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Samuele Scalet
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La parete sud est del Sass Maor (Pale di San Martino, Dolomiti) con le sue vie. In rosso la via Solleder. Con il n 3 la via Biasin (ED, 650m) aperta l'1,2,3 agosto 1964 da Giancarlo Biasin e Samuele Scalet.
Photo by arch. Samuele Scalet
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Per Sam Samuele Scalet, un ringraziamento e un ricordo

10.11.2010 di Planetmountain

Riceviamo e volentieri pubblichiamo la lettera di ringraziamento e ricordo delle figlie e della moglie di Samuele Scalet, grande uomo, alpinista e matematico.

Da sempre gli alpinisti dedicano le loro vie in ricordo dei compagni che non ci sono più. Così è stato anche per la nuova via aperta da Rolando Larcher e Lino Celva sulla parte di Sardagna. Quel “Ne veden” (Ci vediamo), che dà il nome all'itinerario, è rivolto infatti agli amici Renzo Zambaldi, Samuele Scalet e Fabio Giacomelli. A volte però il senso di queste dediche può sembrare una “prassi scontata”. Un'usanza che cade un po' nel vuoto e di cui non si percepisce appieno il valore. Anche per questo ci fa piacere pubblicare la bella lettera che ci hanno inviato Clara, Silvia e Giulia, la moglie e le figlie di Samuele Scalet scomparso tra le sue montagne lo scorso gennaio. A noi sembra che ancora una volta riaffermi la potenza e il valore del ricordo e come alcune cose non si possano dimenticare se si vuol vivere il futuro. E' per questo che su questa pagina troverete anche un piccolo racconto che, qualche anno fa, Samuele Scalet ha regalato a tutti sulla sua avventura con Giancarlo Biasin sulla parete sud est del Sass Maor. Erano i primi giorni dell'agosto 1964 e Samuele con Giancarlo portarono a termine una delle vie più importanti delle Pale di San di Martino, e non solo. Poi, in discesa, Giancarlo Biasin perse la vita... e quella via si chiamò per sempre con il suo nome.


GRAZIE PER IL NOSTRO SAM di Clara, Silvia e Giulia Scalet
Cari amici Rolando e Lino,
abbiamo provato un sentimento di orgoglio per il nostro Sam e un sentimento di riconoscenza per voi, che con affetto gli avete dedicato questa via insieme ai compagni Renzo e Fabio. Ci ha scaldato il cuore leggere e sentire la stima che avete per lui, l'alpinista forte e creativo, l'amico entusiasta e generoso, lo studioso attento e impegnato nei confronti di tutto ciò che la natura ha da offrire nelle sue diverse espressioni, anche quelle insite in discipline per lui così affascinanti come la matematica, la filosofia e la musica.
Una volta disse che “tutto ciò che vivi e fai “risuona” da qualche parte nell’universo” e lo disse parafrasando una legge matematica che un giorno aveva tentato di spiegare anche a noi “comuni mortali”. La matematica era un linguaggio trasversale per lui, così come l’andare in montagna una sua degna espressione fisica.
Per noi ragazze era il “Grande Capo”, esploratore non solo quando andava in montagna, era desiderio di conoscenza allo stato puro, era studio e dedizione, era colui che aveva l’onere e l’onore di essere a contatto con il “Grande Spirito”, grazie anche al dono per la matematica, e non solo per le altezze che raggiungeva nelle scalate. Il vivere l'avventura che gli procurava la scoperta di luoghi , "vie" e risultati nuovi, lo riempiva di una gioia e di una soddisfazione tali che cercava sempre di trasmettere anche agli altri.
Così, ad esempio, fece partecipi tutti dei suoi studi sui numeri primi. Era felice di condividere, anche se sapeva perfettamente che aveva a che fare con tutto tranne che con dei matematici. Probabilmente non sapremo mai a che livello sono arrivati i suoi risultati nel campo dei numeri.
Noi è così e in cento altri modi che lo ricordiamo e amiamo, ringraziandolo sempre per i valori che ci ha trasmesso.
Ti diciamo anche noi “ne veden”, caro Sam, nello spazio del “Grande Spirito”, al quale hai avuto accesso proprio come i grandi capi indiani, ritirandoti nel tuo elemento; d’altra parte sei sempre stato un uomo fuori dal comune.
Grazie cari amici di continuare a condividere tutto questo insieme a noi!
Clara, Silvia e Giulia.


SULLA SUD EST DEL SASS MAOR CON GIANCARLO BIASIN di Samuele Scalet
Arrivati al punto raggiunto nel ’61 chiesi a Giancarlo “Chi va avanti?” per saggiare le intenzioni. Per motivi diversi non ne avevamo parlato, ma ora si doveva prendere una decisione. Eravamo in un punto con una esposizione da brivido, l’unico punto con la roccia friabile. Mi guardò e sorrise. “Non ho mai fatto una via così … e poi ho promesso a Egidia che non sarei andato avanti…”. “Questa via è tua perché è una vita che ci pensi”. “Oggi è la prima volta che vado da secondo”. Non mi aspettavo una disponibilità così netta e gli espressi tutta la mia gratitudine. Poi ci calammo nel ruolo fantastico di quelli che vanno alla ricerca dei passaggi migliori fra strapiombi e placche compatte e verticali.
Nella nicchia sul bordo destro del diedro preparammo il primo bivacco. Parlammo del diedro di oggi, delle placche di domani e di settembre quando si sarebbe sposato con Egidia. Non avevo mai fatto un bivacco in un posto simile. Mentre osservavo le luci nella valle, Giancarlo continuava a sgranocchiare, poi regolò la sveglietta da polso e mi diede la buona notte. In pochi istanti lo seguii anche se mi ero proposto di ricercare le poche stelle che conosco, ma lo stellato era così fitto che disorientava. Cercai una posizione comoda e mi misi in viaggio. Mi svegliai improvvisamente all’alba quando l’orizzonte orientale cominciava a colorarsi rosso fuoco. La debole luce che emanava, creava con le rocce gialle e grigie un paesaggio irreale. Chiamai Giancarlo e continuammo ad ammirare in silenzio. Una splendida giornata ci attendeva e un istante dopo eravamo appesi ad una magnifica clessidra 100 metri più in alto, in un mare di placche verticali che sparivano vertiginose nel buio sotto di noi, tutti due dentro l’amaca di Giancarlo. Ero più stanco della sera prima e mi addormentai subito. Mi persi l’alba perché mi svegliai alle sette. Nel primo pomeriggio arrivammo all’inizio del liscio finale. “Che si fa?” commentò Giancarlo. “Qui non si passa” replicai. “A meno che…”. “Li hai portati?”. “Ci sono, ci sono”. “Magnifico! Sarebbe folle scendere da qui”. “Fai attenzione che non ti cadano”. Estrassi con cautela il punteruolo e cominciai a fare un minuscolo buchetto nella solida dolomia. “È un peccato”. “Non preoccuparti, Sam; la via è bella anche con qualche buchetto; tranquillo!”
In vetta ci abbracciammo. Ma non ero così felice come mi sarei aspettato perché l’avventura tanto sognata era già alle spalle. La parte bella di un’avventura di solito è viverla e non ricordarla. Cominciammo a scendere. Non sapevo che quella vera stava per cominciare e sarebbe stato meglio non viverla.
Testimonianza raccolta da Vinicio Stefanello e pubblicata su ALP - Grandi Montagne n° 221 del marzo-aprile 2004

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