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Greenland Big Walls Expedition
Photo by arch Piolet d'Or
Monte Logan
Photo by arch Piolet d'Or
Il brittanico Doug Scott riceve il Piolet d'Or alla carriera da Walter Bonatti.
Photo by arch Piolet d'Or
Il portfolio del Piolet d'Or 2011 visto da Anna Piunova. La celebrazione a Courmayeur.
Photo by Anna Piunova
INFO / links & info:
    GIURIA 2011
    Greg Child
    (Australia, Alpinista), Presidente di Giuria
    Enrico Rosso (Italia, Alpinista)
    Yannick Graziani (Francia, Alpinista)
    Simon Anthamatten (Svizzera, Alpinista)
    Michael Pause (Germania, Giornalista)
    Hiroshi Hagiwara (Giappone, Giornalista)

    MOTIVAZIONI VINCITORI 2011
    Greenland Big Walls Expedition
    Sean Villanueva, Nicolas & Olivier Favressse (Belgo) e Ben Ditto (USA), barca capitanata da Bob Shepton (UK - 75 anni).
    Questa è stata un'innovativa salita sulle big wall con una differenza – uno stile eccellente, senza spit nè chiodi, attraversando le cime dopo le salite. Nel popolare sport dell'arrampicata sulle big wall, questi alpinisti hanno dimostrato che è possibile effettuare queste salite con uno stile completamente pulito. In aggiunta all'alto livello tecnico, il team ha avvicinato zone inesplorate con la barca a vela e ha dimostrato enorme cameratismo.
    Mount Logan South East Face
    Yasushi Okada e Katsutaka Yokoyama (Giappone)
    Questa è stata una via nuova effettuata dopo preparativi meticolosi su una parete molto remota, alta 2.500 metri. Gli alpinisti hanno viaggiato in lungo e in largo per trovare le salite di acclimatamento, e hanno iniziato la via soltanto dopo un attento studio per evitare i pericoli oggettivi. La salita incarna il moderno stile alpino, e in velocità è stato superato un terreno sconosciuto alto una volta e mezza la Parete Nord dell'Eiger. La coppia ha completato la lunga cresta di collegamento che l'ha portato alla cima est.

    Links Planetmountain
    Piolet d'Or 2011: Monte Logan e Groenlandia Big Walls i vincitori
    Piolet d'Or 2010, i vincitori
    Piolet d'Or 2009, i vincitori
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Piolet d'Or 2011, i vincitori, le diversità e le sfide dell'alpinismo

18.04.2011 di Vinicio Stefanello

Il 15 aprile a Chamonix durante il IXX Piolets d'Or 2011 sono stati assegnati due Piolets d'Or: alle Big Walls in Groenlandia da parte di Sean Villanueva, Nicolas e Olivier Favresse, Ben Ditto e Bob Shepton e alla salita del Monte Logan in Canada da parte di Yasushi Okada e Katsutaka Yokoyama. Il 16 aprile a Cormayeur l'alpinista brittanico Doug Scott ha ricevuto il Piolet d'Or alla carriera presente Walter Bonatti che con Reinhold Messner l'ha preceduto nell'albo d'oro. Tutto il report.

Piolet d'Or 2011 o della diversità degli “alpinismi”. Come l'anno scorso sono ancora due le spedizioni premiate dal Piolet d'Or 2010. Con una novità: mai, in questi ultimi tre anni di premiazioni multiple, le vie vincitrici erano state così diverse tra loro. Dunque, verrebbe da dire che “eppur si muove” questo alpinismo dei nostri tempi... Da una parte, infatti, abbiamo il mondo delle grandi pareti di roccia con l'irresistibile e collaudata “banda belga” dei fratelli Nicolas e Oliver Favresse e Sean Villanueva a cui, per l'occasione, si è aggiunta la partecipazione dello statunitense Ben Ditto e dell'imperdibile 75enne skipper britannico Bob Shepton. Dall'altra l'alpinismo in quota che affronta tutti i tipi di terreni (dal ghiaccio, al misto, alla roccia) con il team “leggerissimo” e sorridente dei giapponesi Yasushi Okada e Katsutaka Yokoyama.

I primi (il team degli “allegri marinai alpinisti e musicisti” come sono stati definiti da tutta la stampa) sono stati protagonisti di un “trip” che ha mescolato mare, iceberg e arrampicata pura e pulita tra le straordinarie big wall di Cap Farewell, sulla costa sud e ovest della Groenlandia. Gli altri, sul Monte Logan, nella sterminata e freddissima Alaska, hanno ancora una volta dimostrato la forza dell'alpinismo asiatico e dell'intramontabile bellezza dello stile alpino più “classico”. Tanto che il grande Doug Scott, che quest'anno ha ricevuto il Piolet d'Or alla carriera, ha commentato con soddisfazione che evidentemente l'alpinismo praticato da lui e dalla sua generazione era quello “giusto”. Quello stesso “stile alpino” che guarda caso ha nei due precedenti Piolet alla carriera, Bonatti e Messner, e in Cassin, che nel suo ultimo anno di vita avrebbe dovuto senz'altro riceverlo quel Piolet, dei veri capi scuola.

Inutile dire che, anche se diverse, entrambe le avventure che hanno ricevuto la Piccozza d'Oro sono da incorniciare. Da parte del team dei Favresse e C. ci sono 9 vie nuove, di cui la punta di diamante è Devil's Brew, che percorre i vertiginosi 850m della Impossibile Wall che, partendo direttamente dal mare, ha richiesto 10 giorni di arrampicata “pulita” e su terreno vergine, in tutti i sensi. Basti dire che su 9 vie è stato impiegato un solo spit. Mentre per Okada e Yokoyama il viaggio verso l'ignoto e in perfetto stile alpino ha avuto per protagonista la muraglia del Monte Logan che, con i suoi 2500 metri di altezza e i 5.959 m di quota, ha riservato 3 bivacchi e un terreno che presentava tutte le variabili dell'alpinismo più puro. Il tutto per un'interpretazione perfetta, tanto che prima di questo riconoscimento aveva vinto anche il Piolet d'Or Asia.

C'è da dire che lo stile alpino e la varietà del terreno è la “cifra” anche delle altre 4 vie in nomination che, ricordiamo, comprendevano la lunghissima e straordinaria cavalcata di 72 ore di salita non stop dello statunitense Colin Haley e del norvegese Bjorn-Elvind Artun sul Monte Foraker (5.304m), in Alaska. La grande prima dei britannici Malcom Bass e Paul Figg sui 1600m della parete ovest del Vasuki Parbat (6.792 metri) in India, con 10 giorni di parete e la seconda salita assoluta della montagna. E ancora la prima sui 2500m della parete est dello sperduto e bellissimo Monte Edgard (6.618 metri, Cina) da parte del britannico Bruce Normand e dello statunitense Kyle Dempster. Ed infine, la bella prima sulla sud-est del nepalese Lunag I dei francesi Mathieu Detrie, Mathieu Meynadier, Sebastien Ratel e Max Belleville.

Un “trionfo”, dunque, di quello che ormai è il Leitmotif degli ultimi anni: team ridottissimi che hanno per obiettivo montagne sconosciute, o quasi, e viaggi verso il non conosciuto e l'estrema incertezza, con partenza dalla base per un unico viaggio verso la cima. In sintesi quello “stile alpino” di cui parlava Doug Scott e che è il marchio di fabbrica dell'alpinismo che si definisce di punta. Ma, appunto, il viaggio tutto sulla roccia dei Favresse, di Ditto e Villanueva seppur diverso ha conquistato un po' tutti. Tanto che Greg Child, grande alpinista e impeccabile presidente della Giuria, nella serata di Courmayeur del Piolet alla carierre rispondendo a Kay Rush che gli domandava a quale spedizione delle 6 nominate gli sarebbe piaciuto partecipare ha risposto: “sicuramente a quella delle big wall in Groenlandia”, aggiungendo subito “anche perché le altre fanno troppa paura...”.

Ecco, se volete, questa risposta dà conto della diversità più grande, delle due facce se volete dell'alpinismo. Il viaggio di Favresse e C. conquista nel suo tutto: la barca che fa da campo base; la bellezza stratosferica di quelle big wall che nascono dal mare cosparso di iceberg; la purezza dell'arrampicata e lo spirito davvero unico dell'avventura di questi marinai – climber che hanno accompagnato la loro traversata e la lunga permanenza in parete con delle irresistibili jam session, sposando la loro anima di climber con quella dei musicisti. Verrebbe da chiedersi se questo è alpinismo... Se questa contagiosa allegria e questa anima artistica a tutto campo è nella tradizione alpinistica. Noi crediamo di sì. Come crediamo che le big wall, ovunque esse siano (anche nelle Alpi) possano ancora essere teatro del grande alpinismo. Diverso sicuramente da quello delle alte quote, ma ancora e sempre alpinismo. D'altra parte c'è un'intera generazione che ha sognato sulle pagine di “Le Grandi pareti”, una sorta di bibbia delle big wall, dalle Dolomiti allo Yosemite, guarda caso firmata proprio da Doug Scott.

Insomma, se un segnale è stato lanciato da questi Piolets d'Or, sembra essere - e noi speriamo che lo sia davvero - quello di un alpinismo che si apre alle diversità, alla fantasia e alle variabili che sanno interpretare i nostri tempi. In questo senso va anche la presenza, sempre sorridente, degli alpinisti giapponesi. Perché siamo sicuri che lo sguardo e l'interpretazione del mondo orientale saprà ulteriormente diversificare e arricchire il panorama dell'andar per montagne. Come siamo sicuri che l'alpinismo si debba far carico di una visione che esca dalle pareti per posarsi anche su quello che sta loro attorno.

Come del resto ha ben spiegato e testimoniato proprio Doug Scott, impegnato da anni in programmi di solidarietà alle popolazioni delle alte terre nepalesi con il principio di far crescere e partecipare attivamente quelle popolazioni ai progetti di sviluppo sostenibile. Il tutto anche per prevenire la “fuga” dalle montagne verso le città. Un abbandono dei territori della montagna di cui qui a casa nostra, sulle nostre Alpi, purtroppo abbiamo un esempio desolante. Alla fine è anche questo il messaggio di cui dovrebbe farsi carico l'alpinismo. Un alpinismo, si potrebbe anche dire, più globale e che sappia guardare ai nostri tempi. Ma anche che sappia incontrarsi e dare una visione di sé più ampia, com'è avvenuto in questi giorni di Piolet d'Or tra Courmayeur e Chamonix, all'ombra del grande Monte Bianco.

Sì, perché aldilà dei premi e delle celebrazioni, ancora una volta è stato l'incontro, lo scambio di esperienze e la conoscenza tra alpinisti la cosa più bella. I nominati, i vincitori e i componenti della giuria, ma anche Doug Scott e grandi alpinisti come Walter Bonatti e Chris Bonington, l'hanno continuamente affermato. E questo andando oltre le discussioni sui vari ed eventuali stili alpini e sulla valutazione delle difficoltà delle pareti. Sono stati molti i momenti che l'hanno testimoniato. Tra i più belli la presentazione a Chamonix di Doug Scott da parte di Chris Bonington (altro sicuro Piolet alla carriere in pectore) che, ancora una volta, si è dimostrato un vero Sir di nome e di fatto: davvero commovente l'abbraccio tra i due.

Come è stato commovente, sabato sera a Courmayeur, l'abbraccio tra Walter Bonatti e Scott. Con Bonatti che, con la forza travolgente che lo distingue, ha riconosciuto nell'alpinismo di Scott il suo alpinismo, confermando la standing ovation, partita dalle file degli alpinisti nominati e dalla giuria, e tributata dal pubblico al grande alpinista britannico. Ecco il Piolet d'Or è anche questo: vedere questi “padri” dell'alpinismo e i loro “figli” che si incontrano. Dei figli (i nominati) che li acclamano e che allo stesso tempo sono coscienti di dover e poter andare avanti. Prendendosi il diritto, che hanno tutti i figli, di proseguire, di fare la propria strada. Proprio, se volete, come è successo sulle big wall della Groenlandia. E questo per un alpinismo che interpreti questi giorni e che può essere fatto solo da loro. Perché è solo così che l'alpinismo di adesso potrà diventare adulto e pensare al futuro.

A proposito di futuro e alpinismo adulto, vogliamo finire con una novità presentata sabato in chiusura dei Piolets d'Or. I sindaci di Courmayeur e Chamonix proporranno che l'alpinismo venga riconosciuto come patrimonio dell'Unesco. La richiesta sarà quella di inserire l'alpinismo nella lista - da poco introdotta - dei beni immateriali "per l'apporto eccezionale all'arricchimento della cultura e della società". Padrini e sostenitori dell'iniziativa, direttamente dal palco di Courmayeur, si sono già dichiarati Walter Bonatti e Doug Scott. “E' un'iniziativa per tutto l'alpinismo, per tutte le montagne del mondo”, ha precisato il Sindaco di Courmayeur. E, aggiungiamo noi, è un'iniziativa difficile. Una sfida, bella e difficile, che pone e sprona l'alpinismo a diventare ancora più grande. Appunto, ad essere ancora più adulto e consapevole.

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