo molto più giovane di me, non so come faccia a fare questa affermazione, avevo gli occhi azzurri. Anche a dieci anni avevo gli occhi azzurri. Ricordo che a diciotto anni, la prima cosa che mi ha detto la mia morosa del tempo è stata, ma che begli occhi azzurri che hai! Così posso affermare con sicurezza che anche a diciotto anni avevo gli occhi azzurri. Per gli anni che vanno dal diciottesimo al trentacinquesimo, non posso dire con certezza di aver mantenuto gli occhi azzurri. E’ probabile, ma non certo. Una conferma indiretta, se volete, la potrei cercare nell’affermazione della mia amante del tempo, Assunta Concetta, che affettuosamente chiamavo Assuntina dal Lunedì al Mercoledì e Concettina negli altri giorni della settimana (la spiegazione di questa apparente stranezza richiederebbe troppo spazio e quindi la rimando a un’altra occasione). Bene, quando sdraiati sul divano di casa sua, uno splendido divano a quattro posti, largo, comodo, in pelle, con cuscini morbidi e avvolgenti, beh, quando eravamo sul divano e guadavamo fuori dalla finestra alla fine delle manovre, lei mi accarezzava la nuca e mi diceva: Teneri sono i tuoi occhi, come la rugiada che scende dal cielo e si aggrappa ai fili d’erba del prato. Concettina era una poetessa e mi commuoveva.

2) Come e quando hai iniziato ad arrampicare?
Era il 19 Luglio e non posso dimenticare quel giorno perché era l’onomastico di mio nonno che si chiamava Arsenio. Lui, mio nonno, che in quel periodo viveva con noi, il giorno prima mi aveva raccontato di una faccenda che si tramandava nella sua famiglia di padre in figlio da generazioni. Al raggiungimento del nono anno di età, il primo figlio maschio era tenuto ad arrampicarsi sulla roccia di fronte a casa. Era stato così per suo nonno Abbondio, così per suo padre Carlo, così per lui, così per mio padre, così doveva essere per me. Ecco come ho iniziato ad arrampicare. Mentre lo scrivo mi pare strano, però, a pensarci bene, non lo è affatto.
Ho conosciuto uno che ha cominciato ad arrampicare per amore, un altro per far contenta sua zia Amelia (che si vantava di aver conosciuto Emilio Comici sulla Burgasser – Stroizzer al Catinaccio), e un terzo che vi è stato praticamente costretto da uno psicanalista. Lui avrebbe voluto continuare con il bar e il fumo, ma non c’è stato niente da fare. Il contatto con l’aspra roccia l’avrebbe tolto dal rimbecillimento dentro il quale, a detta del sopraccitato psicanalista, era precipitato. Ora lo psicanalista beve e fuma e il mio amico arrampicatore ha scambiato la roccia per la mamma e passa il suo tempo a domandarsi perché è così dura con lui. Tra gli arrampicatori c’è davvero gente di ogni tipo. Sarebbero un bel soggetto per un film di Almodovar.

3) Quale era la tua disciplina d’arrampicata preferita (in cosa ti sentivi più forte?)
All’inizio mi sono dedicato quasi esclusivamente al classico. Arabesque, à la seconde, en dehors, glissade, passé, plié, piroette, prima, seconda, terza, quarta, quinta e sesta posizione. Questi sono stati i miei primi traguardi. A pensarci bene il mio sogno era un tutù a quattro veli. Dio, il lago dei cigni, il teatro Mariinskij di San Pietroburgo, le ballerine del Kirov, George Balanchine … Sentire il suono della Celesta nel Pas de deux del Principe e della Fata Confetto… Poi dal classico mi sono rivolto al moderno e ho scelto l’aderenza. Mi pareva assolutamente adatta alla danza dei neuroni che allora possedevo. La facilità del salire era dovuta semplicemente al fatto che sulla roccia davanti a me si disegnava chiaramente l’intreccio neuronale e, fatto sorprendente, bastava seguire le sinapsi e tenere in opportuna considerazione dendriti e mitocondri, per ritrovarsi a proprio agio, anche là dove altri non riuscivano ad esserlo.
Come ben si può pensare questo non è stato un modus operandi al quale sono arrivato in modo semplice e lineare. Ci sono voluti anni di ricerca, errori (come quando avevo preso come punto di riferimento il reticolo endoplasmatico liscio e mi sono dovuto ricredere dopo un volo di cinque metri) ma anche di fortunate occorrenze. La più fortunata di queste è stata l’incontro con il grande Nijinsky alle placche dell’Oasi. Non voglio qui parlarne, perché questo incontro l’ho descritto in un racconto che prima o poi spero di poter pubblicare. La svolta della mia vita di arrampicatore avvenne comunque proprio allora. Ancora adesso se ci penso, mi pare assolutamente impossibile. Ho arrampicato con Vaslav Nijinsky. Un spectacle merveilleaux.

4) Hai o avevi dei miti a cui ti sei ispirato per la tua carriera di scalatore?
a) Il mio primo mito, ma questo successe quando ero molto piccolo, è stato il serpente. Tutti quelli che si sono occupati della faccenda, hanno posto l’accento soprattutto sulla mela, la foglia di fico e cose pruriginose di quel genere. Io invece mi sono sempre chiesto come avesse fatto il serpente a prendere la mela e fin dalla prima volta che la mia mamma mi aveva detto, ma si è arrampicato sull’albero, sciocchino, beh, lo confesso, il serpente mi è diventato molto simpatico. Ho visto in lui tutta una discendenza di arrampicatori che con mele di ogni genere hanno giocato e trasgredito, alleviando il grigiume di questo monotono mondo.
Assaggia questo. Assaggia quello. Tentazioni alle quali schiere di fanciulle grassottelle e un po’ sperdute, non sono mai state in grado di resistere. Diavolo di un arrampicatore, sentenziava mia nonna con profonda sintesi, esprimendo con una sola affermazione insieme il celestiale e il diabolico, la soavità e la leggerezza dei gesti, pur mascherati talvolta, per necessità indotte, da opportune foglie di fico.
Ricordo che una volta, mentre salivo verso l’alta valle Qualido, mi venne da pensare che alcuni hanno foglie di fico anche più grandi di loro stessi. Così mi sono messo a ridere e questo mi ha fatto per un momento dimenticare che ero lì a fare il mulo per due briganti che, seduti su una roccia poco sopra, cantavano a squarciagola, me la dai, me la dai, altrimenti sono guai. Il tormentone di quell’Estate dei Pic Romans.
b) Il secondo mito al quale mi sono ispirato nell’arrampicare è stato El ingegnoso hidalgo don Quijote de la Mancha. Potrei anche spiegare il perché, ma non ne ho voglia (e poi forse sarebbe vagamente stucchevole e inutile). Dico solo che l’arrampicata è tale quando si nutre e abbuffa di stupore e fantasia. Altrimenti è come fare il bancario o la zoccola.

5) Hai partecipato alla creazione di un nuovo modo di vivere l'alpinismo da "lotta con l'alpe" a "piacere nel muoversi nella natura", diciamo sei stato un "rivoluzionario". Come hai vissuto le successive evoluzioni dell'arrampicata fino all'affermazione di una vera e propria disciplina sportiva ?
C’è stato un primo periodo nel quale arrampicavo in modo strano. Non riuscivo a capire il perché, ma ero consapevole della stranezza del mio muovermi sulla roccia. E’ stato Miguel de Cervantes a farmi capire che cos’era che non andava nel mio modo di arrampicare. Praticamente cercavo di salire usando solo una mano, perché l’altra era impegnata a tenere in posizione la foglia di fico. Che liberazione quella scoperta. L’arrampicata intera, l’alpinismo tutto, avrebbe dovuto cambiare quel modo di salire. Via le foglie di fico.
Molti hanno risposto a questo appello liberatorio. Così, alla fin fine, è nato il ’68 anche in val Masino e in val di Mello. Poi, come era del resto inevitabile che fosse, sono nati pudori ancora più profondi e sfacciati e le pudende sono state di nuovo ricoperte. Però questa volta, per fare le cose per bene, si sono usate foglie di plastica. Ora, il vedere che chiassosi gruppi di arrampicatori, si aggirano per la valle incuranti delle nuove foglie che portano... beh, mette un po’ di tristezza. Però è un attimo solo, perché la tristezza è subito dissipata dall’idea che non poteva andare diversamente. Il serpente l’aveva detto fin dal primo momento, vieni gonzo a mangiare la mia mela. Superiore a tutti, al di sopra di tutte le impensabili, escatologiche elucubrazione di noi poveri tapini.

6) La Valdimello... Quando ne hai sentito parlare la prima volta e perche' hai deciso di scalare proprio li ?
7) Arrampicare in Valle e' un esperienza unica, ma affrontare certi itinerari puo' voler dire rischiare le piume... Qual'e' il tuo rapporto con la paura di cadere, di farsi male, di morire?? Come sei riuscito a "contenere" questo sentimento?
Valdimellopaura è un ossimoro. Specie dopo gli errori del reticolo endoplasmatico liscio e il successivo studio di sinapsi, dendriti e mitocondri.
Nei casi più disperati, dovuti quasi sempre a qualche forma di illeggibilità della via da seguire, o per cause fisiche esterne, quali fulmini, temporali, grandinate e altre manifestazioni irrequiete del dissenso di Giove tonante oppure interne, scompensi cardiaci improvvisi, attacchi di ansia imprevisti o semplici cagarelle primaverili e settembrine, l’unico rimedio era quello di frizionare là, si là dove il tubo termina e il contenuto è trattenuto da robusti, in genere, muscoletti circolari.
Quasi sempre la frizione bastava, ma non sempre sempre.
In quest’ultimo caso poteva capitare che il secondo fosse impossibilitato a salire per via dell’odore e della patina scivolosa che andava a ricoprire la roccia (nel grande libro della val di Mello, sono registrati numerosi esempi di quanto descritto sopra).
Uno dei fatti più conosciuti di questo genere accadde a due famosi arrampicatori, dei quali indico solo l’iniziale del cognome, V. e M., ed ebbe come conseguenza l’impossibilità di arrampicare sulla parete nella quale si trovavano (spettegolando posso anche dire che era la Stella Marina) per quasi due mesi, fino all’arrivo di una settimana di grandi piogge.

8) Un aneddoto veloce che ricordi con piacere?
Ci sono di quegli aneddoti che sembrano veri e sono maledettamente falsi. Altri che potrebbero a prima vista essere scambiati per invenzioni di cervelli bacati e invece sono assolutamente veri. Quello che descrivo è inoppugnabilmente vero, come testimonia la registrazione e il video che, all’occorrenza, sono pronto a esibire.
Passeggiavo una mattina presto davanti al Gatto Rosso. Erano da poco passate le nove e da una automobile lì parcheggiata, ho sentito provenire dei lamenti di uomo e donna che inconfondibilmente stavano coitando allegramente. Io mi sono allontanato per pudore, ma non ho potuto non notare che l’auto sobbalzava come se dentro ci fosse una compagnia di danza. Urla e strepiti mi hanno raggiunto anche quando ero ormai lontano. Poi il silenzio.
Non so più nulla dell’auto, né dei suoi occupanti. Quel giorno passo a sbrigare faccende mie e mi dimentico dell’auto e dei versi.
Passano due giorni e chi ti incontro? Pilly e Jacopo che tornano carichi di corde e di ferraglie e mi comunicano che hanno aperto una nuova via, dicendomi che dovevo assolutamente andare a ripeterla, che era bellissima (con la scrittura non si riesce a riprodurre le fattezze particolari del linguaggio jacopeo, ma quelli che lo conoscono, lo immagineranno senza sforzo) e un sacco di altre cose. Poi Jacopo mi guarda e sorridendo dall’occhio sinistro, come fa di solito quando vuole dirmi qualcosa di molto, molto speciale, mi chiede se voglio sapere il nome della via. Certo che sì! Rispondo ansioso di sapere quale squisitezza fossero riusciti a partorire. Micetta bagnata.
Io, ingenuo come una capretta ai primi passi nel pascolo del buon Dio, gli rispondo. Il gattino è stato forse bagnato dal temporale? Subito però, aiutato dall’occhio sinistro del mio interlocutore, mi accorgo della mia pochezza di analisi. Mai i due compari avrebbero dedicato una via a una gattina, pur piccola e bagnata che fosse. Mica siamo del mulino bianco.
Mi hanno risposto infatti delusi. Solo allora, finalmente, ho collegato, l’auto, i versi e la micetta bagnata. Alleluja.

9) Un consiglio per i nuovi alpinisti??
Una volta un mio carissimo amico, di nome Ugo G., è andato a fare un giro dalle parti del Serengeti in Tanzania e, al suo ritorno ha consigliato a suo cugino Walter S. di fare altrettanto. Walter S. è stato sbranato da un gruppo di leonesse nei pressi di Ngorongooro e di lui non sono rimaste che le scarpe e un pezzo di camicia. Da allora i consigli me li tengo per me.

10) Cosa rimpiangi: cosa non hai visto o fatto?
Rimpiango solo una cosa. Di non essere riuscito a realizzare il mio sogno. C’ero andato vicino. Ero anche riuscito a trovare i finanziamenti necessari e i cavatori della val Masino si erano dimostrati molto sensibili al progetto. Però tutto si è infranto di fronte a una burocrazia gretta, ottusa e bigotta, che ha fatto di tutto per mettermi i bastoni tra le ruote.
Così non se n’è fatto più nulla. La mia idea, che qui sintetizzo per brevità e per non annoiare gli esigui lettori di queste righe, era quella di scolpire nella parte più alta della parete del Qualido, un pene alto 800 metri. Sarebbe stato il Grande Pene del Qualido, il più grande del mondo e avrebbe assicurato alla val di Mello, alla val Masino, alla Valtellina, frotte ininterrotte di visitatori e turisti in ogni mese dell’anno.

11) Quali sono le vie più belle della valle?
In val di Mello ci sono molte vie piacevoli, interessanti, molte vie belle e alcune anche molto belle. Però. C’è una via che supera tutte le altre in eleganza e bellezza, una via... devo dire che non esistono parole, né mai qualcuno riuscirà a trovare parole adatte per descriverla. Michelle Obama, quando l’ha percorsa nella passata Primavera, ha esclamato: I am unanimously of opinion that no route with which I am acquainted surpasses Luna Nascente in grandeur and variety of natural beauty. Poi ha voluto stringere personalmente la mano ai primi salitori: Graziano Milani, Mirella Ghezzi e il sottoscritto (ci siamo messi a piangere prima di consegnare a Michelle la targa ricordo in granito di quell’evento, che ora è utilizzata dal presidente Obama come fermacarte sulla sua scrivania alla Casa Bianca). (Mentre scrivo queste righe, la commozione ha preso di nuovo il sopravvento e calde lacrime sono scese sulla tastiera).

12) Le vie più epiche ed ingaggiose?
Non parlerei tanto di vie, quanto piuttosto di strade. La più bella delle quali è sicuramente la strada del bosco. Forse molti degli arrampicatori più giovani non sanno nulla di tutta questa faccenda e altri si sono dimenticati di questo importante evento, ma Rabagliati ha voluto dedicare questa canzone alla strada del bosco della val di Mello. Ne riporto le parole nude e crude, perché sono così dense di significato che non è necessaria alcuna spiegazione.

Vieni
C'è una strada nel bosco
Il suo nome conosco
Vuoi conoscerlo tu
Vieni
È la strada del cuore
Dove nasce l'amore
Che non muore mai più
Laggiù tra gli alberi
Intrecciato coi rami in fior
C'è un nido semplice
Come sogna il tuo cuor
Vieni
C'è una strada nel bosco
Il suo nome conosco
Vuoi conoscerlo tu
Un usignolo a sera sospirerà
Ed ogni fata in fronte ti bacerà
Canta il tuo cuore il bosco la ninna nanna
Mentre una culla bianca prepari tu
Laggiù tra gli alberi
Intrecciato coi rami in fior
C'è un nido semplice
Come sogna il tuo cuor
Vieni
C'è una strada nel bosco
Il suo nome conosco, vuoi conoscerlo tu?

Vuoi conoscerlo tu?
Mai sono state scritte parole più struggenti di queste sulla val di Mello.

13) Come vedi il futuro della Valle?
Bene. Specie se il buon senso prevarrà e, al di là di tutte le pastoie burocratiche, verrà realizzato il Grande Pene del Qualido (valorizzato dalla sottostante ferrovia panoramica, che dalla val Ligoncio porterebbe con percorso pianeggiante e molto, molto speciale, alla valle di Predarossa, passando sotto il citato obelisco. Questa ferrovia potrebbe essere facilmente collegata anche con la ferrovia Retica e i suoi trenini rossi). Lascio al lettore immaginare il successo di una iniziativa di questa portata.

14) Nella truppa di giovani che si muovevano in Valle chi erano i più infami?
Non rispondo per paura di ritorsioni.

15) E domani cosa farai?
Domani ho deciso di alzarmi mezz’ora dopo. Farmi un bicchiere di succo di frutta alla pera, leggermente aromatizzato con delle briciole di cioccolato e intraprendere, finalmente, la cosa alla quale tengo di più. Estrarre grappa dall’insalata. Potrà sembrare strano, a chi non conosce a fondo i misteri degli alambicchi e delle serpentine, che da un ingrediente così apparentemente schivo, si possa estrarre tanta maestà. Ebbene, io vi assicuro, che non solo si può estrarre della grappa, ma che questa sorpassa in vigore ed elasticità, in fragranza e ricchezza di aromi, in armonioso melange di raffinati echi di terroir, qualsiasi vostra immaginazione. L’esperienza sensoriale fatta con questa grappa, che prima raccoglie in compatte legioni tutti i neuroni a disposizione e poi li invia in ogni parte del corpo, è pari solo, a detta di tutti coloro che l’hanno assaggiata, al nettare che Giove versava alle sue giovani amanti prima di concupirle e sollazzarsi con loro nel suo grande e soffice letto.

Conclusio
Ho risposto alle domande e adesso posso ritornare nel mio orto all’Agneda sotto il nocciolo ad aspettare José Arcadio Buendía. Con lui, come al solito, parleremo del paese di Macondo, della sua gente e del mondo che verrà.

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