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Maurizio Manolo Zanolla, Ulassai, Sardegna
Maurizio Manolo Zanolla, Ulassai, Sardegna
Photo by Mattia Vacca
Maurizio Manolo Zanolla, Ulassai, Sardegna
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Riccardo
Riccardo "Sky" Scarian su Dritto a niente 7c e Toccami e cado 7b+, Varazze - Liguria
Photo by Roberto Armando
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Campanili di Lastei - Obbligatorio di Manolo e Riccardo Scarian

01.10.2003 di Planetmountain

Manolo e Riccardo Scarian ci parlano di "Cani Morti", sulle Pale di San Martino.

Riccardo "Sky" Scarian e Maurizio "Manolo" Zanolla in coppia - una grande coppia, ormai assai collaudata - hanno aperto una nuova via sulla parete nord del Campanile Basso di Lastei, nelle Pale di San Martino. "Cani Morti", questo il nome della nuova linea, è una proposta di rilievo sia per le "firme" che porta in calce, sia per la difficoltà proposta: 8b+/c massimo, ma soprattutto un obbligatorio di 8a/8a+. Ecco, è proprio un obbligatorio da far paura, che in Dolomiti, ma anche nelle Alpi, potrebbe non aver confronti o quasi…
C'è da aggiungere che, attualmente, "Manolo" e "Sky" sono a metà della strada. Manca, infatti, la seconda fase del progetto: "la rotpunkt della via, cioè salire tutti i tiri in libera e in progressione dal primo all'ultimo. A questo punto il progetto può considerarsi concluso". E allora, direte, perché non aspettare a parlarne? Semplice perché c'interessava registrare proprio questa fase in "progress" di una "creazione". Ci interessava sentire cosa passa per la testa, e quali sono le motivazioni dei protagonisti, del progetto.
Magari ci farà riflettere, e capire quanto sforzo anche "mentale" c'è nel "fare" le cose. Sì, perché ci piace ribadire che è più facile parlare, e criticare chi "fa" e propone di spingersi in avanti, piuttosto che essere attori in prima persona... Ci piace, insomma, seguire da vicino questa fase della "ricerca", con la speranza che possa essere di sprone a far meglio per tutti, e soprattutto a comprendere le motivazioni di ciascuno.


OBBLIGATORIO SUI CAMPANILI
di Maurizio "Manolo" Zanolla

“Magari per qualcuno sarà anche vero che una dozzina di metri di volo non sono poi molti ma per quanto mi riguarda, dopo una certa somma di salti, quell’irraggiungibile buco lontano mi sembra l’Antartide, e la corda il più fragile dei pack. Nessuna avventura alla Shackleton! I Campanili di Lastei sono immensamente più piccoli dell’Antartide, e non c’è nessun pericolo di essere imprigionati dai ghiacci, e tanto meno di essere sbranati dalle orche mentre si viaggia alla deriva sulla banchisa in uno dei mari più tempestosi del pianeta.

Raggiungere quest’angolo dolomitico è molto più facile, non bisogna imbarcarsi su nessuna nave, e nemmeno onerosi impegni per pagare il permesso, niente scali aerei, e nemmeno bidoni d'attrezzatura e cibo da far trasportare, niente bombole d'ossigeno... e le valanghe con lo zero termico a 4000m d’estate non sfiorano nemmeno la fantasia. Possiamo andarci anche con l’influenza e senza vaccinazioni.

Se poi c’è la velata certezza di portare un trapano, su una piccola parete nord di soli 200m d'ottima pietra, alla modesta quota di 2750m, “alpinismo” è assolutamente una parola da scordare, non c’è nessuno zoccolo di roccia friabile che ostacola il sentiero e in sole tre ore di cammino si è alla base della parete senza nessun pedaggio stradale. Eppure in quest’angolo dolomitico ho vissuto una delle mie più belle ed intense avventure alpine, e la realtà ha infinitamente superato la fantasia.

Nessuna salita slegato, né tanto meno lunghezze barbaramente protette da malsicuri chiodi, nessun momento d’incertezza nel ritorno è stata in bilico, se non per la scontata mortalità alla quale siamo quotidianamente legati anche fra le domestiche mura casalinghe.
E’ bastata una piccola guglia vicina a casa per sconvolgermi d'emozioni, e aprirmi, ancora una volta, la porta di una nuova dimensione. Anzi è stato sufficiente molto meno: è bastato allontanarmi qualche metro dall’ultimo spit e cercare di andare oltre i miei sogni solo sulla punta delle dita.

Trovo normale che molta gente non consideri “alpinismo” l’uso di spit per le salite alpine, molto meno però che consideri come “alpinismo” scalate completamente artificiali dove l’arrampicata ha ben poco di “naturale”.
Del resto molti affrontano vie oltre le proprie possibilità armati di cliff e “canne da pesca”, e questo mi sembra lo stesso alpinismo delle “prime invernali” fatte quando d'invernale ci sono solo le date sul calendario.
Ho aperto numerose vie oltre il 6-7° grado e arrampico ancora spesso slegato su quelle difficoltà ma mi sembrano molto più delle passeggiate “esposte” in confronto di certe salite a spit.

E’ strano come si creda di fare alpinismo in una lunga e tranquilla normale himalayana, magari respirando da una bombola d’ossigeno e tenendosi ben saldi ad una corda fissa, oppure su una semplice via di V° grado, o magari un’esposta ferrata e si consideri invece tutto quello dove c’è uno spit della semplice arrampicata sportiva. Credo ci sia una grande differenza tra scalare l’Everest con o senza ossigeno, così come scalare il XII° grado con o senza mezzi artificiali; evidentemente non sono posti per tutti... a meno che non si voglia dire semplicemente: “ci sono stato anch’io”

Il livello culturale nell’arrampicata moderna non riesce nemmeno a distinguere cosa significhi “obbligatoriamente” salire un tratto in onesta arrampicata libera, e molto più semplicemente, nonostante l’elevato livello tecnico e atletico, la maggior parte delle volte, non riesce nemmeno a raggiungere il primo spit.

C’è gente che considera ancora Beat Kammerlander un semplice arrampicatore sportivo, ma probabilmente non si è mai trovata a soli tre semplici metri dall’ultimo spit in apertura, e cercare di proseguire verso l’ignoto dopo l’ennesimo volo di 15 metri senza la più pallida idea di usare mezzi artificiali per riuscire. E non mi sembra la stessa cosa salire la medesima lunghezza su una fila di cliff, e cosa peggiore ignora la sua grande attività nel più puro stile tradizionale.
Altri invece giudicano una semplice salita sportiva la solitaria di Huber alla Hasse Brandler quando quest’ultima, se salita anche in artificiale ed in cordata, almeno fino a poco tempo fa rientrava fra le più ambite da molti “alpinisti”.

Credo di aver vissuto un’ alpinismo abbastanza completo, e di essere sopravvissuto fortunatamente alla furia dei vent’anni nella sua forma più verticale, dove ogni volta che abbandonavo l’ultima rara protezione anche il più sperduto dolomitico appoggio mi allontanava molto più dell’Antartide dalla vita.
Ho assaporato il piacere della scoperta nelle sue infinite varianti, dalle vie più sprotette alle solitarie più difficili e pericolose anche attraverso il fascino del terzo grado, ma nonostante tutto trovo che certi spit siano più alpinistici di migliaia di chiodi tradizionali e che raggiungerli non sia solo una grande avventura sportiva.

Mi sono indignato anche solo alla vicina presenza di spit su capolavori alpinistici e per questo credo che gli spit in montagna siano un argomento delicato che, come sempre, si affida al buon senso.
Molti considerano ormai banale l’8a, ma conosco pochissimi arrampicatori che riescono a superarlo a vista in montagna e a diversi metri dall’ultima protezione. Questo non vuol dire che gli spit siano concessi solo a pochi eletti, ma trovo che usare spit per aprire difficoltà che si facevano 20 anni or sono con protezioni assolutamente tradizionali, non sia certo un passo avanti.

Sono assolutamente certo che si potranno raggiungere dei risultati maggiori anche senza spit in apertura, ma bisognerà accettare il rischio di morire ad ogni eventuale volo (e non credo che questo sia il traguardo più ambito da tutti gli arrampicatori).
Salire a vista obbligatori di 7c boulder (8a/b di falesia) senza la possibilità di cadere pena la morte certa credo sia un passo che richiederà comprensibilmente un po’ di tempo e ci vorrà anche molta fortuna per valicare questa linea di non ritorno.

Scalare semplicemente le proprie emozioni, indipendentemente dalle difficoltà, è probabilmente la cosa più libera e bella, ma eticamente diversa. I chiodi non hanno addomesticato l’alpinismo di Bonatti e Cassin, e nemmeno con gli spit si compra definitivamente la certezza. In montagna non c’è niente di scontato, ed anche a chi non pratica un alpinismo ai propri limiti può succedere di trovarsi improvvisamente al dì là dell’invisibile linea di non ritorno, oltre la quale non potrà che fare affidamento su se stesso.

E’ molto difficile accettare i propri limiti senza nascondersi, gli spit evidenziano ed ingigantiscono le nostre paure, e forse rubano un futuro spazio prezioso ma in fondo, per capire anche gli errori, la cosa più obbligatoria dovrebbe essere quella di provare, non senza prima spogliarci da stupide retoriche.

L’avventura è dentro di noi ma non tutti abbiamo il coraggio di affrontarla, è comprensibile... molto meno spacciarla per tale.


A Riccardo Scarian abbiamo voluto fare alcune domande per capirne di più sulla "filosofia" dell'apritore e sulle fasi di cui si compone un progetto-via. Cercando di non dimenticarci mai che il nostro è (solo) un grande e bellissimo gioco...
Ecco dunque il punto di vista di Sky falesista, garista, alpinista, boulderista; insomma, di uno che ama arrampicare in tutte le occasioni e su tutti i terreni...


CANI MORTI, 8A OBBLIGATORIO
di Riccardo "Sky" Scarian

"Non basta pensare bisogna crederci! Poi ci vuole una bella linea, che ti acchiappi veramente e, non meno, una gran dose di fortuna, sperare che la natura sia stata generosa, ma non troppo, diciamo al punto giusto. Ecco, questi sono gli ingredienti fondamentali per un obbligatorio DOC. Arrampicare in montagna e in apertura sugli spits, non è cosi banale come qualcuno crede e dice... specie quando lo spit te lo trovi un bel po’ sotto i piedi.
Poi, da sottolineare, quando sei in apertura anche se solo da spit a spit sei veramente a vista, a vista con le palle, quella vera. Sì perché non ci sono le frecce sugli appigli, tanto meno i rinvii in loco, e neppure appigli e appoggi sai se tengono o se ti restano in mano. Poi per decifrare la sequenza magica che ti permette di salire ci vogliono intuito e pazienza ma soprattutto livello (credo non basti fare l’8a in falesia) perché ad ogni tentativo fallito ti fai un bel giro in giostra, e vieni inevitabilmente risucchiato dal vuoto e non sono mai meno di dieci metri, e quando hai fatto un certo numero di voli, beh, ti senti un po’ stanchino sia fisicamente ma soprattutto mentalmente. Sì, perché le tue energie nervose te le sei giocate, e allora sì che devi credere fino in fondo a ciò che stai facendo.
Insomma, io credo che tirare dell’8a obbligatorio, o oltre, in questo stile non sia per niente banale, anche se ci sono gli spits che permettono di non mettere a repentaglio la vita. Sicuramente si può fare ancora di più, farlo in stile tradizionale sarebbe un ulteriore passo avanti ma solo se fatto correttamente, intendo dire con quest’etica di pura e grande arrampicata libera. Forse un giorno qualcuno riuscirà."

Riccardo, cosa ti spinge a cercare nuove linee in parete?
Già da parecchi anni covavo quest'aspirazione dentro di me, ma mai come quest'anno l'ho sentita così forte, forse per i risultati non molto stimolanti nelle competizioni, o forse per il semplice motivo che mi piace l'arrampicata a 360°, dal bouldering alla falesia, dalle gare alla montagna. Inoltre, già da un paio d'anni era nell'aria di andare a fare Silbergeier con il Mago, ma per un motivo o per un altro ancora non ci siamo ancora andati… Quest'anno pareva essere la volta buona ma la meteo non era favorevole, per il troppo caldo. Così in estate siamo andati a fare le due vie di Rolando Larcher sui Campanili di Lastei. E' lì che è scattata la molla: subito ci ha colpito la linea magica che cavalca la colata nera, dalla base alla cima del Campanile basso di Lastei. E, dopo l'ennesimo rinvio di Silbergeier, il Mago ha proposto il cambio di programma, da me subito accettato.

Almeno tre qualità-caratteristiche che cerchi in una via nuova.
Sicuramente mi deve prendere la linea, perché è quella che ti dà lo stimolo e il feeling giusto per investire tutto su un progetto; poi la qualità della roccia che, se è bella e sana, rende il tutto più piacevole e più semplice; infine deve offrire la possibilità di trovare difficoltà stimolanti per andare al limite e oltre le proprie capacità.

Cosa significa "aumentare" il grado obbligatorio? Si decide anche in base alla distanza dell'ultimo spit?
Beh, credo sia cercare di andar oltre il grado obbligatorio attualmente salito dagli altri, spingerlo più in là. Ma, per me, non è fondamentale cercare di battere il record del mondo - come già qualcuno ha insinuato - l'importante è riuscire a spingersi al proprio limite, divertendosi pure. Non necessariamente è la distanza dello spit che fa l'obbligatorio, ma sicuramente ci vuole una distanza minima per fare una sequenza completa, nel senso che se uno può passare da spit a spit in A0… il passaggio non è "obbligatorio". Comunque, anche se qualcuno può non essere d'accordo, l'aria sotto i "marones" fa grado!

La cosa più impegnativa in apertura?
Penso sia osare, andare oltre le proprie capacita fisiche ma soprattutto mentali. Essere in apertura significa non sapere quello che ti aspetta il prossimo metro, o i prossimi dieci metri, e quindi, se sei al tuo limite e puoi mettere una protezione, non sai se spingendoti oltre avrai un'altra opportunità, oppure se dovrai prendere il volo Londra-New York che ti riporta alla base...

Quando un progetto di "nuova via" è concluso? E quali sono le "fasi" del progetto?
Le fasi di un progetto sono due: la prima è l'apertura della via con etica dal basso senza ricognizioni, e in pura arrampicata libera, senza l'ausilio di mezzi artificiali per la progressione, con unica eccezione per i cliff da usare esclusivamente per il posizionamento della protezione. Poi la seconda fase, a mio avviso la più importante, è la rotpunkt della via, cioè salire tutti i tiri in libera e in progressione dal primo all'ultimo, senza mai cadere. A questo punto il progetto può considerarsi concluso.

Il "metro" per "gradare" in parete. Ovvero: l'8a in falesia è lo stesso dell'8a in parete?
Il metro usato per gradare una via in parete per quanto mi riguarda è lo stesso usato in falesia. Inoltre, alla difficoltà pura, vanno aggiunti alcuni fattori che alla fine possono classificare la via più o meno impegnativa, tipo la distanza delle protezioni, la loro tenuta, l'esposizione della via, e anche l'avvicinamento alla parete.

Gare, falesia e montagna convivono nella tua esperienza... Ci spieghi cosa ti danno, e come si differenziano
Come ho già detto, traggo emozioni e stimolo da tutta l'arrampicata e mi piace cercare di spingermi al massimo su tutte le specialità. Sicuramente non è cosa facile, specie con le competizioni che impongono scadenze e programmazioni molto rigide. Tra gare, falesia e boulder le differenze sono solo di ordine di programmazione dell'allenamento. Sicuramente, oggi è sempre più difficile raggiungere il livello più alto in tutte le discipline, perché la preparazione necessaria si sta facendo sempre più specifica in ogni singola specialità. Per quanto riguarda la montagna, e specialmente in apertura, entra in gioco la componente mentale che, credo, o si ha oppure no. In ogni caso ci vogliono molta passione, grande elasticità nell'adattamento, e forse anche un po' di… madre natura non guasta!

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