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Sulla via Bonatti, parete Nord, Cervino
Photo by archivio Arnaud Clavel
Sulla via Bonatti, parete Nord, Cervino
Photo by archivio Arnaud Clavel
Sulla via Bonatti, parete Nord, Cervino
Photo by archivio Arnaud Clavel
Sulla via Bonatti, parete Nord, Cervino
Photo by archivio Arnaud Clavel

La via Bonatti al Cervino

17.10.2011 di Planetmountain

Il 9 e 10 Aprile 2011 Arnaud Clavel, Marco Farina e Maurizio Rossetto hanno effettuato quella che probabilmente è la prima ripetizione italiana della via aperta da Walter Bonatti sulla parete Nord del Cervino. Maurizio Rossetto ripercorre ora quella salita pensando al grande alpinista e alle "tracce" che ci ha lasciato.

Caro Walter, l’inaspettato caratterizzò le tue anabasi ed inaspettato è stato il tuo dipartire verso l’Ade. In tutti noi apprendisti sognatori il 14 Settembre 2011 hai lasciato un gran vuoto. Le pagine dei tuoi viaggi nel mondo verticale ed in remote lande furono per noi (e saranno in futuro per tutti coloro che vi si accosteranno) importanti mezzi per poter comprendere che la ricetta della conoscenza di sé stessi richiede, come ingredienti principali, sia una buona quantità di silente solitudine (ah quanto è brutto e poco stimolante il chiassoso rumore che fagocita le nostre quotidianità!) sia forza passionale.

Dall’incontro con te e Rossana, ad una settimana esatta dalla nostra ripetizione della tua salita con la quale decidesti di salutare l’alpinismo d’avanguardia, uscii ancora più convinto che la dimensione temporale sia una bellissima invenzione umana, soggetta però alle pesanti minacce dell’Assenza e del Vuoto. Verso casa pensavo quindi: ‘Guai a quel tempo che non sia tutto tensione e sforzo volti alla ‘creazione’, all’accudimento e alla realizzazione del sogno. Esso sarebbe tempo senza impronta, un discorso che non dice; insomma una disabitata trasparenza.’

L’alba del nuovo sogno, per povero che esso sia, è comunque garanzia di poter ‘godere un solo minuto di vita iniziale’, come Ungaretti magistralmente chiarificò nel suo Girovago. Allora sì che gli istanti riescono ad insaporirsi nel giusto della vita. Grazie a te ho capito che l’alpinismo alla fin fine è da intendersi come mezzo e non come quel fine al quale l’avevo inizialmente banalmente associato, fatto di meri sforzi fisici, tempi, vicende di vento e di armoniose carezze di primo sole. Esso in primis è stato (e mi auguro sarà) fonte e stimolo dei miei sogni, mi ha consentito di meglio comprendermi ed infine mi ha ben spiegato che non c’è umano progredire se non all’unisono con buoni compagni di viaggio. E quella volta alla Nord del Cervino i buoni compagni sono stati le guide valdostane Arnaud Clavel (alla cui corda ho legato vent’anni di alpinismo) e Marco Farina.

Alpinisticamente parlando la linea che hai avuto la capacità di identificare, superare ed offrire ai posteri è elegante ed armoniosa. Per anni ho sognato quella via. Essa è entrata a far parte dei miti del mio alpinismo sin da quando mio padre me la fece scoprire, presentandomela come magistrale chiusura della tua attività alpinistica e come modello per esemplificare il concetto di superamento delle colonne d’Ercole. Già nel Marzo del 2009 con Arnaud e Marco tentammo di salirla, ma ahimè il vento di quei giorni ci costrinse a desistere e a ripiegare al ristorante... Questo Aprile, invece, ci ha nuovamente invitati al viaggio e noi lo abbiamo felicemente accolto.

Un caldo sole primaverile ci ha accompagnati Venerdì 8 Aprile durante la salita con le pelli sino all’Horli. Le ore di rifugio prima della partenza son sempre lunghe ed accidiose. Non si vede l’ora di immergersi nella piena concentrazione di ogni inizio di salita. Questa volta l’attesa fu anche più tediosa, visto che rimasi solo all’Horli a preparare le vivande, mentre i miei due compagni portarono un sacco alla base della parete.

La notte trascorse rapida. Alle 4 saltammo fuori dall’Horli portandoci nel giro di un’ora alla vera e propria base. Grazie alla fissa messa il giorno prima da Arnaud e Marco il superamento della terminale si dimostrò essere non troppo complesso, nonostante il fatto che essa fosse strapiombante e di neve inconsistente. Varcata questa si aprì ai nostri occhi una zona di ghiaccio piuttosto duro che nel giro di qualche tiro ci consentì di raggiungere la parete rocciosa vera e propria e di dare avvio al confronto con la sua verticalità.

Procedemmo in modo regolare, pestando neve, graffiando con ramponi e piccozze rocce e ghiaccio, alla volta del corridoio di neve che, in circa 100 metri, conduce alla spalla dalla quale ha inizio la leggendaria ‘Attraversata degli Angeli’. Marco trovò un buon punto di sosta sotto tre vecchi chiodi, uno dei quali estrassi per portarmelo a casa. Chissà se esso porta la tua firma? Non lo so e non lo saprò mai. Comunque a me piace immaginarmelo da te abbandonato a riposare in quella fessura e da me riportato alla luce dopo 46 anni.

Fu quindi la volta di Clavel il quale passò al comando delle danze. Tiri impegnativi sono quelli dell’Attraversata. Non tanto per le difficoltà tecniche in sé ma per la friabilità della roccia, la mancanza di chiodi e la necessità di trovare adeguati punti per inserire le protezioni veloci e fare le soste. Le difficoltà tecniche dell’Attraversata comunque aumentano più si va avanti. Arnaud e Marco dibatterono a lungo su quello che avrebbe potuto essere il punto di uscita dalla stessa e dalle sue difficoltà. Arnaud decise di attraversare una zona complessa e riuscì a scovare un altro vecchio chiodo. Con rapida manovra si fece calare di diversi metri e poi avanzò verso sinistra avendo identificato un punto che avrebbe potuto essere buono per organizzare una sosta e consentirci di raggiungerlo.

Scovare i punti esatti ove passare continuò ad essere non banale. Arnaud si portò troppo a sinistra, affacciandosi sulla vastità della valle. L’unica relazione disponibile della via è per mano della cordata cecoslovacca che fece la seconda ripetizione della tua via. Essa è riportata sulla guida di Buscaini dedicata al Monte Rosa ed al Cervino e, in relazione al punto ove ci trovavamo, parla di una zona molto esposta. Arnaud, dopo essere ritornato dalla prima ricognizione, esclamò “altro che esposto!” Io e Marco capimmo appieno il senso di quelle parole all’arrivo del nostro turno. Nel frattempo Arnaud, dopo essersi spinto alcuni metri più a destra, affrontò una fessura che sale diritta e trovò il chiodo menzionato nella relazione, garanzia della correttezza dell’itinerario.

Come tu ci ricordasti in seguito, questo fu il punto dal quale tu ed i tuoi compagni Tassotti e Panei iniziaste a calarvi alla fine del tuo primo tentativo della via, che qualche settimana più tardi avresti completato in solitaria. Superata l’Attraversata entrammo nella zona di misto che porta alla base della parete ove ci ripromettemmo di trascorrere la notte. Trattandosi di un anfiteatro molto ampio non capimmo esattamente quale fosse la fessura che utilizzasti per superare la bastionata perimetrale. L’istinto ci portò a spostarci di una sessantina di metri verso destra in direzione di una placca liscia, che ritenemmo essere quella riportata nella relazione. La sera ed il buio però si avvicinarono celermente e non vi fu il tempo per poter tentare alcuna fessura. Non trovando quei chiodi menzionati nella relazione non capivamo se le fessure di fronte fossero o meno quelle giuste.

Il bivacco fu lungo e scomodo. Marco ed io lo passammo seduti su due amache, causa di forti dolori per le corde che ci tagliavano le cosce. Arnaud invece ebbe modo di fissare per 12 ore la valle dal micro gradino sul quale si sedette!

Ore 6 del 10 Aprile 2011. Alba. Breve colazione, chiusura dei sacchi e partenza per il prosieguo del viaggio. Ahimè l’inizio della giornata non fu felicissimo. Passammo più di un’ora a tentare le varie fessure che la parete ci offriva senza però riuscirne a venire a capo. Su iniziativa di Arnaud allora ci riportammo a sinistra in una zona di duro ghiaccio. Lì identificammo una fessura ed un chiodo che ci riportò il buon umore. La corda ripartì a scorrere velocemente e noi guadagnammo rapidamente i metri di parete che ci portarono a ricongiungerci alla Smidt e a due tedeschi che la stavano percorrendo. Da lì con vari tiri guadagnammo la cresta finale.

19,30: croce, vetta, abbracci, foto, ma soprattutto tramonto del sogno. L’arcobaleno in quel momento si spense.

In una pagina dedicata ad una sua importante salita Gian Carlo Grassi scrisse che al momento della discesa non stava semplicemente tornando verso casa bensì stava dirigendosi rapidamente verso una nuova avventura. In questi termini amo ripensare al nostro rientro dalla tua via e così voglio immaginarmi la tua catabasi ed il tuo incuriosito peregrinare nelle infinite distese del tuo essere senza tempo. Grazie

Maurizio Rossetto

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