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Nanga Parbat dal ghiacciao
Photo by arch. S. Moro
Simone Moro subito dopo la prima invernale al Gasherbrum II
Photo by The NorthFace®/Cory Richards
Denis Urubko subito dopo la prima invernale al Gasherbrum II
Photo by The NorthFace®/Cory Richards
Simone Moro e Denis Urubko prima della partenza per il tentivo invernale al Nanga Parbat
Photo by TNF

Nanga Parbat d'inverno, Moro e Urubko in viaggio verso il loro sogno

30.12.2011 di Planetmountain

Intervista a Simone Moro e Denis Urubko in viaggio verso il Nanga Parbat per il loro tentativo di prima invernale al Nanga Parbat (8.125m).

Prima dell'intervista una premessa che riguarda la conferenza stampa tenutasi a Milano qualche giorno prima della partenza di Moro e Urubko... Metti il Nanga Parbat. Più Simone Moro e Denis Urubko. Aggiungici Reinhold Messner. Il tutto nella sede della Gazzetta dello Sport... e fai già un grande evento. L'impressione che si avvertiva martedì della scorsa settimana nella sala conferenze del blasonatissimo quotidiano sportivo, era proprio questa. Certo la presentazione del tentativo di prima invernale al mitico Nanga Parbat era ed è assolutamente di primissimo piano. Come del resto i suoi protagonisti, appunto Moro e Urubko. Ciononostante, per chi è abituato alle cose dell'alpinismo, quella sala stracolma e quell'interesse forte e palpabile facevano un certo effetto. Soprattutto conoscendo l'antica diffidenza degli alpinisti, o meglio quella loro “scuola di pensiero”, che rifugge dal pubblicizzare troppo un'impresa che è ancora tutta da realizzare. Invece no: si può parlare di alpinismo mettendolo (finalmente) sotto i riflettori della grande comunicazione e allo stesso tempo farlo onestamente, senza tradirne l'essenza. Dunque, in quella conferenza s'è parlato a tutto tondo di alpinismo. Quello di Moro e Urubko che Messner ha definito “classico” e per questo grande. Si è parlato del Nanga Parbat e degli alpinisti, grandissimi, da Mummery a Buhl allo stesso Messner, che ne hanno fatto la storia. E poi, si è anche detto di questo tentativo di prima invernale al Nanga. Del suo essere, come tutte le prime invernali ad un Ottomila, assolutamente aleatorio e con margini altissimi d'incertezza. Tanto che è già un'impresa pensare di resistere per due mesi e forse più sotto la montagna con temperature tra i -30 e -50 °C. Ma anche pensare di tentarlo in due come faranno Moro e Urubko, forti dell'esperienza e dello stile "leggerissimo" applicato per centrare le prime invernali del Makalu e del Gasherbrum II. Così, quello che ancora una volta ci sembra chiaro, è che la vetta di un'impresa così grande si costruisce passo dopo passo. E' per questo che abbiamo intervistato Simone Moro e Denis Urubko proprio all'inizio del loro viaggio verso il Nanga, proprio nel momento in cui l'azione sulla montagna è imminente ma ancora tutto deve accadere...

Simone, Denis… state lasciando Islamab per iniziare la vostra avventura sul Nanga Parbat d'inverno. Prossime tappe?
Il 29/12 siamo volati a Skardu con l’aereo di linea che passa solitamente sopra il Nanga Parbat. E' stato un modo per sbirciarlo dall’alto. A Skardu ho il mio deposito e magazzino di materiali alpinistici e dunque preparerò tutte le attrezzature necessarie che già avevo qua e che dunque non sono state spedite dall’Italia con il cargo. Staremo a Skardu solo una notte e da lì partiremo in minibus verso Gilgir dove troveremo il nostro staff Pakistano e le jeep che ci porteranno il giorno successivo a Bunar per poi continuare il viaggio fino a Halala

Com'è il morale della squadra, a proposito ce la presentate...
Denis Urubko e Simone Moro come alpinisti. Matteo Zanga come fotografo, responsabile audio e invio dispacci dal campo base, Fachir e Saijan come cuoco e aiuto cuoco.

Se doveste presentare in breve Mr. Nanga Parbat anche a chi non sa poco o nulla di alpinismo, cosa direste?
Beh il Nanga è la montagna più grossa del pianeta, la più alta come differenza di dislivello tra il campo base e la vetta. La più mastodontica delle vette del pianeta. Già 11 tentativi di salita invernale effettuati, una percentuale di incidenti molto alta ma influenzata nei numeri dalle numerose tragedie accadute negli anni 30 e 40 durante i tentativi tragici di prima conquista della vetta.

E una prima invernale su un Ottomila?
Rappresenta un tentativo di salita storica e non solo di una salita impegnativa. Questo comporta potenzialità di successo basse e dunque non è sicuramente una scelta di convenienza, soprattutto se la si racconta in diretta.

Tra pochi giorni sarete al Campo Base… quali sono i vostri pensieri?
Di poter essere come al Makalu, al G2 o anche come è stato in parte anche al Shisha Pangma, ossia leggeri e veloci. Ovviamente siamo sempre dipendenti dalle condizioni meteo, ma sarebbe sufficiente un normale inverno ed innevamento e già saremmo contenti. Al momento le condizioni sembrano buone anche se il vento sembra già forte…

Avete qualche dubbio? Per esempio, quali sono i vostri sogni e/o incubi, se ne fate…
I dubbi sono fondamentali, umani. Gli alpinisti Rambo sono di solito morti velocemente e noi siamo tutto fuorché degli invincibili. I dubbi sono dunque relazionati alle nostra possibilità di acclimatarci in modo completo ed appropriato prima di tentare la salita al Nanga. Altri dubbi sono legati al pericolo valanghe lungo il canale iniziale o al timore di trovare solo ghiaccio verde senza neve in caso di assenza assoluta di precipitazioni. Insomma sappiamo che il Nanga Parbat d’inverno è l’ennesima grande esplorazione dei nostri limiti e delle nostre capacità tecniche e tattiche.

E' chiaro che è difficile fare confronti, ma cosa c'è di uguale o simile e cosa c'è di diverso tra il Nanga Parbat che state per affrontare e le altre vostre altre due prime invernali (Makalu e GII) fatte insieme?
Di diverso non c’è molto a parte 1000 metri in più di dislivello (che comunque non sono pochi). Il team è collaudato da 12 anni di alpinismo fatto insieme. La quota del Makalu era più alta del Nanga e nonostante quello non abbiamo avuto problemi di congelamento. La logistica è ormai super collaudata e dunque simile alle altre spedizioni invernali. Le difficoltà sono dunque note e quelle non cambiano molto. Fare un 8000 d’inverno rimane una lotteria…

Simone tu oltre al Makalu e al GII hai firmato anche la prima invernale dello Shisha Pangma… deve esserci qualcosa che ci sfugge sul fascino terribile delle invernali...
Per quello che posso dire, di sicuro fare alpinismo invernale in Himalaya e su un 8000 ha davvero il sapore forte e profondo di un alpinismo esplorativo, pionieristico, storico. Capisci insomma che questa scelta significa spogliarsi di tutte quelle sicurezze e possibilità di successo rappresentato dall’identica scalata fatta in estate, spesso in concomitanza con altre identiche e simultanee spedizioni. Inoltre vieni messo a durissima prova per tutto il periodo della spedizione, anche già solo stare al campo base ad aspettare è particolarmente duro. E’ però sempre e solo una scelta, anche sconveniente, e giustamente capisco perché è evitata da coloro che invece “devono” tornare a casa quasi sempre vincitori perché impegnati nella collezione dei 14 ottomila. A fare alpinismo invernale in Himalaya si perdono anni e tempo per riuscire magari in una sola salita in un’intera carriera e questo non va certo di moda con le dinamiche in cui spesso ci si fa incastrare.

Qual è il vostro piano di massima?
Acclimatamento al Ganalo Peak di 6608 sperando che le condizioni non siano troppo pericolose. Poi tentativo al Nanga per lo meno ad oltre 7000 per poi rientrare al CB se meteo e acclimatamento lo richiedono. Il secondo eventuale tentativo dovrebbe essere alla vetta, come è successo al Gasherbrum II.

La via Kinshofer sulla parete Diamir in inverno: pregi, difetti, punti di domanda e difficoltà
La Kinshofer, soprattutto senza corde fisse, non è un sentiero, anzi. Se trovassimo la montagna pulita dalla neve significa incontrare ghiaccio verde per tutta la prima parte fino alla porzione di roccia verticale a 6000 metri. Noi di certo non possiamo e non vogliamo fissare corde per tutto quel tratto e nei traversi superiori e dunque dovremo arrampicare sempre in cordata e con le antenne dritte….

I vostri alleati e i vostri "nemici" in questo progetto (il vento, il freddo, la noia…)
Direi più il vento che gli altri elementi. Noi non esiste possibilità di salire in vetta con vento forte mentre esiste anche col freddo più intenso. Altro “nemico” potrebbe essere le dimensioni del Nanga Parbat e dunque i tempi richiesti per salirlo. Gli alleati sono due: la squadra e l’esperienza specifica in invernale sugli Ottomila saliti e tentati da entrambi.

Simone, tu indubbiamente sei un grande comunicatore e sei sempre molto disponibile, ma non ti capita mai di averne abbastanza…
Questa del comunicatore è diventata più una condanna che una virtù. Sto “antipatico” proprio perché comunico e siccome lo faccio forse decentemente, tutti pensano che sia solo un bravo venditore (di fumo?) e che Denis sia la locomotiva muscolare e tecnica, mentre io un passeggero in un vagone prima classe. Mi piacerebbe tanto che invece di parlare di me come comunicatore, si chiedesse a Denis come sono come alpinista o che si venisse con me una settimana a vedere quali sono i miei ritmi di allenamento e di vita. Forse poi si capirebbe un po’ di più e meglio chi realmente sono. Anche pochi giorni fa Denis ha detto pubblicamente e personalmente a Messner la sua opinione sulle mie qualità alpinistiche ma alla fine Simone Moro è il “comunicatore”. Vabbè, vorrrà dire che mi devo rassegnare. Ci sono tanti atleti olimpici che sono diventati “personaggio” anche per le loro extra abilità sportive. Mi piacerebbe si capisse che sono esattamente un caso analogo.

Sì, ma come fai ad essere sempre "connesso", anche a 8000 metri?
Per quanto riguarda l’essere sempre “connesso” (meglio dire reattivo nel comunicare) è un impegno gravoso e non facile che ho solo deciso di di mantenere, esattamente come la costanza nell’allenarsi. Bisogna avere palle e conoscenze tecnologiche per saper essere sempre pronto, ovunque a comunicare da qualsiasi punto tu sia. Tutto rimane una scelta ovviamente, ma la mia non si pensi che sia alternativa alla fase alpinistica, ma solo un'aggiunta dettata dalla volontà di essere professionale e non solo professionista. Al momento non mi sono ancora rotto le scatole anche se comincio ad averne piene le scatole delle solite interviste di alcuni giornalisti a digiuno di tutto. Ti fanno l’intervista ma capisci che non gliene fotte nulla e pensano solo ai cento euro delle cartelle scritte…

Messner, alla conferenza stampa della scorsa settimana nella sede della Gazzetta dello Sport, ha definito il vostro alpinismo come "classico"… premettendo che detto da lui è un grandissimo complimento, voi che ne pensate, qual è il vostro alpinismo?
Esattamente come dice Messner. Noi non stiamo inventando nulla ma solo rievocando gli elementi base che hanno portato alla nascita dell’alpinismo. Quando parlo di esplorazione di salite storiche, mi riferisco all’alpinismo fatto sin dall’inizio e praticato fino a qualche decennio fa prima che iniziasse l’era della performance, della collezione, dei record. Quindi dire alpinismo classico va benissimo. Questo non significa che è meglio o peggio di altri modi, è solo “classico”.

Sulla montagna, sull'immensa parete Diamir sarete voi due da soli… qual è il vostro stato d'animo, vi esalta o vi intimorisce questa cosa?
Siamo eccitati ed intimoriti allo stesso modo. Non è però uno stato d’animo inquietante e lo gestiamo bene per il momento… Saremo come sul Makalu…

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