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Sul terzo tiro di Geometrie esistenziali, parete est Corno Piccolo, Gran Sasso
Photo by archivio R. Iannilli, L. D’Andrea
Il tracciato di Geometrie esistenziali sulla Parete est Corno Piccolo, Gran Sasso (è indicato il punto del bivacco e il percorso di uscita fatto al buio).
Photo by archivio R. Iannilli, L. D’Andrea
Roberto Iannilli sul terzo tiro di Geometrie esistenziali, parete est Corno Piccolo, Gran Sasso
Photo by archivio R. Iannilli, L. D’Andrea
Luca D'Andrea durante il bivacco dopo la salita di Geometrie esistenziali, parete est Corno Piccolo, Gran Sasso
Photo by archivio R. Iannilli, L. D’Andrea
INFO / links & info:

    Gran Sasso, Corno Piccolo, parete est
    Via “Geometrie esistenziali”.
    Roberto Iannilli & Luca D’Andrea (a comando alternato) il 23 e 24 agosto 2011.
    Sviluppo380 metri (200 autonomi)
    Difficoltà ED+ o EX- (A3+ e VII-).

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Geometrie esistenziali, nuova via sul Corno Piccolo - Gran Sasso

01.09.2011 di Planetmountain

Il 23 e 24 agosto 2011 Roberto Iannilli e Luca D’Andrea hanno aperto Geometrie esistenziali (380m, ED+ o EX- ; A3+, VII-) sulla parete est del Corno Piccolo (Gran Sasso). Il racconto della salita di Roberto Iannilli.

In alpinismo i nomi delle vie non sono mai casuali. Così è anche per questa Geometrie esistenziali, nuova via aperta da Roberto Iannilli e Luca D’Andrea sulla parete est del Corno Piccolo, nel Gran Sasso. Si tratta di una linea di 380 metri di sviluppo (di cui 200 autonomi) che s'infila proprio dentro la fessura, strapiombante e "fuori misura", che corre a sinistra de "Il Trapezio". Quello stesso enorme tetto che, anche qui non a caso, ha ispirato il nome della storica via (parallela alla linea di Geometrie esistenziali) aperta da Pasquale Iannetti e Giampiero Di Federico nel 1979. Roberto Iannilli, a ragione, ci ha scritto che per il Gran Sasso si tratta di una realizzazione di un qualche rilievo. Ci ha anche scritto di un "piccolo inconveniente" che ha richiesto, a lui e a Luca, un bivacco non previsto in parete. Ma soprattutto questo (lungo) racconto parla di ciò che gli è passato per la mente... di quei pensieri che, appunto come Geometrie esistenziali, spesso abitano la mente degli alpinisti mentre tutto sta per succedere. Sono linee, all'apparenza estemporanee, che si rincorrono liberamente tracciando solchi che restano nel tempo. Così, se volete, prendetevi il tempo di seguirle... chissà, magari troverete anche voi qualche geometria che vi è famigliare.


GEOMETRIE ESISTENZIALI di Roberto Iannilli

Entro in camera e mi distendo sul letto. E’ piatto e liscio, è morbido al punto giusto, mi sostiene senza affondare ne essere duro. Sulle lenzuola fresche posso allargare le gambe, girami, e tutto ciò da una bella sensazione di rilassamento. Sono a casa mia, sul mio letto e mi sento protetto, al riparo da insidie. Solo poche ore mi dividono dalla notte scorsa, passata con Luca (1) su una minuscola cengia a poche decine di metri dall’uscita della parete est del Corno Piccolo. Ho ancora dolore dappertutto, le mie spalle il bacino e il collo, risentono delle mille posizioni cambiate per trovare quella meno inaccettabile. Una notte rannicchiato ad aspettare l’alba sul non lontano mare Adriatico, che nero di buio faceva da contrasto alla costa illuminata dalle città piene di gente ignara di noi. Mi fa strano questo mio fantastico letto piatto e largo, mi pare il posto più confortevole della terra, il più sicuro e tranquillo, mi sembra quasi sconvenevole sentirmi così comodo.
Un bivacco in parete non previsto lascia una scia e la notte successiva è sempre una scoperta sapere che si ha un proprio letto e non pochi centimetri quadrati di rocce a picco sulle ghiaie di una valle. Assaporo la meravigliosa sensazione di sentirmi a mio agio, di non essere più in bilico lassù, legato per non cadere nel sonno, piccolo punto perduto in una muraglia di roccia.
Eppure quelle ore vissute con timore ora restano indimenticabili, stampate nel database delle mie emozioni, archiviate per essere ripescate “ogni volta che avrò paura di aver sprecato il tempo che ho avuto disposizione su questa terra”(2). Ma anche questo mio letto è un’ emozione da non dimenticare, è talmente bello sentirsi a casa propria, accanto a chi ami. Mi giro verso di lei, dorme finalmente serena dopo ieri, questa volta sono tornato con le mie gambe e intero.

“Ciao Patrì, sono Giuseppe…”
“Oddio! Che ha combinato questa volta Roberto?” Giuseppe non faceva in tempo a parlare e già tu ti aspettavi il peggio. Avevi già provato a chiamarmi con lo sconfortante risultato di sentire una voce cantilenare: “Il numero selezionato non è al momento raggiungibile!”. Ormai era l’ora, dovevo essere di ritorno, non potevi restare tranquilla.
“No! No! Tutto bene, Roberto è sceso. Gli si e rotto il cellulare e quello di Luca è scarico. Hanno dovuto fare un bivacco imprevisto a causa di un piccolo incidente a Luca che li ha rallentati.”

Se il nostro letto questa sera è per me grande e comodo, per lei è forse un po' più piccolo ma è analoga l’impressione di ritrovata quiete.

***

“Molla tutto!”
“Recupera!”
Finalmente sono sopra l’enorme strapiombo de “Il Trapezio”. Un grande tetto la cui forma geometrica ricorda quella del trapezio, battezzato così da Pasquale e Giampiero nel 1979, quando per primi lo superarono con una via che saliva alla sua destra (3). Luca ed io siamo passati a sinistra, per una linea ancora mai scalata, la stessa che mi aveva visto provare da solo l’anno passato, con risultati potenzialmente tragici (4).
“Complimenti Robbé, davvero un tiro difficile. E’ impressionate quanto strapiomba.”
“Vai tu adesso, meglio che mi riprendo un po'.”
Luca si carica del materiale da scalata, tanto e pesante, viste le difficoltà e le dimensioni fuori misura della fessura, larga e sempre strapiombante. Ora tocca a lui, a comando alternato, si dice in gergo.
Mi accomodo come meglio posso e do corda al mio compagno che lento sale sempre proteso nel vuoto. Adesso il turno di meditazione è mio e fermo in sosta posso riflettere senza essere saturato dai problemi dell’arrampicata. Lo spazio a disposizione della mia mente si allarga oltre i confini di quei pochi metri di roccia da risolvere, superare senza rischiare di cadere.
“(E’ da parecchio che sento il peso di questa scalata, ora che ci sono dentro non posso che proseguire, ma vorrei tanto essere a casa. Che ci faccio quassù? Non mi bastano quasi trenta anni di avventure verticali?)”
Mi ripeto che questa è l’ultima in montagna, non ce la faccio più a resistere alla tensione mentale di arrampicate simili. Ho definitivamente esaurito la mia scorta di determinazione ed è solo grazie alla mia testa dura che sono ancora qui, a rischiare di rompermela.
Forse è così che accade (4), mi chiedevo lo scorso anno ed è accaduto. Non sono tornato quello di Di notte la luna, sono diventato vecchio per queste prove ed è arrivato il tempo di ricordare, più che di agire. Ma ora ci sono e ci resto, non posso fare altro, anche per Luca.

“Robbééééé …!”
Il mio nome è un urlo che spezza le riflessioni. In automatico mi accosto più che posso alla parete e vedo un disco volante di pietra che vola in picchiata fischiando a pochi metri da me, che resto protetto dallo strapiombo. Un tonfo da meteorite scuote il Vallone delle cornacchie e mi figuro il cratere che si è formato sulle ghiaie. Forse anche noi avremo prossimamente la nostra Area 51.
“Tutto bene Lu’?” Grido verso l’alto.
“Tutto a posto Robbé!”
Sento il vociare della popolazione degli escursionisti che in questa bella giornata di agosto salgono verso il rifugio e la vetta, si chiedono cosa era e ci indicano a gesti. Non sembra sia accaduto nulla altro che una pietra che cade e riprendono la loro salita.
“Molla tutto!” Sento dopo un po Luca, arrivato finalmente in sosta.
Gravato dallo zaino che mi trascina verso fuori, con tanta fatica e cercando di non perdere tempo lo raggiungo.
“Fantastico! Difficile e bello. Hai fatto un capolavoro!”
Luca ha risolto in modo perfetto il tiro, duro e sostenuto, quasi tutto in arrampicata libera. Siamo fuori dal primo tratto impegnativo della nostra via, ci aspetta un tiro di corda relativamente facile e poi le difficoltà riprendono.
“Ti va di continuare tu, sono stremato!” Chiedo a Luca. Gli passo il materiale e lui riparte ancora, generoso come sua abitudine.
Di nuovo in sosta riprendo la riflessione interrotta.
“(Chi sa che ora è? Il mio cellulare si è rotto ieri sera schiacciato dal materiale nello zaino e non ho orologio. Per fortuna c’è quello di Luca ma ora non posso prenderlo. Comunque non deve essere presto.) … (Credo che Luca sarà d’accordo, la via nuova finisce qui, evitiamo il tratto alto e continuiamo per Il Trapezio, non me la sento di continuare ed è tardi.)”
Questo tiro, neppure tanto difficile, potevo farlo ed invece ho preferito far continuare Luca. E’ come se sentissi una specie di repulsione a proseguire, quasi una nausea. Forse sono stato già troppe volte al gioco e finalmente sto uscendo dalla dipendenza verso questa subdola roulette russa che è l’alpinismo. Quante volte ho sfiorato la tragedia: appigli che si rompono, protezioni che cedono, pietre che ho smosso inconsapevolmente. Quanti lunghi voli, finti bene o nell’elicottero del soccorso alpino, e quante ferite mi sono fatto, nella carne e nella mente … Quante ne ho procurate a chi mi ama. Nonostante tutti i miei errori e le mie leggerezze sono ancora qui, in qualche modo ne sono sempre uscito, ma quanti amici ho perso sulla strada verticale dell’alpinismo. Gli alpinisti non sono pazzi suicidi e ci tengono alla vita, lo dice bene Nives Meroi (5), ed è appunto questo sentirci vulnerabili che ci porta ad apprezzare di più la vita. Ma può accadere che il gioco ci prenda troppo e in questo ambiente non è possibile tenere sotto controllo tutto, nulla è certificato, omologato, assicurato. Uno sbaglio, una distrazione o un disco volante pronto per decollare e la giostra finisce. E Patrizia? E Giuliana? E mia madre, così anziana e già tanto provata dalla vita?

“ … (Ma perché Luca ci mette tanto? Sarà massimo quarto più.) … Lucaaaa! Tutto bene?”
“Tutto bene Robbé, sono quasi alla sosta.”
Lo raggiungo e capisco che qualcosa non va.
“La spalla Robbé, mi fa male. Non posso ruotarla. La pietra deve aver compresso un nervo, non credo sia un problema di ossa rotte.”
Ogni indecisione è superata, ormai non abbiamo scelta.
“OK! Lasciamo perdere la parte alta della via nuova, usciamo a destra per Il Trapezio o Hasta la Victoria Siempre, è anche tardi e rischiamo di bivaccare senza attrezzatura.”
Luca mi passa il materiale, io gli cedo la zaino.
“Un sorso di acqua prima, ho una sete bestiale.”
“Siamo agli sgoccioli, mezzo litro ed è finita”
“Dobbiamo cercare di uscire, con questo caldo e senza acqua la vedo drammatica.”
Nella valle sotto non vedo che alcune persone salire verso il rifugio, la cabinovia ha ormai chiuso e quindi sono passate da un po' le 18:00. Di luce a disposizione ne rimane ben poca e di dislivello da salire tanto. Lottando tra la fretta e la paura di sbagliare, traverso verso destra, indeciso su quale linea preferire. Potrei uscire per Hasta la Victoria Siempre, ma ho un ricordo poco chiaro dei tiri di corda alti, non mi pare fossero facili. Mentre mi rivedo il tratto del fessurone da fare in artificiale de Il Trapezio, e subito fuori un’arrampicata facile. Giro uno spigoletto ed entro nel diedro alto della via e bastano pochi metri per capire che i ricordi a volte ingannano. Avevo dimenticato il tiro di corda che precede il fessurone, un diedro molto difficile, sostenuto e praticamente tutto da proteggere.
Scalo con una sgradevole avversione, costretto dalla situazione, affatto interessato al gesto, all’impresa, allo stile. Scalo perché lo devo fare e lo faccio controvoglia, quasi con disgusto.
Assetato e stanco finalmente scorgo la sosta, la tregua. Recupero Luca ed osservo la parete ovest della Vetta Orientale ormai coperta dall’ombra della nostra est, dirimpettaia. E’ tardi, il sole è ormai basso. Quanto tempo prima del buio?
“Come ti senti Lu’?”
“Mi fa male quando spingo di lato o ruoto la spalla, per il resto funziona bene.”
“Lo fai tu il tiro appresso? E’ breve e in artificiale, poi dovremmo essere fuori.”
“Se è artificiale posso provare.”
Come Luca sale un poco comprendo che la mia è una vigliaccata da ex alpinista e ho fatto un errore. Per quanto impegno ci metta, Luca va lento, troppo lento. Con questo ritmo ci toccherà bivaccare.
Il tempo scorre veloce e la luce si affievolisce sempre di più, Luca fa sosta appena fuori dal fessurone, senza salire fino a quella già attrezzata della via; non ce la fa a continuare. Lo raggiungo quasi correndo e lasciando qualche protezione a sorpresa gradita dei prossimi ripetitori. Non c’è tempo di ragionare e proseguo da primo, non ho forse più la testa dell’alpinista ma sono quello in migliori condizioni.

Adesso è penombra ed io da miope vedo poco con questa luce. Proseguo a intuito ma ho il terrore di ritrovarmi tra rocce ancora complicate. La linea di uscita non è difficile, ma occorre trovarla e in questo condizioni non è facile, specie con questo disgusto che mi porto appresso. In questo momento odio l’alpinismo, la montagna; non mi importa nulla della soddisfazione, delle congratulazioni degli altri. Sono un forzato che cerca di fuggire da un ambiente ostile ed estraneo, se potessi correrei via. Devo però controllarmi, la roccia non è propriamente salda e non posso perdere tempo a mettere protezioni.
Recupero Luca che arriva visibilmente stanco.
“Che dici, vado a destra o sinistra?” Non capisco dove sia meno peggio.”
“Prova a destra, mi pare di intuire la cresta più vicina.” Mi risponde con una voce a tratti incomprensibile a causa della disidratazione che la rende impastata.
Supero un muretto e approdo su una sottile cengia a tratti interrotta.
“Una cengetta! Forse traversando arriviamo in cresta.”
Traverso per buoni 30 metri e giro un angolo.
“Noooo! Manca ancora tantissimo, non ce la facciamo!” Grido a indirizzo di Luca e proseguo: “Faccio sosta, ci tocca bivaccare!”
“Vedi di trovare un posto comodo.” Mi risponde.
“(Si, un posto comodo, già è tanto se troviamo un posto.)”
Luca mi raggiunge con la luce frontale sul casco, adesso è buio.
Eccoci, noi due qua su, neppure sappiamo bene dove. Non ci resta che organizzarci ed aspettare, gli errori che potevo fare li ho fatti ed ora li scontiamo entrambi.

La situazione, per quanto non piacevole, è ormai assodata e ciò mi solleva. Incredibilmente l’ansia di scappare è scomparsa ed è tornato il gusto di sentirmi animale del posto.
Come per i tanti bivacchi del passato, voluti o subiti, sono dentro la montagna, una sua creatura, come l’arvicola o il camoscio. Mi piace sentire questa appartenenza e se non fosse per il fatto che a casa non sanno nulla e saranno preoccupati, mi sentirei quasi bene. La sete e la paura paiono cose secondarie, sono a mio agio tra le pietre della mia montagna.
“Luca tirà ‘n po fuori il cellulare che avvertiamo casa di non preoccuparsi.”
Luca rovista nella patta dello zaino e estrae in suo telefono.
“Robbé, ho fatto una stronzata!”
“Come sarebbe?”
“Ho lasciato acceso il cellulare che facendo roaming si è scaricato. Non possiamo comunicare con nessuno.”
“Te possino Lu’!”
E’ inutile recriminare, adesso dobbiamo solo organizzare nel modo meno scomodo il bivacco. Appendiamo lo zaino alla sosta che sta al centro della piccola cengia, troppo corta per sdraiarci e troppo stretta per tenere le gambe allungate. Stendiamo le corde per isolarci un po' dalla roccia e rendere meno duro il contatto. Dallo zaino estraiamo fuori tutto quello che abbiamo. Luca ha un telo termico, il berretto di pile, un gilè, il pile e il k-way. Da parte mia non ho il telo e il gilè, ma ho un paio di calzettoni. Oggi ha fatto caldo, ma di certo questa notte non sarà la stessa cosa, possiamo però ritenerci ampiamente fortunati per la temperatura, più alta della media di questo periodo dell’anno.
“Ho fame, abbiamo ancora tre barrette, ne vuoi una?”
“Io non ce la faccio a mangiare, ho la bocca troppo impastata per mandare giù qualcosa.” Mi risponde Luca.
“Beviamo due sorsi a testa dell’acqua restata e il resto domani a colazione.”
Ci accucciamo vicini ed aspettiamo. La luce del Rifugio Franchetti si spegne. Chissà se hanno seguito la nostra scalata? Per un attimo spero che abbiano avvertito casa.
Sogno tanti piccoli brevi fatti incoerenti, interrotti dai mille cambi di posizione. La gamba mi si addormenta, la schiena rabbrividisce, il collo si indolenzisce. Mi metto di lato, seduto, rannicchiato. Mi appoggio a Luca, mi allontano. I pantaloni che di giorno sembravano pesanti ora sono troppo leggeri e preferisco usare il k-way per le gambe, ma si scopre la schiena ed ho freddo. Devo ancora pisciare - ma che mi piscio se da ieri pomeriggio praticamente non bevo? Mi riaddormento mentre è il turno di Luca di cercare l’ennesima impossibile sistemazione.

Apro gli occhi ed ecco una luce rossa che sale dal mare, è l’alba. Fa freddo e conviene aspettare, non c’è fretta, abbiamo tutto il giorno per scendere.
“Mangia qualcosa, altrimenti svieni.”
Luca si sforza e manda giù mezza barretta, poi ci dividiamo l’ultimo sorso di acqua e siamo pronti per ripartire.
Con sessanta metri stirati usciamo sulla cresta nord del Corno Piccolo e riconosco il posto, siamo sull’uscita della Via dei Poeti. Ne abbiamo fatta di strada alla cieca.
Ci mettiamo tutto il tempo che occorre e arriviamo ai Prati di Tivo. La prima cosa è cercare un telefono e avvisare Patrizia. Oltre al mio numero di cellulare, il mio indirizzo e la mia data di nascita, non riesco a memorizzare altre sequenze di numeri e quindi passiamo da Gina e scrocchiamo una telefonata a Giuseppe.
Ieri avevo paura e sarei fuggito, oggi, stanco, sfinito, ma di nuovo tra gli altri, sento quel maledetto sottile piacere di esserci stato. Un tempo mi illudevo che queste esperienze aiutassero a completarmi, capire cosa sono e cosa cerco, adesso mi chiedo cosa è questo alpinismo che mi porta a contraddirmi tutte le volte che lo vivo. Questo perverso piacere di esserci stato non è che un’ammissione di fragilità, la fatica di sentirmi uomo tra gli uomini, con tutte le debolezze e le mediocrità di noi tutti, alpinisti o semplici bipedi. L’impossibilità di cambiare le prospettive al mondo con geometrie esistenziali come Gli uccelli di Battiato.

Roberto Iannilli, 29 agosto 2011

Gran Sasso, Corno Piccolo, parete est
Via “Geometrie esistenziali”.
Roberto Iannilli & Luca D’Andrea (a comando alternato) il 23 e 24 agosto 2011.
Sviluppo380 metri (200 autonomi)
Difficoltà ED+ o EX- (A3+ e VII-).

Note
1) Luca D’ Andrea, già compagno di arrampicata nella spedizione in Cordillera Blanca del 2010;
2) Questa notte non sognerò nulla, la mia vita oggi è stata un sogno (racconto inedito);
3) Via del Trapezio – 1979: Pasquale Iannetti e Giampiero DiFederico;
4) Forse è così che accade (racconto inedito);
5) “Ma finché noi per primi continueremo a descrivere l’alpinismo come una lotta fatta di lacrime e sangue, vestendoci dei panni dell’eroe che sfida la montagna e supera sé stesso, finché ometteremo e nasconderemo il lato gioioso e giocoso dell’andare in montagna: montagna come mondo privilegiato per sperimentare la vita, del camminare che fa bene al pensare e del passo lento e paziente con cui la natura educa l’uomo a se stesso e lo riconcilia con la sua essenzialità, finché non “racconteremo” anche questo, non riusciremo a spiegare che gli alpinisti alla vita ci tengono, che non desiderano perderla e al contrario soffrono di non viverla abbastanza.” (Nives Meroi).

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