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Civetta, Dolomiti, parete nord ovest.
Photo by Andreas Tonelli
Fabrizio della Rossa
Photo by arch. F. della Rossa
Fabrizio della Rossa, su Tempi Moderni, Marmolada
Photo by arch. F. della Rossa
Fabrizio della Rossa sull'Ala Daglar
Photo by Andreas Tonelli
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Via Casarotto a Cima Civetta in solitaria

04.10.2011 di Planetmountain

Martedi 30 agosto 2011 Fabrizio della Rossa ha realizzato la probabile prima solitaria e una delle pochissime ripetizioni della via Casarotto a Cima Civetta 3.220m (Dolomiti).

La grande parete nord-ovest della Civetta continua ad affascinare. Questa volta a farsi prendere dalle fantastiche pieghe dell'immensa parete è stato Fabrizio della Rossa. Uno che se per descriversi va molto per le spicce (“scalo da circa 10 anni, ho 26 anni, ho vissuto a Udine e poi a Trieste, poi a Barcellona dove faccio base tutt'ora, in attesa di andare a fare la stagione invernale in Alto Adige”) di certo non lo è quando parla della sua passione per l'arrampicata e l'alpinismo. Per esempio, se gli chiedi di parlarti delle vie che ha fatto premette subito che “in generale non ho mai scalato niente di così importante che possa interessare a qualcuno, è che per me l'importanza delle vie che ho fatto è legata alle sensazioni che ho provato, alle amicizie alle quali mi sono legato, alle cose che ho imparato lassù...” Per poi dirti delle ultime che ha salito e, appunto, dei motivi per cui gli sono rimaste impresse. Tipo, tra le tante di livello dalle Dolomiti alla Turchia, quelle di Massimo “Mox” Da Pozzo: “Sognando l'aurora, Da Pozzo vecchio pazzo, Good bye 1999, Excuse moi... La va de qua, Compagni di merenda ecc... tutte vie che mi hanno lasciato sempre di incanto per la bellezza della scalata e anche perché le ho sempre azzeccate a vista! - tranne Da Pozzo Vecchio Pazzo rotpunkt...”.

Questa lunga premessa per dirvi che forse la sua solitaria della via aperta da Renato Casarotto e da Giacomo Albiero dal 15 al 16 settembre 1979, è di quelle che, oltre all'indubbio valore tecnico, mettono in campo anche il cuore dell'alpinista. Un po' perché questa via- che parte dal “cristallo”, il nevaio perenne posto al centro della nord ovest, e che si raggiunge dopo aver percorso la prima parte della via Solleder - conta davvero pochissime ripetizioni. Un po' perché la “solitaria” è venuta fuori quasi per caso. Ma anche, e non per ultimo, perché ci ricorda un grande dell'alpinismo come Renato Casarotto. Dunque, a noi sembra ancora una volta il caso di rimarcare che le grandi pareti riservano sempre delle (belle) sorprese e delle “novità” per chi le sa cercare. Come questa via “Casarotto” alla Cima Civetta: un bel fiore da cogliere o, per dirla con le parole di Fabrizio Della Rossa, una via “incredibilmente ispirata... e chi se la saprà meritare, tornerà a casa con un viaggio segreto tra le pieghe della parete.”



PRESUNTA PRIMA SOLITARIA VIA CASAROTTO A CIMA CIVETTA
di Fabrizio della Rossa

Note tecniche poco serie...
Che si può dire al riguardo di una via che nessuno si fila (provate a digitarla in google), che conta sì e no una manciata di ripetizioni, che pure la guida liquida in uno schizzo approssimativo e in meno di 2 righe di descrizione? Che si può dire al riguardo se pure io che volevo fare la Solleder, l'ho ripetuta per errore? Chiarito questo importante punto di mio demerito, penso che la Casarotto sia una via incredibilmente ispirata, e chi se la saprà meritare, tornerà a casa con un viaggio segreto tra le pieghe della parete. Il tracciato segue la Solleder fino al nevaio pensile, da cui si stacca per seguire una linea di diedri e fessure che la foto sulla guida appunto approssima a quella di una grande fessura colatoio visibile a occhio nudo dal rifugio Tissi.

Ora quello che mi piacerebbe fare qui è dare qualche info in più, che invoglino chi legge ad abbracciare la parete nord-ovest lungo questa linea. La descrizione che posso fornire è però tanto approssimativa quanto quella di un folletto a cui si chiede di parlare del suo bosco, lui risponderà con uno sguardo stupito attonito, e in men che non si dica lo si vedrà scomparire arrampicandosi sicuro lungo le fronde dei suoi alberi; e così feci io quel giorno, muovendomi d’istinto tra i meandri di una parete mai stata così famigliare, assorbendo sensazioni indelebili piuttosto che ricordi ineccepibili.

In ogni caso per imboccare la via è necessario, percorrendo i secondi gradi che caratterizzano la parte del nevaio, spingersi decisamente a destra, poi arrivati col naso attaccato alla parete, se ne percorre la cengia fino a che si può farlo camminando. Da lì si imbocca un diedro leggermente inclinato a sinistra, non molto ben definito. Qui non ci sono chiodi di passaggio, però se il diedro è quello giusto voi salite che qualche tiro più in su qualcosa si trova. Un buon punto di riferimento è il tetto giallo anch esso visibile dal Tissi, a sinistra del colatoio. Le lunghezze alla sua altezza sono quelle più impegnative, io sono passato a circa una ventina di metri alla sua destra incontrando sotto di lui un passo duro senza chiodi (strapiombino in traverso a sinistra) e poi un altro con un buon chiodo (strapiombo nero con roccia buona, evitare di prendere la roccia più marcia a destra). Si continua a salire fino a ritrovarsi nel grande colatoio una trentina di metri sotto dove questo si stringe diventando strapiombante marcio e bagnato... Lo si attraversa (sotto la doccia) e si prosegue in un traverso a destra verso l’ignoto (no chiodi, senzazione di: dove vado a finire?). Girato l’angolo si scopre una nuova fessura camino, che vi condurrà all’ultimo passo duro della via (buon chiodo), da lì è tutto un fischiettare verso la cima!!

Un ringraziamento di cuore va ai miei sponsor: Venturino del Torrani e le sue grappe ristoratrici, Walter del Tissi, tutto il Coldai, e specialmente Enza: che ancora ho il sapore della sua torta sotto la lingua!

Note ancora meno serie sulle solitarie...
Quando vivi in una grande città sei circondato in ogni istante della tua giornata da centinaia di persone, ti muovi come una trottola su e giù lungo orizzonti di palazzi e strade, cemento e luci; fino a che non ti ritrovi disorientato: cerchi un margine di umanità in mezzo a tutta questa moltitudine, ma presto ti ritrovi sul marciapiede a spintonare la gente per passare e da loro a essere spintonato, e ti chiedi “ma dove cazzo va tutta sta gente?”, e così finisci col odiare e perdere quell’umanità che stavi cercando.

Se dicessi che sei solo, nessuno ti crederebbe: hai la gola secca a forza di chiacchierare e già le tue mani iniziano a toccare i fianchi di lei, allora ti dimentichi di tutto e pare pure a te stesso che siano solo stronzate. Il giorno dopo però entri nella metro. Nel breve tragitto tra una stazione e l’altra il tempo si ferma, è il posto dove dai corpi accatastati seduti e in piedi la solitudine cola corale come un grido sommesso; e tu guardi la tua disperazione riflessa nelle facce degli altri, che sono specchi della tua. Allora esci e scappi, non sai come ti ritrovi lucido e sereno sotto la parete. Fischietti e inizi a scalare, ti senti libero perchè la solitudine che ti opprimeva fino al giorno prima ora sostiene il tuo peso come una corrente ascensionale spinge il vapore delle nuvole.

Insomma ti senti finalmente a tuo agio, danzi come in un valzer. Sei solo, e li intorno non ce nessuno a ricordartelo. Pensi che ora che sai dove sei, puoi anche smettere di correre e prenderti il tuo tempo, e in questo tempo tentare di afferrare la tua anima, che tanto li non può scappare da nessuna parte. Magari non ce la farai, però quando sei in cima e ti fumi la cicca, ti senti felice come una pasquetta. Tanto che, nel metro poi, già stai pensando alla prossima.

Fabrizio Della Rossa

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