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Marco Anghileri il 14 marzo 2012 al bivacco dopo la prua durante la sua salita solitaria invernale della Via dei Bellunesi sul Pilastro sud-ovest dello Spiz di Lagunàz (Pale di San Lucano, Dolomiti).
Photo by Marco Anghileri
Marco Anghileri: 14 marzo - mi riavvicino al diedro
Photo by Marco Anghileri
Marco Anghileri: 15 marzo - splendidi tiri nella fessura terminale
Photo by Marco Anghileri
La Via dei Bellunesi allo Spiz di Lagunaz (Pale di San Lucano, Dolomiti) aperta nel luglio del '79 da Franco Miotto, Riccardo Bee e Stefano Gava.
Photo by Planetmountain

Via dei Bellunesi allo Spiz di Lagunaz, l'invernale solitaria di Marco Anghileri

21.03.2012 di Planetmountain

Marco Anghileri racconta la sua salita solitaria della Via dei Bellunesi (1350m, VI e A2) sul Pilastro sud-ovest dello Spiz di Lagunàz (Pale di San Lucano, Dolomiti). Un grande viaggio per un'esperienza che va oltre l'alpinismo.

Ci sono posti tanto nascosti, quanto sconosciuti ai più, da diventare quasi mitici. Come lo Spiz di Lagunaz. E ci sono occhi così sinceri che sanno arrivare al cuore. Come quelli di Marco Anghileri. Non vorremmo aggiungere altro al racconto dell'avventura di Marco sulla Via dei Bellunesi al Pilastro sud-ovest dello Spiz di Lagunàz. Anche se, sul valore di quei 4 giorni (1 per lo zoccolo, 2 per la salita e 1 per la discesa) tutti trascorsi in piena solitudine nel silenzio delle Pale di San Lucano - magnifico distretto delle Dolomiti - ci sarebbe molto da aggiungere e da ricordare. Intanto che quella Via dei bellunesi, aperta nel luglio del '79 da Franco Miotto, Riccardo Bee e Stefano Gava, è davvero un gioiello. Tanto prezioso che ci sono voluti 25 anni perché qualcuno (alias Ivo Ferrari e Silvestro Stucchi) riuscisse a ripeterla. Poi, di questo suo gran viaggio lungo 1350m e di quell'impegno “mentale” che richiede, occorrerebbe dire che si tratta della prima solitaria, prima invernale nonché seconda ripetizione. Insomma, che si tratta di qualcosa da segnare sui libri di alpinismo. Anche se di tutto questo Marco Anghileri non ama parlare, come non si sofferma sui gradi o su quella famosa traversata che segna la via... Parla apparentemente d'altro Marco. Anzi parla al cuore e di quel “richiamo della foresta” a cui nessun alpinista riesce a resistere. Da leggere!


QUEL QUADRO IN BIANCO E NERO di Marco Anghileri

Ripensandoci bene, erano anni che quando avevo la fortuna di andare nella magica Valle di San Lucano e raggiunta la ormai familiare locanda Col di Prà, entrando nel locale lo sguardo veniva sempre catturato da un bellissimo “quadro in bianco e nero” posto sulla parete d’ingresso.
Un quadro ormai datato e d’importante rilevanza storica, con inserite le foto dello Spiz di Lagunaz indicante il tracciato della Via dei Bellunesi e quella dei fortissimi apritori in glorioso abbraccio - Franco Miotto, Riccardo Bee, Stefano Gava - che nei giorni 11-12-13 luglio del 1979, dopo precedenti tentativi, avevano terminato una via destinata a diventare un deciso punto di riferimento anche oltre i confini della selvaggia valle!
Quante volte in quei colpi d’occhio al quadro, a volte rapidi, altre più lenti e di studio, i pensieri mi avevano fugacemente portato lassù, appeso a quella magnifica prua verticale oltre il diedro, avvertendo quasi d’inconscio un brivido alle mani che immediatamente, con riflesso incondizionato, si portava alla schiena! Brividi di passione, di interesse, di mistero, di curiosità, e allo stesso tempo brividi di timori reverenziali, di dubbi, di incertezze…!
Perplessità aumentate dalle timide notizie e dalle rare battute che sentivo nei discorsi dei pochi informati. A volte, quando mi soffermavo un po’ di più ad osservare quel “quadro in bianco e nero” ed accanto a me vi era qualche local magari non ancora incontrato, dalle sue labbra poteva uscire qualcosa di nuovo o di diverso rispetto a ciò che sapevo, e soprattutto, sentivo nuovi nomi di alpinisti più o meno conosciuti che avevano provato a ripetere la Bellunesi ma con scarso esito!

Quasi sempre, quegli sguardi al quadro ed i brividi da esso generati, dentro me erano accompagnati da pensieri colmi di vizi e presunzioni giovanili, sicuramente conseguenti a come vivevo un po’ l’andare in montagna da giovane; ricordo che con gli occhi fissi al quadro pensavo “eh, bella linea è vero, ma il pensiero di star su delle ore a far dell’artificiale, magari anche sul marcio!, per superare poche decine di metri di parete mi fa scappar la voglia di andarci pensando a tutte le meravigliose vie in libera e con roccia super che ci sono in questa valle dove poter sentirsi liberi di muoversi ed arrampicare! Comunque, massì dai! magari un giorno ci andrò… e se son passati i primi salitori, sono certo, passerò anche io! Qual è il problema?!” consapevole che quel giorno sarebbe stato sempre e comunque un altro giorno ed anche lontano, perché appena fuori dalla locanda, con tutto il ben di Dio delle Pale, gli interessi erano tutt’altri!

Col passare degli anni e l’arrivo di altri impegni, ovviamente le mie visite in San Lucano si sono drasticamente ridotte e modificate, come del resto un po’ il mio andare in montagna. Proprio nell’ultima visita nell’ottobre 2011, in cui feci la ripetizione in solitaria della splendida e praticamente sconosciuta “Via Per l’ultimo Zar” al Pilastro Titan sulla Prima Pala, ricordo che, soffermandomi per l’ennesima volta ad osservare quel “quadro in bianco e nero” ed il tracciato della Bellunesi, il caro amico e gestore della locanda Mauro Chenet mi aveva sentito accennare per la prima volta e ad alta voce, “anche questa via meriterebbe d’esser scoperta, quasi quasi alla prossima occasione ci metto il naso!” e dentro di me sentivo che mi ero appena fatto una stimolante promessa!

Dopo circa quattro mesi da quell’ultimo sguardo al quadro, il mattino del 24 febbraio 2012 mi aveva visto far ritorno nella bellissima valle di San Lucano!
Un bel periodo di alta pressione stava volgendo al termine, ma il giorno precedente era il 5° compleanno del mio secondo figlio Carlo e giustamente non volevo mancare a quell’appuntamento così la partenza era avvenuta la mattina presto dopo i festeggiamenti!
Durante il lungo viaggio avevo cercato di capire il perché della mia fuga in San Lucano in quei giorni, che per calendario cadevano ancora nella stagione fredda anche se era chiarissima in me la consapevolezza di non aver nessun interesse d’apostrofare l’avventura con “salita invernale”. No, quello rappresentava proprio l’ultimo dei miei pensieri ed era solo una banale coincidenza che le mie voglie di solitario in San Lucano combaciassero con l’inverno!
Un inverno che poi tanto freddo e nevoso non è stato viste le condizioni delle pareti e l’incredibile sudata fatta nella salita del ripido zoccolo della 3^ Pala!

Però, nonostante il grande slancio interiore che mi aveva spinto a soddisfare quei brividi percepiti in anni di sguardi al “quadro in bianco e nero”, quella volta la fuga solitaria si concluse come descritto da me stesso in un blog di montagna pochi giorni dopo: “dopo un primo giorno passato bene, già al secondo ho capito che la testa era altrove, che pensavo tanto ai figli e soprattutto al più grande che, appena saputo della mia fuga, mi aveva lasciato impietrito con uno sguardo troppo intenso e di non comprensione accennandomi le poche parole della canzone di Dolcenera che aveva appena ascoltato alla radio "...qualunque cosa accada, noi ci vediamo a casa! lalala..." stavo intuendo che non stavo proprio vivendo l'esperienza divertendomi come cerco e voglio trovare in montagna... Fino a quando, al risveglio del terzo giorno, dopo un po' di minuti di autoanalisi, ho capito che veramente non era come doveva essere, che non ero in sintonia, che non trovavo piacere a star lì, che anche se a vedere non mancava molto per uscire dal duro (che poi tanto duro non mi sembrava ma non si può mai dire) e anche se la discesa poteva essere lunga e complicata, la cosa non andava come doveva andare e che il Marco che sta bene in montagna, che prova piacere in montagna, che si sente libero in montagna... non era quel Marco che era lì...
e allora, decisione istintiva e liberatoria presa in un attimo...
"ok, ora scendo... non è il momento giusto"
lungo e faticoso lo zoccolo in discesa...
pensieroso il viaggio di rientro...
ma molto gratificante l'abbraccio dei miei Giulio e Carlo!


I giorni successivi a quel tentativo erano trascorsi con stati d’animo decisamente contrastanti, mi sembrava d’avere dentro dei temporali d’emozioni che passavano dalle forti tempestate con grandine alla quiete più totale… un continuo alternarsi di pensieri opposti: “bravo Marco, hai fatto bene a scendere, comunque sia, anche se fossi andato avanti e quasi certamente saresti arrivato in cima, non sarebbe stato giusto, non te la saresti goduta come vuoi, non ti saresti divertito come vai cercando... insomma, te la saresti sciupata questa bella cosa e magari saresti ancora qui più tumultuoso! Ormai ti conosci bene, lo sai che sei fatto così….! Massì dai! Ascoltati, aspetta..! 1 giorno, 10 giorni… 1 mese, 6 mesi… aspetta il momento giusto, se dev’essere anche questa arriverà!”
…oppure, “Cazzo!!! C’eran condizioni atomiche, alta pressione fantastica, ora ha nevicato sopra i 1500 mt, quando mi ricapita un’occasione così? Mi ero già sparato tutto il viaggio e l’enorme fatica nel portar su l’enorme sacco ed i suoi 28 kg, ormai ero lì a 30 mt dal termine delle difficoltà… e son rientrato! Stavi bene, ti sentivi in forma, non ti sembrava duro…e per un qualcosa di intangibile, per delle emozioni, niente di più, hai mollato il colpo?! Ma come si fa ad esser così pirla?!....” e ancora, “…però continui a pensare a quel traverso, alla prua verticale successiva! Hai voglia di conoscerli, di vedere, di toccare con mano, senti i soliti brividi di curiosità ed incertezze!...ahhh! BASTA! SMETTILA! NON PENSARCI PIU’! STACCA IL CERVELLO!!


Martedì 13 marzo; ho appena terminato un appuntamento di lavoro in zona Trento, l’auto è carica del mio saccone per la Bellunesi più altre borse piene di oggetti che potrebbero servire, ma ho rimandato la decisione se portarli o no solo in ultimo, ascoltando le sensazioni del momento!
La strada più logica per la San Lucano sarebbe prendere la Valsugana e poi Feltre ecc, ma è davvero una bella giornata di sole, praticamente primavera e voglio respirare begli ambienti, spaziare con lo vista verso cime e valli, entrare in sintonia, liberare la mente, sentirmi libero!
E allora via in autostrada fino all'uscita Egna-Ora e su per quella bellissima strada che sa di ricordi di belle vacanze in famiglia fra sciate e scampagnate.
Quanti amici da queste parti, già che son qui meriterebbe la cortesia di un saluto a qualcuno…ma poi con che scusa dico che sto passando? Sicuramente mi scapperebbe qualche parola, come è già accaduto nell’appuntamento di prima anche se con un amico di quelli giusti, e sento che romperei l’intimità del sogno, di quel sogno che oggi, che adesso, in questo momento di ricercata libertà, sto sentendo sempre più vicino, sempre più mio! Vai senza fermarti, godi anche di questi momenti!

A Moena svolta a destra in direzione passo San Lucano - Pellegrino, poi l’acquisto di qualche panino a Falcade e finalmente Taibon Agordino e la magica valle di San Lucano!
Alla locanda, un veloce e ormai istintivo sguardo a quel “quadro in bianco e nero”.
Incredibile!!! Niente brividi alle mani, niente riflessi alla schiena… nessun mistero, nessun interrogativo, nessun timore! Lo sguardo non focalizza nulla in particolare ma è solo una veduta d’insieme e per un attimo avverto complicità, rispetto, coinvolgimento reciproco, quasi il sentirsi un tutt’uno con lui!
Mangio qualcosa di veloce mentre preparo gli ultimi dettagli e penso il da farsi.
L’altra volta avevo fatto una tirata: il viaggio da Lecco, salito lo zoccolo, fatto i primi 5 tiri e bivaccato all’inizio del profondo diedro.
Oggi è tutto diverso, ho pensato molto a quale impostazione adottare ed alla fine, come faccio spesso, ho lasciato la decisione all’ultimo momento, ascoltando le sensazioni dell’attimo.
Far di corsa e bivaccare ancora ad inizio diedro almeno sarei già alto e psicologicamente più a posto per il giorno successivo ed i tiri chiave, oppure, con più calma, salire solo lo zoccolo e se avanza tempo mettere un po’ di corda sui primi pezzi? Boh!
La Valle oggi sa di primavera!… ho voglia di respirare la primavera!… alla locanda si sta da Dio! Mi sdraio sulla panchina al sole e con i freschi profumi della valle… prendo sonno! Quindi opzione due!

Un sonno rigenerante, un sonno illuminante, un sonno che mi porta al risveglio con le idee chiare, limpide e certe di cosa sto andando a fare e di come lo voglio fare! Senza fuggire o scappare da qualcosa o da qualcuno, senza inseguire, rincorrere, o cercare di avvicinare forsennatamente un simbolo, un’idea, una pseudo-promessa, ma semplicemente, ascoltandomi, ascoltando le mie sensazioni, le mie voglie, la mia sete di montagna, che in questo caso si disseterà sulla via tracciata quasi con precisione maniacale sulla foto nel quadro, in quel “quadro in bianco e nero”!
Nel pomeriggio, dopo aver lasciato per ultimo in base alle sensazioni (dev’essere una mia caratteristica in certe cose) la “difficile” decisione di quali calzature indossare da cui avrebbe dipeso anche la discesa, son partito per il lungo zoccolo con il saccone di 21 kg, carico di ben 7 lt di beveraggi vari, ma comunque leggero, perché gran parte del materiale l’avevo lasciato alla grotta di bivacco la volta precedente. Ci arrivo in meno di due ore, sorpreso di come abbia piacevolmente goduto della salita nonostante il peso del sacco; il bivacco con la luce ed il caldo pomeridiano è un paradiso.
Poco dopo, in pieno stato di ebbrezza, mi ritrovo a salire in assoluta libertà, ed ancora in scarpe da ginnastica, ma con: imbrago, moschettone, reverso, 60 mt di corda del 9,4 ed altrettanti di cordino del 6, i primi 100 mt della via godendo come un matto! Fatto ciò, in breve le due doppie su capo singolo (da non emulare quella su cordino del 6!) mi depositano alla base e trascorro la prima delle tre notti in un posto da bivacco fantastico!

Il giorno seguente è un concentrato di emozioni. Ripercorrere i tratti fino a metà diedro già percorsi la volta precedente avvertendo meno scioltezza, grinta e trovando il tutto un po’ più complicato quindi facendomi pervenire qualche dubbio sulla mia condizione, non tanto fisica (quella in 20 giorni mica si trasforma!) quanto più mentale! Aspetti mentali decisamente ribaltati e ritrovati a pieno regime nel momento esatto in cui son finalmente partito dalla sosta del famoso e temuto traverso, punto raggiunto la volta precedente!
Un traverso tutto da capire, un traverso eccitante, un traverso emozionante…. o forse è solo l’emozione d’esser finalmente lì! Un traverso che, grazie ai pochi ma comunque presenti chiodi messi dagli apritori e dagli unici ripetitori della via (Ivo Ferrari e Silvestro Strucchi il 17 e 18 luglio 2004), ho potuto godere ed apprezzare come speravo, come volevo, abbinandolo in unica lunghezza alla tanto immaginata e desiderata splendida prua verticale successiva!

Due tiri saliti e vissuti credo nel miglior modo che potessi desiderare, e sarà forse per questo che li ricordo veramente belli e di gran soddisfazione. Due tiri nei quali ho trovato quella fantastica dimensione e condizione che mi piace trovare e vado a ricercare quando son in giro da solo a scalare. Dove il tempo che trascorre non ha più “il suo tempo”, dove lo spazio intorno a me non è più “uno spazio”, dove quando salgo non sto “semplicemente salendo”, dove quello che sto facendo non è “solo un fare” ma, per me, è il giusto fare, è esattamente ciò che ritengo assolutamente ed unicamente “giusto”… dove tutto ha una sua logica cristallina, dove ogni singolo movimento è il movimento più idoneo per la mia persona in quella situazione… e dove tutto ciò mi fa sentire ogni qual volta fiducioso di me stesso e forse anche un po’ al di sopra delle difficoltà che sto incontrando! Probabilmente sarà anche per questo motivo che catalogare, dare una valutazione numerica delle difficoltà mi risulta spesso estremamente difficile se non impossibile farlo.

Salgo, centimetro dopo centimetro, metro dopo metro, immerso in una “bolla di dialogo con me stesso” che non mi da razionale chiarezza di ciò che sta intorno a me ma, allo stesso istante, mi è semplicemente quantificabile in “qui lo vedo facile, lì meno, etc”!

Giungo al termine della prua verticale e rimonto sul bellissimo ballatoio. Sono immerso nella meravigliosa luce di un tardo pomeriggio invernale ma che sa più di bella primavera! Immediatamente avverto dentro di me lo scioglimento e l’allontanamento delle celate tensioni e timori che inconsciamente mi portavo appresso nei periodi e nei momenti precedenti a questi tiri…trascorro brevi attimi ad ascoltare ancora quei brividi alle mani che si dipanavano alla schiena conosciuti in anni di sguardi indirizzati a quel “quadro in bianco e nero”.

Vivo momenti su di un ballatoio in mezzo al niente o in mezzo al tutto (dipende dalle passioni) che san di piacere, star bene e libertà che son in fondo le cose che più ricerco tra le montagne. Attimi che sanno di vita e che dureranno sicuramente in eterno dentro il mio cuore. Lo stesso cuore di quel giovane ragazzo, ormai giunto alla soglia dei 40 anni che, con vizi e presunzioni giovanili, anni fa pensava ed in fondo ben sapeva che: “Massì dai! Magari un giorno ci andrò… e se son passati i primi salitori, son certo, passerò anche io! Qual è il problema!!"

Il giorno seguente, dopo una splendida notte trascorsa accarezzando il piacere d’aver finalmente soddisfatto le curiosità di anni, è stato un susseguirsi un po’ complicato e dispendioso, causa il saccone, di andare e venire in traversi orizzontali, alcuni addirittura in discesa, per poi percorrere i bellissimi tiri nella fessura verticale, che meritano solo quelli una visita, ed infine bivaccare ancora poco sotto la cima stando al riparo dall’aria!
Un'ultima notte trascorsa su di un comodo e provvidenziale ballatoio di sassi trovato per fortuna al di là della cresta, ma che volevo terminasse al più presto perché contraddistinta dagli intensi e duraturi dolori al maledetto braccio destro operato anni fa che, nonostante le bustine di antinfiammatori bevute, non mi ha dato pace né fatto chiudere occhio… (unica nota negativa di tutta la splendida avventura).

Al mattino, sulla bellissima cima dello Spiz di Lagunaz e nei primi tratti della lunga discesa in doppia effettuata dal diedro Casarotto, le emozioni hanno toccato l’apice! Dapprima osservando in lontananza la parete Nord-ovest della Busazza sulla quale lo stesso giorno di 20 anni prima, e cioè nel lontano 16 marzo 1992 (incredibile coincidenza!) insieme al caro e compianto amico Lorenzo Mazzoleni (scomparso nel ’96 al K2) giungemmo in cima alla via Maffei-Leoni-Frizzera dopo 4 giorni di intensa arrampicata che sancirono quasi l’inizio del mio alpinismo, di cui, da quell’inconsueto posto potevo osservare e ricordare molti capitoli vissuti fra Marmolada, Civetta ed Agner! Per poi cominciare le corde doppie esattamente da quel mugo e su quell’errato versante in cui nel dicembre del 1989 mio fratello Giorgio (purtroppo scomparso), insieme ai due cari amici Riccardo Milani ed Emanuele Panzeri, cominciarono la loro lunga discesa dopo 4 fredde giornate invernali trascorse sull’allora ancora poco frequentato (la loro fu la 4a ripetizione) e molto sconosciuto diedro Casarotto-Radin allo Spiz di Lagunaz. Che grande emozione ritrovare i chiodi e le fettucce fucsia che usava Giorgio nelle altre due doppie prima di arrivare sulla grande banca all’uscita dal diedro!

Nel pomeriggio mi ritrovo finalmente alla grotta da bivacco sopra lo zoccolo potendo stemperare un po’ la tensione accumulata nella lunga discesa in corda doppia tutta da attrezzare, ma consapevole di non poter ancora rilassarmi in quanto il ripido e lungo zoccolo della terza pala in discesa e con pesante saccone non sarà certo una passeggiata! Qualche ora dopo, ancora nel bosco e praticamente al buio con la frontale quasi scarica, arrivo a poche decine di metri dalla strada ad abbracciare il gentilissimo Maurino venutomi incontro. Di lì a breve son di ritorno alla Locanda Col di Prà dove cari amici mi aspettano per sincere strette di mano e festeggiamenti!

All’ingresso, in un misto fra istinto, riflesso incondizionato e volontà volgo lo sguardo verso quel “quadro in bianco e nero”!
Brivido! Sento ancora un grosso brivido… ma questa volta dalla schiena lo sento scorrere velocemente lungo il viso e scendere sul collo fino ad arrivare - dritto al cuore! Con un accenno di sorriso e strizzata d’occhio dalle mie labbra sento sussurrare… “Grazie caro e vecchio “quadro in bianco e nero…!

Marco Anghileri
Lecco – 21 marzo 2012

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