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Silvio Mondinelli, 5 mesi per 4 ottomila
Photo by Silvio Mondinelli
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INFO / links & info:
    Silvio "Gnaro" Mondinelli
    è guida alpina e finanziere del Soccorso Alpino di Alagna Valsesia

    Gli 8000 di Silvio Mondinelli
    2001:
    Everest , Gasherbrum I, Gasherbrum II, Daulaghiri
    1997: Cho Oyu
    1996: Shisa Pangma ('96)
    1993: Manaslu ('93)
    1994: Lhotse ('94)

    News Mondinelli
    INTERVISTE PLANETMOUNTAIN

Silvio Mondinelli, 5 mesi per 4 ottomila

11.01.2002 di Vinicio Stefanello

Nel 2001 Silvio 'Gnaro' Mondinelli ha salito Everest, Gasherbrum I e II e Daulaghiri.

Nel 2001 Silvio Mondinelli, per tutti 'Gnaro', ha salito Everest, Gasherbrum I e II e Daulaghiri. Quattro montagne oltre gli 8000 metri in cinque mesi: è uno dei pochissimi ad esserci riuscito, l'unico italiano. Mondinelli ora è a quota 8 nel conto delle salite dei 14 ottomila, e le montagne più alte del mondo fanno parte della sua vita.

E' un alpinista con ambizioni e obbiettivi, ma questo non gli impedisce di essere soprattutto un uomo sempre disponibile verso gli altri. 'Gnaro', che di professione presta servizio ad Alagna nel Soccorso Alpino della Guardia di Finanza, anche in Himalaya è sempre disponibile per soccorrere gli alpinisti in difficoltà.

Insieme ad altri amici, poi, ha fondato una ONLUS, un'associazione non a scopo di lucro per aiutare le popolazioni himalayane. Ed è proprio di quest'ultima iniziativa che più volentieri parla. Noi gli abbiamo chiesto, a ruota libera, di raccontarci un po' i suoi fantastici 8000…


Silvio Mondinelli
Allora Silvio hai intenzione di salire tutti gli ottomila...
"A chi mi chiede perché vado in Himalaya, visto che tutti i 14 ottomila sono già stati saliti, rispondo che io non li ho ancora fatti. E per me è importante fare di persona le cose, così trovo una grande motivazione anche sulle vie normali. Certo i problemi aumentano perché con la famiglia non è facile: quest'anno per salire Everest, Gasherbrum I e II e Daulaghiri sono stato via 5 mesi… Spero comunque di continuare, ma se non dovessi riuscirci sarò contento lo stesso."

Un grande sacrificio...
"Alla base c'è la grande ed indecifrabile passione per l'alpinismo, per l'Himalaya. Poi come dice mia moglie noi alpinisti degli 8000 siamo peggio dei drogati: siamo entrati in un circolo vizioso, e non riusciamo più ad uscirne. Forse è vero perché nel giro degli 8000 se esci un anno o due sei un po' tagliato fuori. E' un mondo che gira attorno agli sponsor, agli amici. Ci si domanda l'un l'altro: "dove vai il prossimo anno, cosa fai…". Certo ogni anno qualcuno muore… Quest'anno al Dhaulagiri, quando è morto Pepe (lo spagnolo Pepe Garces ndr) per due giorni nessuno si è avvicinato alla sua tenda, nessuno voleva toccarla. Dispiace, stai male, piangi; oppure fai finta di non piangere ma dentro stai da cani. Alla fine però ci siamo chiesti: "dov'è che andiamo questa primavera"...

Come ti definisci?
"Un atleta per come mi preparo… ma mi è difficile e riduttivo definirmi solo così, pur se devo allenarmi e prepararmi come se lo fossi. Gli atleti dormono bene, mangiano bene, e prima della gara cercano di creare attorno a sé le condizioni ideali. Invece noi alpinisti degli 8000: dormiamo male, mangiamo male, e nel momento del massimo sforzo soffriamo tutte le scomodità."

Come ti prepari?
"Prima di tutto con la corsa in salita: 1200 metri di dislivello in salita quasi tutti i giorni dell'anno, in inverno abbinati con lo scialpinismo. Poi, a casa, la sera, ancora un'ora di speening, anche per recuperare e sciogliere i muscoli. Prima di una spedizione arrivo a 60.000 metri di dislivello positivo al mese. Dalla mia parte ho mia moglie che mi sprona, e mi aiuta a mantenere un impegno costante. E' molto importante!"

Il tuo 'segreto'
"Se ho una cosa bella è la tenacia: non mollo mai! Frutto dell'abitudine alla fatica e al lavoro. Ho cominciato fin da piccolino: d'estate aiutavo mio zio in campagna e questo mi ha dato un 'crapone' che non molla mai. Anche se non significa che sia imprudente. Con il lavoro che faccio (guida alpina nel soccorso alpino della guardia di finanza dal '78 ndr) la sicurezza è sempre al primo posto."

Com'è salire un 8000?
"In Himalaya non si corre, siamo più dei trattori. E di 8000 facili non ce ne sono: sulla carta magari qualcuno sembra più abbordabile di un altro, ma poi il brutto tempo può trasformarlo in un'impresa impossibile. Quello che in definitiva conta di più è la concentrazione, la testa. In discesa, per esempio, succedono quasi tutti gli incidenti. Così, nonostante la stanchezza, devi importi di essere sempre concentrato e guardare solo dove metti i piedi. Ho visto all'opera molti dei big dell'Himalaya; mi è capitato, ad esempio, di vedere all'opera Loretan: mi ha impressionato, è una 'forza'... Ma ho visto anche tanta gente, più forte di me, rinunciare per il brutto tempo o perché si fa fatica a 'pestar neve'. Segno che è la motivazione, la testa, il motore che ti spinge in cima anche nei momenti difficili."

Qual è il rapporto con i compagni di spedizione?
"In Himalaya ci si lega poco perché ognuno ha i suoi tempi d'acclimatazione e di crisi, però la corda che unisce le persone è come se ci fosse. E pur sapendo che devi sbrigartela da solo, ti dà forza aver vicino un compagno in cui hai fiducia. Per questo preferisco andare in spedizione con un alpinista che stimo anche come 'uomo'. E gli amici con cui vado in Himalaya sono delle persone normalissime, come credo di esserlo io."

Come affronti il 'problema' quota...
"L'abitudine con le massime quote si acquista in spedizione, poco per volta. Solo con l'esperienza diretta, infatti, il cervello impara e memorizza. Così, all'inizio, ero forte fisicamente ma non avevo ancora la confidenza con l'altitudine, dovevo imparare. E sono stato fortunato, perché ho potuto fare la conoscenza degli 8000 con due 'bestie' come il Fausto De Stefani e Sergio Martini, due persone che mi hanno aiutato e stimo moltissimo. Ora mi bastano pochi giorni per acclimatarmi. Lo dico sempre ai ragazzi che vengono con me: "Non preoccupatevi, abbiate pazienza, arriva sempre la mattina che vi sembrerà di aver bevuto una pozione magica: vi sentite meglio e andate".

Naturalmente tu sali senza l'aiuto delle bombole di ossigeno...
"Non uso l'ossigeno in quota, e sono contrario al suo uso. Nel '78 Messner è salito sull'Everest senza ossigeno e da allora, secondo me, un alpinista professionista non può più farne uso. Sarebbe come in arrampicata fare l'8a con le staffe, preferisco fare il 6a in libera, sono più contento. Per me, poi, con un buon acclimatamento tutti possono arrivare a 8000 metri senza ossigeno."

Una curiosità sulle bombole?
"Una cosa curiosa è il 'traffico' al Colle Sud dell'Everest. Ci sono tanti alpinisti che vorrebbero salire in cima senza ossigeno e invece arrivati al Colle Sud, a 8000m, sono cotti. E lì scatta il business: ci sono le spedizioni commerciali che hanno tante bombole di ossigeno, e allora ci sono sherpa che le commerciano, di sera, tra le tende..."

Spedizioni commerciali... cosa ne pensi?
"Ho avuto a che fare con due spedizioni di questo tipo e mi sono trovato bene. Sono state tra le poche che ho incontrato sempre disponibili ad organizzare i soccorsi per tutti. E poi tutti sfruttano la loro attrezzatura delle vie, perché se c'è una spedizione commerciale sei sicuro che al mattino - anche se c'è un metro di neve - vanno avanti i loro sherpa… Anche se certi volte queste spedizioni fanno un po' impressione: non gli manca niente e il campo base sembra una centrale nucleare. Poi, come sempre, è sbagliato generalizzare. Al Cho Oyu, per esempio, una spedizione commerciale ci ha rifiutato uno yak per trasportare uno dei nostri che stava male. Dipende sempre dall'onestà delle persone, al di là delle etichette..."

C'è un problema 'onestà' sugli 8000?
"Anche in Hilamaya ci sono i furbi, i 'sanguisuga', quelli che sfruttano le corde degli altri. Quelli che parlano male delle spedizioni commerciali e poi usano la roba delle spedizioni commerciali. Parlano male delle corde fisse e poi le usano, e rubano nelle tende. Rubano le bombole di ossigeno. Nel '99 ho visto un alpinista russo che correva dietro con il coltello ad un altro russo al Colle Nord dell'Everest. Anche gli alpinisti sono degli uomini e in quei posti lì, a volte, prevale più l'animale che l'uomo."

C'è la fatica, il freddo...
"Per quanto mi riguarda ci sono giorni in cui ho le gambe dure e mi sembra di non farcela a continuare. Poi, quando riesco a dormire e le gambe cominciano a girare, anche la fatica dell'ultimo giorno, quella della vetta, non la sento più. O meglio non è più una fatica 'bestiale'... Soffro di più invece per il freddo. Secondo me la fatica è simile a quella che una volta sopportavano gli operai in fabbrica o i contadini in campagna. Mentre il freddo puoi sopportarlo fino ad un certo punto. Quest'anno in cima all'Everest c'erano 42° gradi sotto zero, stavo bene ma con temperature del genere il pericolo di congelamenti preoccupa..."

Raccontaci dell'Everest
"All'Everest, quest'anno, siamo stati fortunati. Abbiamo trovato condizioni perfette. Per due anni, invece, mi era andata male per il brutto tempo. Nel 2000 in una notte ero stato 3 volte sopra gli 8500m, senza raggiungere la cima. Una prima volta sono andato a 8500m, poi avevo freddo ai piedi e sono tornato all'ultimo campo a 8200m. Dopo aver dormito un po', sono nuovamente salito fino a 8600m, ma il brutto tempo mi ha costretto a ridiscendere ancora a 8300m. Infine sono risalito a 8500m per soccorrere un'alpinista spagnola con congelamenti alle mani e, trascinandola, sono sceso con lei al campo base. Vuol dire che fisicamente c'ero."

Quanto costa rinunciare alla cima?
"Quando, come sull'Everest, è il brutto tempo che ti costringe a tornare indietro, non costa moltissimo. Ho sofferto di più sul 3° Kangchenjunga dove abbiamo rinunciato perché eravamo sfiniti: pesa dare tutto e nonostante questo rimanere senza cima. Ma poi, ripensandoci, quando ti senti a posto con la tua coscienza stai bene lo stesso. Come dicevo la cosa più importante è sentirsi a posto con sé stessi e con gli altri."

Poi, qualche volta, c'è anche la grande soddisfazione della vetta, cosa si vede dal tetto del mondo?
"Sulla cima dell'Everet fa effetto il Makalu. E poi il Lhotse: ce l'hai proprio lì e sembra piccolino pur essendo alto 8500m. Invece quello che non mi ricordo di aver visto bene è il Tibet. Mi ricordo la valle ma non il Cho Oyu e lo Shisa Pangma. Poi fa effetto salire di notte. Quando siamo partiti dal Colle Sud (era con Mario Merelli ndr) si vedevano le luci delle frontali degli alpinisti sul Lhotse e a valle quelle di Namche Bazar… sembrava di arrampicare sulle Alpi. Mi è capitato anche sull'Ama Dablam l'anno scorso: l'ho salito, da solo, in una notte, e vedevo giù le luci di Periche, sembrava proprio di essere sulle montagne di casa. E' inebriante, ti dà forza."

Una grande ed incomparabile natura
"Bellissima. Anche se per lasciarla integra non dovremmo più andare in Himalaya e non dovrebbero esserci andati quelli prima di noi. Fortunatamente in questi ultimi anni stiamo cominciando a vedere i danni che abbiamo fatto in passato. Adesso la testa degli alpinisti è cambiata, e anche noi stiamo facendo qualche cosa per l'Himalaya. Adesso, ad esempio, quasi tutta l'immondizia si porta via."

Qual è la situazione 'pulizia' all'Everest?
"Il campo base ora è pulito, grazie alle iniziative promosse da vari sponsor. Invece fanno ancora impressione i campi alti. Il campo 3, con tutte quelle tende distrutte, sembra un villaggio fantasma, ti fa venir la pelle d'oca. Al Colle Sud hanno portato via tante bombole, l'anno scorso davano 10 dollari al chilo a chi le portava giù, però è ancora sporco..."

Com'è dormire al Colle Sud, l'ultimo campo prima della vetta dell'Everest?
"Una cosa particolare, ed impressionante, sono i tubi delle tende abbandonate che, di notte, con il vento, 'suonano'. E' incredibile: tramonta il sole e comincia il concerto del vento che passa dentro ai tubi. Ma quello che fa più impressione sono i morti, quest'anno ce n'era uno a 4 metri dalla nostra tenda. Quando siamo arrivati volevamo dargli sepoltura sotto i sassi, poi però abbiamo rimandato a quando saremmo scesi dalla vetta… Non l'abbiamo più fatto: quando torni giù non sai più neanche chi sei, sei talmente stanco che anche fare un the è già un lavoro."

Nonostante tutto, gli 8000, l'Himalaya, rimangono il sogno di molti...
"Tanti giovani sognano di andare sugli 8000 ma non hanno i soldi per farlo. Adesso per fare un 8000 tra viaggio e costi, senza contare il materiale ed i permessi, ci vogliono dai 10 ai 15 milioni e con questi soldi sulle Alpi fai una bella attività. Senza sponsor secondo me non si può più andare in Himalaya. E trovare uno sponsor non è facile, perché quando non ti conosce nessuno andare a chiedere soldi è dura, è già dura quando sei conosciuto..."

Un sogno di Mondinelli
"Alle volte dico che se riesco a comprarmi una fattoria non vado più in Himalaya. Allora mia moglie mi risponde: "Ma quante mucche vuoi comprare per quella fattoria!". Davvero mi piacerebbe avere una fattoria e far lavorare delle persone emarginate dalla società… Non so se riuscirò a realizzarlo. Un altro mio sogno è riuscire ad impegnarmi per la gente dell'Himalaya continuando con la ONLUS per la raccolta di fondi in aiuto a quelle popolazioni. Vogliamo costruire, come abbiamo già fatto a Namche Bazar, scuole e anche ospedali. Sarebbe il premio più bello!"

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