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Steve House sale slegato Repentance a Cathedral Ledge in New Hampshire, USA, inverno 2010.
Photo by Jim Surette, Granite Films
Steve House a Storie di Montagna - Courmayeur 2011
Photo by Lorenzo Belfrond
Steve House a Storie di Montagna - Courmayeur 2011
Photo by Lorenzo Belfrond
Betta Gobbi e Steve House a Sorie di Montagna - Courmayeur 2011
Photo by Lorenzo Belfrond
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Steve House in solitaria su Repentance e Remission

19.09.2011 di Planetmountain

Il video del 2010 di Jim Surette dell'alpinista statunitense Steve House mentre sale in solitaria e slegato due famose cascate, Repentance and Remission a New Hampshire, USA.

"Il mio atteggiamento nei confronti di qualsiasi salita è quello di affrontarla come un dono, fare ciò che ritengo giusto e onorare sempre questi confini. Credo sia un modo importante per raggiungere una bella vecchiaia. So che la gente che mi guarda penserà che non sto onorando questi confini, ma per me è così."

Questo è il modo in cui l'alpinista statunitense Steve House descrive le sue solitarie – effettuate nell'inverno 2010 – di due delle più famose cascate di ghiaccio degli Stati Uniti, Repentance e la vicina Remission. Entrambe salgono sulla parete di Cathedral Ledge in North Conway, New Hampshire. Repentance è gradata III WI5 ed è stata aperta nel 1973 da John Bragg e Rick Wilcox mentre Remission è stata salita per la prima volta tre inverni più tardi da Peter Cole, Timothy e Rainsford Rouner con difficoltà IV WI5+ 5.7.

Dopo tutte le sue salite, come per esempio la nuova via aperta assieme a Vincent Anderson sul pilastro centrale della Parete Rupal del Nanga Parbat (8125m) del 2005, e dopo averlo incontrato di persona quest'estate durante la serata “Storie di montagna e alpinismo” a Courmayeur, crediamo certamente che House stia onorando i suoi confini personali.

Repentance, Remission by Granite Films Jim Surette



STEVE HOUSE
di Vinicio Stefanello

Steve House è l'alpinista che in questi ultimi anni ha ispirato e motivato la “nouvelle vogue” dell'alpinismo più puro. Quello che si declina con lo “stile alpino”, sinonimo del salire leggeri e con mezzi ridottissimi, affrontando la montagna dalla base alla cima in un unico viaggio, senza soluzione di continuità.

Nato nel 1970 in Oregon, laureato in scienze dell'ecologia, Steve House diventa guida alpina nel 1999. La grande notorietà arriva con la sua splendida solitaria del K7, nel 2004. Poi, ulteriormente ingigantita dall'incredibile avventura della prima salita del pilastro centrale dell'immensa parete Rupal del Nanga Parbat, portata a termine nel 2005 con Vincent Anderson. Una salita da Piolet d'Or che l'ha fatto entrare di diritto nel gotha del grande alpinismo di tutti i tempi.

Ma poco o nulla si capirebbe del suo andare per montagne se non si partisse dall'origine, dalla sua “formazione alpinistica” sulle grandi e freddissime montagne dell'Alaska e delle Canadian Rockies. Infatti, è in Alaska sul McKinley o Denali che, nel 1995, a 25 anni, House apre una delle sue vie più notevoli. Ed è ancora sulla più grande e temuta montagna del Nord America che si ripete con altri due nuovi itinerari, nel 1996 e nel 1997. Ma non è facile elencare tutte le sue salite di rilievo prima della sua esplosione internazionale. Tra queste un posto particolare merita la difficile nuova via sul Monte Bradley, aperta in tre giorni, nel 1998, con il mitico Mark Twight e Jonny Blitz. Mentre nel 2000, sempre con Twight e Scott Backes, brillano le 60 ore della velocissima salita della diretta Slovacca al Denali. E, sempre a proposito di velocità, due anni dopo spicca la corsa, effettuata insieme a Rolando Garibotti, lungo la “Cresta infinita” del Mount Foraker: 20 ore per la salita e 5 per la discesa al posto dei 7 giorni che normalmente impegnano gli alpinisti. Poi, andrebbero almeno citate le sue 27 ore dal campo base alla cima del Cho Oyu e ritorno, un test di resistenza alle grandissime quote di tutto rispetto.

Ecco, è questo vero e proprio percorso di formazione e crescita, che poi ha reso possibile tutto il resto. A partire da quella salita con cui House stupì il mondo dell'alpinismo: l'apertura solitaria di una nuova via sulla parete Sud Ovest del K7. Un'impresa, come s'è visto per nulla improvvisata, ma che lasciò tutti di stucco. Non solo per l'ardimento davvero eccezionale con cui era stata concepita, ma anche per lo stile purissimo con cui era stata compiuta. Fu un'autentica illuminazione per gli alpinisti. Sul K7, bellissima montagna pachistana della Charakusa Valley, House partì e ripartì per tre volte prima di afferrare il suo sogno in vetta. Una prova semplicemente impensabile, viste la difficoltà e i rischi che comportava. “Psicologicamente è stato difficile, certo...” ha spiegato lo stesso House a planetmountain.com “Ma ogni volta sono arrivato più vicino alla cima, perché ogni volta ho imparato qualcosa di più. Dovevo essere al mio meglio, e ci sono volute 3 volte per esserlo”.

Forse sta tutto qui il fascino del K7 di House, in questo vero e proprio viaggio di conoscenza. Un percorso che nel 2005 gli ha fruttato “solo”, e non senza polemiche, il Piolet d'Or del pubblico per la migliore realizzazione dell'anno. Del resto la sua storia, come punto di riferimento per gli alpinisti di tutto il mondo, era appena all'inizio. Così l'anno dopo, nel 2005, House è ancora lì, in Himalaya, ad indicare la strada di un alpinismo che vuole mettersi alla prova per approfondire la conoscenza del sé.

Questa volta la meta del viaggio è l'immensa parete Rupal del Nanga Parbat, e House l'affronta con Vicent Anderson, l'amico di sempre. I due partono e subito s'infilano dentro al “mostro”, cercando la strada che hanno intuito dal basso, l'unica possibile in mezzo ai pericolosissimi seracchi. La loro è una vera e propria scommessa che, dopo 7 incredibili giorni, termina in cima a quella che è la salita dell'anno. La terza su quella mitica parete, la prima in stile alpino. E' la via da Oscar dell'alpinismo, ovvero il Piolet d'Or che consacra Steve House. Ma, appunto, chi cerca se stesso non ha mai finito il viaggio. E House non si ferma di certo. Continua con altre salite. Con altre avventure che privilegiano prima di tutto la ricerca di un'esperienza personale. Come le nuove vie sul Mount Robson e sul Mount Alberta, nelle Canadian Rockies. E come la pubblicazione di “Oltre la montagna” il libro in cui House racconta la sua storia, ma soprattutto guarda alla sua esperienza complessiva. Quella della vita che va oltre all'alpinismo e la montagna, ma che nell'alpinismo ha cercato e continua a cercare l'essenza del proprio essere. Perché il viaggio dentro se stessi, come quello in montagna, non ha mai veramente fine.

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