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Giorgio Travaglia sul tiro chiave.
Photo by archivio Giorgio Travaglia
Sulla cengia a metà parete
Photo by archivio Giorgio Travaglia
Enrico Bortolato in parete
Photo by archivio Giorgio Travaglia
Giorgio Travaglia ormai in cima.
Photo by archivio Giorgio Travaglia
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Ey de Net, Tofana di Rozes, prima invernale in Dolomiti

03.04.2012 di Planetmountain

Dal 10 al 12 marzo 2012 Enrico Bortolato, Giorgio Travaglia e Stefano Valsecchi hanno effettuata la prima invernale della via Ey de Net sulla Tofana di Rozes, Dolomiti. Il racconto di Giorgio Travaglia.

Era parecchio tempo che desideravo fare una prima invernale, in tutti e due i sensi: una via mai percorsa nella stagione fredda è certamente più affascinante rispetto ad una “già fatta”. Inoltre sarebbe stata anche l’occasione per arrampicare la prima volta sulle Dolomiti nella stagione fredda, che implica tutta una serie di difficoltà in più rispetto all’estate.

Bisognava scegliere una meta adatta allo scopo: dopo aver vagliato un certo numero di possibilità, la scelta cadde sulla Tofana e in particolare sulla via Ey de Net di Aldo Leviti, che quest’anno compie ben trent’anni. Parete a sud, quindi sole tutto il giorno. “Mica stupido” direte. Ma sapete, il mite clima ligure non aiuta certamente a formare il fisico dell’invernalista doc, e con certe cose è meglio andare con calma.

Ma adesso è venuto il momento di presentare la nostra cordata decisamente eterogenea: Stefano, il più giovane, viene da Lecco e alla ’veneranda’ età di diciannove anni fa già parte del celebre gruppo “Gamma” di alpinisti lecchesi. Enrico è il “vecchio” è padovano e ha accettato di buon grado la mia proposta. Per tutti noi è la prima esperienza invernale. Ci troviamo tutti quanti a Padova, viene anche un altro amico, Francesco, ma non sentendosi abbastanza in forma preferirà non seguirci in parete.

Dopo qualche ora di sonno in macchina ci avviamo verso l’attacco; quando iniziamo a salire il sole scalda già la roccia e l’arrampicata è davvero un piacere. L’obbiettivo di oggi è guadagnare la cengia a metà parete: lì potremo abbandonarci agli ozii serali in tutta tranquillità. Tutto ciò implica essersi lasciati il tratto chiave della salita alle spalle, dettaglio di non poca importanza che potrebbe influire in maniera decisamente positiva sul numero di ore di sonno. Nonostante i grandi zaini, ci muoviamo veloci e siamo al tiro sopra menzionato in anticipo rispetto alla tabella di marcia. Così, riuniti in sosta, ci prendiamo un momento per mettere qualcosa sotto i denti.

Si parte con una fessura gialla, sembra friabile e parto diffidente, ma la roccia si rivela buona, supero uno spigoletto e seguo una stretta cornice alla base di un muretto di roccia compatta; c’è un buon chiodo all’altezza della vita, più in alto un altro. "Se cado prima di aver raggiunto l’altro chiodo faccio la fine della pera quando cade dall’albero; questo chiodo alla vita servirebbe solo per non farmi rotolare ancora più in basso". Forte di queste rosee considerazioni mi accingo a superare il passaggio. I miei compagni avranno il loro da fare con i pesanti zaini…

Alle 3 siamo alla cengia: è bella spaziosa. Potremmo fare ancora un tiro e lasciare le corde per domani, ma per oggi siamo sazi. La nostra attrezzatura è quanto fuori luogo: una grande pentola (il modello assolutamente più ingombrante) e un fornello da campeggio danno all’atmosfera un tocco molto vacanziero. Del resto è questo che siamo venuti a fare: una vacanza in parete! Enrico si esibisce in cucina con una deliziosa pasta e fagioli con varie aggiunte e correzioni non del tutto ortodosse: sassi e terra rimasta dalla neve sciolta. Ma in questi casi vale il detto popolare "tutto fa brodo". La notte è meno fredda del previsto e riposiamo bene.

Il giorno dopo quando il sole si spunta dall’orizzonte siamo già operativi. Oggi tira Stefano e per colazione la relazione prevede VI+. Il chiodo è scarso, se cadesse arriverebbe in cengia. Avanza, ritorna sui suoi passi, studia un po’ meglio la situazione e con decisione supera il tratto più scabroso. Oggi è il giorno della vetta! Il lecchese ci conduce attraverso muri di ottima roccia a ritmo spedito. La nostra corsa subisce una drastica battuta di arresto ad un tiro dal raccordo con la classica Dimai: una canale colmo di neve impegna il primo di cordata a lungo. Il tiro dopo è anche ghiacciato: dove d’estate è un banale IV grado l’inverno mostra il suo lato "migliore".

Anche l’ultimo tiro è parente dei precedenti e un sole ormai basso sull’orizzonte ci trova ad arrancare sulla cresta finale. Un gran vento ci accoglie in cima, non quella vera e propria, per quella bisogna ancora salire. Il vento aumenta rapidamente alzando una gran quantità di neve, la visibilità è scarsa e fatichiamo a sentirci. Sappiamo che per scendere bisogna seguire una cresta in discesa, e si può anche evitare di raggiungere la vetta vera e propria forse traversando alcuni pendii. Scendiamo a sinistra, c’è un risalto, siamo indecisi, ma ormai è buio. Due chiodi e giù in doppia con le corde annodate dal ghiaccio. Giriamo sul versante sud.

Ormai è tardi per provare a scendere ancora in questa situazione. Pestiamo la neve per creare un terrazzino e senza assicurazioni ci mettiamo seduti in bilico sul pendio di neve. Trascorreremo la notte così: nei sacchi a pelo, bagnati per la neve rimastaci addosso. Abbiamo sicuramente sbagliato strada. Se domani non riusciamo a tornare sui nostri passi è un bel casino… L’ipotesi del soccorso inizia ad insinuarsi nei discorsi ostacolati dal rumore del vento e della neve che sbatte sui nostri sacchi.

L’alba! Quando arriva il sole tutti i dubbi notturni sono dissipati. Superiamo il breve tratto sceso la sera prima e in poco tempo siamo all’uscita della via. Saliamo in vetta per pendii di neve, la cresta che si segue solitamente d’estate è impraticabile. In cima il vento non dà tregua ma ci siamo! Volevate l’inverno? Adesso l’avete avuto!

Scendiamo finalmente per il versante giusto, prima verso nord, poi in direzione del Giussani... Nel primo pomeriggio siamo al Dibona. Ci fermiamo a Longarone per "bagnare" la salita. Chi al lavoro, chi agli impegni di studi: il giorno dopo ci dividiamo

All’inizio non mi è mai facile ritornare alla vita "civile", la mente è ancora troppo impegnata a ricordare i bei momenti passati in parete, anche quelli più intensi, che fanno parte del gioco e lo rendono così accattivante.

Giorgio Travaglia

Info via:
Ey de Net - Tofana di Rozes, Dolomiti
Prima salita:
Aldo Leviti e compagni, 1982
Versante: Sud
Lunghezza: 650m + 150m per la cima (23 tiri)
Difficoltà: 6°+

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