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Marzio Nardi, Cristian Brenna e il Caporal
Photo by Andrea Gallo
Marzio Nardi, Cristian Brenna e il Caporal
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Marzio Nardi, Cristian Brenna e il Caporal
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Marzio Nardi, Cristian Brenna e il Caporal
Photo by Andrea Gallo

Free Itaca nel Sole, Valle dell'Orco

20.05.2003 di Planetmountain

Cristian Brenna e Marzio Nardi in Valle dell'Orco sulla storica Itaca al Caporal. Per Brenna è la prima libera integrale. Le foto e il racconto di Andrea Gallo, il video di Nardi e il punto di vista di Brenna.

testo di Andrea Gallo. Itaca nel Sole, un nome che sembra creato apposta per una via speciale, una via sulla quale si può leggere tutto quello che é accaduto nel mondo dell’arrampicata durante i suoi quasi 30 anni di vita.

E’ il 1975, giugno, la Valle dell’Orco é la California di un gruppo di alpinisti-arrampicatori che sconvolgeranno con le loro idee innovative il mondo bacchettone dell’alpinismo torinese. Gian Carlo Grassi, Danilo Galante, Gian Piero Motti e compagni salgono su rocce sino allora irrilevanti disegnando vie senza il sogno di nessuna vetta o impresa, si arrampica e basta, per il solo piacere di farlo, senza eroismi e retorica. Nascono il Sole Nascente, La via della Rivoluzione, Il diedro Nanchez, Il Lungo Cammino dei Comanches, ed appunto Itaca nel Sole, per mano di Motti e Morello, una linea bellissima, soprattutto per il superamento, allora in artificiale, delle due lisce lunghezze che nella fantasia dei climber diverranno presto “Lo Specchio”.

Dopo Il Nuovo Mattino, gli anni ’80 sono quelli dei Cento Nuovi Mattini, il libro cult di Alessandro Gogna che svelerà i segreti sino ad allora celati da gruppi sparuti di arrampicatori disseminati sull’arco alpino: grazie alle prime fotografie apparse in Italia, che mostrano arrampicatori (ripresi dall’alto) impegnati su passaggi di VII grado e oltre, nasce il mito della Val di Mello, di Finale e appunto della Valle dell’Orco.

Sul Caporal, la struttura più imponente, Itaca si impone subito come la classica, ma nella ricerca di free climbing di allora i lisci muri dello Specchio, troppo lisci, perdono interesse e la via viene percorsa in combinazione con i tiri superiori dei Tempi Moderni.
Ma l’esplosione del free climbing, destinato presto a divenire arrampicata sportiva, non poteva non lasciare la sua zampata, o meglio lanciare una provocazione.

La Valle dell’Orco, tempio del clean climbing e di un etica che si voleva rigorosa vede il geniale affronto dello svizzero Marco Pedrini che calandosi dall’alto affonda i primi spit su lisce placche inedite, collegandole a pezzi di via già esistenti; é il 1984 e nasce Arrapaho che riprende i tiri alti di Itaca; lo stesso Marco ipotizzò un possibile percorso in libera dello Specchio, almeno nel primo dei due tiri, ma visto che il secondo appariva più che problematico la via integrale perse nuovamente d’interesse.

Intanto i muri di fianco a Itaca vedevano passare nuovi climber e stili: chiodature dal basso col trapano; itinerari di artificiale estremo, vie miste, vie tradizionali, sino ad arrivare alle ultime due-tre stagioni, quando la valle é entrata nel cuore di alcuni giovani climber che hanno iniziato a vedere nelle vecchie linee artificiali delle splendide challenge di arrampicata libera.

Mangas Coloradas e La via della Rivoluzione vengono così liberate nel giugno 2002 da Massimo Farina, mentre ad inizio autunno Rolando Larcher si porta a casa la corteggiata prima free di Colpo al Cuore, ma incredibilmente I muri dello Specchio, il settore più affascinante della parete, sembrano non attrarre i climber sino al maggio di quest’anno, quando si forma la strana coppia: Marzio Nardi e Cristian Brenna, blocchista uno, garista e falesista l’altro.

E di un blocchista c’era proprio bisogno per risolvere gli ultimi due tre metri del primo tiro dello Specchio: quando il fessurino - che per tutta la lunghezza magicamente permette di procedere - si chiude, lasciando il climber a bocca asciutta con il terrazzone che già si può vedere ma non afferrare. Allora ecco un lancione dove ti devi caricare come una molla, stringere il fessurino e proiettarti come un missile umano quasi a due mani. E' proprio uno di quei lanci da fare rasoterra, col crash pad pronto ad accoglierti, ed invece qui niente crash pad, ma una fila di chiodini e spit più o meno buoni con alcuni simpatici run out, lasciati in eredità dal mitico Pedro. E questo era il tiro di 8a, risolto sia da Cristian che da Marzio.

Sul secondo per ora é passato solo Cristian, il muro si drizza ancora ed il fessurino bisogna strizzarlo dall’inizio alla fine, con i piedi che proprio non ne vogliono sapere di stare sui quarzetti laterali. Secondo Cristian è un buon 8b, interamente protetto da una fila di chiodi normali all’apparenza sicuri… Ma si sa, l’apparenza a volte inganna.


testo di Cristian Brenna. Itaca Nel sole, è stata salita nel Giugno del 75 da Gian Piero Motti e Guido Morello, dalla cengia a metà parete, partiva la famosa lunghezza dello specchio, e poi continuava con un altro tiro che segue una fessura. Queste due lunghezze non erano ancora state salite in libera. Sullo Specchio c’erano stati dei tentativi negli anni ottanta da parte di Marco Pedrini prima, e di Beppe Dallona, Manolo e Roberto Bassi dopo. Il tiro era stato valutato 7b/A0, mentre per quanto riguarda la lunghezza successiva non sembra che nessuno l’abbia mai provata in libera.

All’inizio di Aprile Marzio mi propone di andare a fare un giro sulla via, un po’ per curiosità, perché lo Specchio visto da terra e ha una linea incredibile, e un po’ per cercare nuovi terreni di gioco, cosi ci ritroviamo alla base della parete con una quantità di materiale inutile, visto che nessuno dei due ha una grande esperienza nel scegliere le protezioni.

Il primo giorno lo abbiamo dedicato alla lunghezza dello specchio, abbiamo controllato le protezioni, ottime, visto che sul tiro ci sono anche tre spit, e lo abbiamo ripulito dai licheni, anche se non era sporchissimo.

Il secondo giorno ci siamo concentrati sul tiro successivo, che a differenza del precedente era veramente in pessimo stato, ci sono volute più di tre ore di spazzola per pulire tutta la fessura e il metro a sinistra e a destra per gli appoggi, purtroppo però le due “volpi” avevano dimenticato il martello a casa cosi da non poter controllare le protezioni. Protezioni che sono state sistemate il terzo giorno, dopo essere riuscito a liberare al secondo tentativo lo specchio.

Martedì tredici Maggio riuscivo a salire entrambe le lunghezze in libera, ma mentre lo Specchio lo salivo al primo tentativo, il tiro successivo riuscivo a concatenarlo solo al secondo giro. Marzio purtroppo saliva in libera solo lo Specchio, a dovrà rimandare la riuscita alla prossima volta. Questo per quanto riguarda la cronaca.

Il tiro dello Specchio comincia con una fessura difficile da incastro di dita, questa sezione è lunga un sei metri, da qui continua meno sostenuta fino sotto ad un tettino dove c’è un buon riposo prima degli ultimi sei/sette metri. Quest’ultimo tratto è una fessura che diventa sempre più stretta fino a diventare toppa, qui c’è l’ultimo boulder, che consiste in un lungo lancio di destro al bordo del muro, mentre nella mano sinistra si ha una piccola tacca per tre dita, pensiamo che questo passaggio sia intorno al 7A blocco. Trenta metri veramente entusiasmanti che valutiamo 8A.
Il tiro successivo è lungo una ventina di metri, la parte più difficile sono i primi quindici, dove si può veramente cadere da un momento all’altro, si è sempre fuori equilibrio, e gli appigli non superano mai la prima falange. Una lunghezza veramente sostenuta che penso sia valutabile 8B.

Per un rispetto verso i primi salitori non abbiamo aggiunto ne spit ne chiodi in tutte e due le lunghezze, e abbiamo lasciato anche la chiodatura originale, a scapito di un appiglio situato al quarto chiodo della lunghezza sopra lo specchio. Sullo specchi tutte le protezioni sono ottime tranne un chiodo nella traversa sotto il tettino, comunque in un tratto abbastanza facile. Per quanto riguarda il tiro successivo bisogna assolutamente non cadere prima di moschettonare il terzo chiodo perché si arriva quasi sicuramente sulla cengia, e cercare di non cadere sul quarto e sul settimo chiodo, che non sono proprio affidabili, anche se mi è capitato di cadere sul quarto e ha tenuto. La sosta sulla placca è su un chido solo, quindi portarsi da integrare.

E’ difficile raccontare le emozioni che ci hanno accompagnato in questa nuova avventura per noi, dall’inizio fino alla riuscita, comunque come sempre sono “good vibrations”, che solo l’arrampicata sa dare. Alla prossima…


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