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Nicola Tondini sul Passaggio Messner al Pilastro di Mezzo del Sass dla Crusc
Photo by Paola Finali
Una veduta del Pilastro di Mezzo sul Sass dla Crusc
Photo by Planetmountain.com
16/07/1978: un momento della prima ripetizione della via Messner al Pilastro di Mezzo del Sass dla Crusc da parte di Heinz Mariacher, Luisa Iovane, Luggi Rieser
Photo by arch. H. Mariacher
16/07/1978: un momento della prima ripetizione della via Messner al PIlastro di Mezzo del Sass dla Crusc da parte di Heinz Mariacher, Luisa Iovane, Luggi Rieser
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Il passaggio Messner sul Sass dla Crusc

07.11.2010 di Vinicio Stefanello

Il famoso passaggio di Reinhold Messner sul Pilastro di Mezzo del Sass dla Crusc visto da Heinz Mariacher, più la storia e un video e un reportage sul campo di Nicola Tondini.

In questo nostro tempo che si consuma prima ancora di essere vissuto, tutto sembra dissolversi senza lasciare traccia. Senza portare con sé alcuna memoria del passato. Così è anche nell'alpinismo. Solo a volte affiorano in superficie vecchie storie. Anzi spizzichi di vecchie leggende che si sono “salvate”. Una di queste è quella che narra del famoso “passaggio Messner” sul Pilastro di Mezzo del Sass dla Crusc. Quel passaggio “impossibile” che, dopo 42 anni, fa ancora discutere sui forum web, e non solo. E' per questo che Nicola Tondini - nel preludio della libera di Menhir, sua ultima via proprio sul Sass dla Crusc - ha voluto fare una “indagine” sul campo, filmando e “sezionando” quei 4 metri lisci e verticali. Gli stessi 4 metri su cui abbiamo chiesto di dire la sua anche ad Heinz Mariacher, uno dei climber che ha segnato l'evoluzione dell'arrampicata nelle Dolomiti nonché autore della prima ripetizione e della prima libera della via Messner al Sass dla Crusc.

Prima però di lasciarvi al pensiero di Mariacher e all'analisi di Tondini, vorremmo raccontare l'altra parte della storia. Quella che s'è scritta dopo l'apertura della grande via dei fratelli Günther e Reinhold Messner sul Sass dla Crusc. E' un completamento necessario, non solo perché dà la grandezza di ciò che ha fatto Messner, ma soprattutto perché aiuta a capire l'evoluzione e anche il contorno in cui questa storia si colloca. Prima di tutto bisogna sapere che quella via non ebbe da subito il successo e il riconoscimento che meritava. Nel 1968, anno dell'apertura, il Sass dla Crusc non era certo sotto i riflettori come potevano esserlo, per esempio, la Sud della Marmolada, la nord-ovest del Civetta o la nord del Sassolungo. Quindi quegli incredibili 4 metri saliti in libera da Reinhold Messner (si parla ora di VIII) non fecero grande rumore. Come del resto non fu valutata appieno la grandezza e bellezza, davvero eccezionali, di tutta la via. Ci volle tempo per capirlo. Anche in questo caso, infatti, il successo fu decretato dagli... insuccessi dei tanti, i più forti, che in seguito tentarono di ripeterla. Sì, perché non c'era verso, passavano gli anni ma nessuno riusciva a salirla. Tanto che era diventata un vero mistero, più sussurrato che sbandierato visto che, si sa, ai propri insuccessi è difficile fare pubblicità. Poi, dopo 10 anni, qualcosa successe davvero. E, come sempre, non fu un caso. Il tempo era semplicemente maturo: era l'epoca in cui un ristretto numero di giovani e semi sconosciuti alpinisti si era incamminato per una nuova strada, quella che passava non solo per la libera ma anche per l'uso minimo di protezioni. Si potrebbe dire che cercavano di far meglio, di portare avanti in maniera originale un discorso già iniziato da chi li aveva preceduti...

Fu così che il 16 luglio 1978 alla base della via “impossibile”, arrivò il 24enne, e allora sconosciuto ai più, Heinz Mariacher - appunto uno di quegli esploratori dello “stil novo” dell'arrampicata. Con lui c'erano la fortissima 19enne Luisa Iovane (sua compagna di sempre) e l'imprevedibile Luggi Rieser (oggi Swami Prem Darshano). Va detto che a parlare della Messner ad Heinz era stato Almo Giambisi, che all'epoca, nel suo Rifugio Pordoi, ospitava molti di quei giovani e “strani” alpinisti – anzi si potrebbe dire che quella del Pordoi era una sorta di comunità di “prima accoglienza”. Comunque sia, i tre attaccarono la via per niente intimoriti dalla selva di cordini che segnavano le ritirate di chi li aveva preceduti. Passato il tiro con la calata con la corda, arriva il tiro con i famosi 4 metri “impossibili”. E, proprio sotto al nostro “muro”, Heinz - che aveva letto attentamente la descrizione di Messner - non si trova più. Non gli è chiaro soprattutto il passo dove, descrivendo il suo passaggio, Messner dice che si trovava in una posizione da cui non poteva più scendere. Così, convinto di ripetere la strada originale, opta per la soluzione che gli sembra più logica, quella della via di “minor resistenza”. Quindi: traversa per circa 12 metri a destra, sale dritto per altri 4 e poi ri-traversa a sinistra per riprendere la fessura che sta sopra al muro di 4 metri del “passaggio Messner”. Da lì i 3 vanno in cima, convinti di aver effettuato la prima ripetizione della via del mistero. E' solo dopo, parlando con Reinhold Messner, che Mariacher capisce di aver aperto una variante. Appunto quella che prende il suo nome e che sarà la più seguita dai futuri ripetitori. Ma non è ancora finita. L'anno dopo, nel 1979, Mariacher con Luisa Iovane ritorna al Sass dla Crusc e fa la Messner tutta in libera. E' la prima libera integrale, visto che non si cala con la corda, ma scala in libera anche sul tratto in discesa, con difficoltà di VIII-, che porta al tiro chiave. Poi, sul muretto del famoso passaggio, sale 2 metri a sinistra di quello che ormai tutti considerano il passaggio originale, superando difficoltà di VIII-. E' la prima rotpunkt della via! Una curiosità: nello stesso momento accanto a Luisa ed Heinz, i fortissimi tirolesi Reinhard Schiestl e Luggi Rieser liberano la loro Mefisto (VIII-)... segno, appunto, che i tempi erano davvero maturi!

Tutto il nostro racconto per dire che il “passaggio impossibile” di Messner fa parte di una grande storia. Quella eccezionale di Reinhold Messner e quella tutta intera dell'alpinismo. Perché non è soffermandosi solo sui passaggi (e sui relativi gradi) che si può comprende il tutto. E non è neanche avere la sicurezza matematica che Messner sia passato proprio da quei famosi appigli. Ricordiamoci, infatti, che di passaggi famosi e “impossibili” ce ne sono anche altri. Come quello, incredibile, sempre di VIII- e di cui stranamente nessuno parla, fatto da Raffaele Carlesso sulla Torre Trieste nel 1934. Carlesso ha sempre detto di averlo salito in libera e a piedi scalzi... (a proposito la prima ripetizione in libera è stata fatta da Manolo, non a caso nel 1979). Oppure quello di VII superato in solitaria da Domenico Bellenzier nel 1964 sulla Torre Alleghe, in Civetta. E si potrebbe continuare... Ma, appunto, facendo così non scopriremo mai cosa sta davvero dietro a tutto questo: le idee e quel bisogno di visioni nuove, di ignoto e di superarsi che sono la dannazione, il motore e la bellezza stessa dell'alpinismo e degli alpinisti.


PILASTRO DI MEZZO DEL SASS DLA CRUSC SECONDO HEINZ MARIACHER
Nella letteratura alpina il Pilastro di Mezzo viene spesso ridotto solo ai famosi, molte volte citati, quattro metri. Quasi nessuno ha mai sprecato una parola per il resto della via. Per me il Pilastro di Mezzo è una linea fantastica nel suo insieme, nel quale si supera anche la placca di quattro metri. Anche oggigiorno si potrebbe essere orgogliosi per una via nuova di questo genere.
Il tema “Pilastro di Mezzo” è ancora una volta un’ottima occasione per ricordare che l’uso dei chiodi a pressione non è sempre stata una cosa ovvia. Io credo che solo pochissimi dei giovani arrampicatori abbia sentito parlare degli scritti polemici di Reinhold Messner su “l’assassinio dell’impossibile” contro i chiodi a pressione, questo perché manca il legame con la storia alpina, perché i giovani si sono orientati più volentieri verso nuovi modelli e direzioni. Una cultura alpina che, ad un certo punto, è rimasta bloccata nella neve degli Ottomila e si è intristita nella cura dei monumenti.
Ai tempi di Messner, e anche nei nostri alla fine degli anni settanta, c’era ancora un codice d’onore, le limitazioni che ci imponevamo volontariamente erano assolutamente in primo piano, davano il sapore al nostro gioco. Perché era bello sognare una linea che forse era possibile o forse anche non lo era. Per me il Pilastro di Mezzo simboleggia un punto massimo dell’arrampicata nelle Alpi, di uno sviluppo che si è svolto nelle Alpi, che non è stato importato dall’Inghillterra o dall’America. L’idea della rinuncia ai chiodi a pressione nelle pareti alpine si sarebbe meritata di continuare a vivere –non necessariamente come l’unica verità, ma come stile particolare. Da parte mia, e per me stesso, avevo deciso che avrei considerato certe pareti come “zona libera” da chiodi a pressione, tra le altre il Sasso della Croce e la sud della Marmolada.
Ma torniamo indietro alla “Placca di Messner”: nel corso degli anni ho superato in quattro punti diversi la paretina di quattro metri. Penso però che il passaggio in sé sia meno importante della situazione affrontata dal primo salitore sotto il passaggio, della sfida mentale, come l'ha rappresentata così precisamente Messner nel suo libro “Ritorno ai monti”. Penso che oggigiorno solo una piccola minoranza sia in grado di immedesimarsi in quella situazione, ed è una vergogna che oggi si trovino chiodi a pressione sul Pilastro di Mezzo!
Vorrei ancora mettere in chiaro una cosa: durante la prima ripetizione ho cercato la via di salita più logica, il che significa la linea di minor resistenza, e non ho cercato una variante per aggirare il passaggio come scrive Rabanser nel suo libro. Il fatto che, poco tempo dopo la ripetizione, io abbia chiesto a Reinhold perché non avesse indicato nella descrizione quella traversata, mostra che io ero convinto di aver ripetuto la via originale
Heinz Mariacher


INDAGINE SUL SASS DLA CRUSC – PILASTRO DI MEZZO di Nicola Tondini
Il pilastro di mezzo al Sass dla Crusc è da anni legato al nome dei fratelli Messner. Era il 6 e 7 Luglio del 1968, quando Reinhold e Gunther Messner affrontarono le liscie placconate di questo pilasto alto 200m immerso nella grande bastionata del Sass dla Crusc. Per chi ha ripetuto le vie che Reinhold ha aperto in Dolomiti, sa dell’attrazione che il forte arrampicatore aveva per le placche. Pur disponendo solo di chiodi e indossando robusti scarponi rigidi, Messner spesso si è lanciato alla ricerca della sequenza di appigli che gli avrebbero permesso di avere ragione di quei muri compatti di calcare grigio: la parete Nord della Seconda torre del Sella, la Parete Nord del Sass da Putia, la parete Nord della cima del Velo della Madonna, la parete sud della Marmolada, le placche d’aderenza del Sasso delle Nove e appunto il Sass dla Crusc furono alcuni dei suoi terreni di gioco e testimonianza del suo grande intuito. Vie queste, che ancora oggi mettono timore: i lunghi tratti sprotetti e la capacità necessaria nel saper leggere le placche frenano molti alpinisti a cimentarsi con le vie dell’alpinista Altotesino.
Sul pilastro di mezzo del Sass dla Crusc, Reinhold Messner con il fratello Gunther compì il capolavoro. Già nei primi tiri i due fratelli dovettero cercare a fatica una linea di passaggio. Furono costretti, infatti, ad un lunghissimo traverso con un pendolo per passare una zona estremamente liscia. Poi ecco al quarto tiro quel muretto di 4 metri appena sopra una piccola cengetta. Gli appigli si intuivano, ma erano decisamente piccoli. Messner starà quasi un’ora a provare e pensare come passare. Poi tenterà il tutto per tutto, riuscendo. Sarà il primo grado VIII° della storia, percorso in libera.
Con gli anni cresce sempre più la fama di quel passaggio. Qualcuno leggendo sui forum in internet pare abbia trovato altri punti deboli, oltre alla variante Mariacher, dove salire. Sta di fatto che il passaggio originale continua tutt’oggi a mettere in crisi. Io stesso ho letto e sentito vari commenti su quel passaggio: avrà piantato un chiodo, si sarà rotta una scaglia, com’è possibile che lui sia passato e tanti forti rinunciano? E così via. Io l’ho ripetuta la prima volta 18 anni fa e allora ero andato deciso per la variante Mariacher. La curiosità di provare il passaggio Messner è ovviamente tornata fuori, così propongo a Massimo Lucco, mio fortissimo cliente/compagno di andare a metterci le mani per capirne un po' di più. Fissiamo la salita per il 3 Settembre.
I giorni precedenti sento Andrea Tosi e Paola Finali, esperti amici in fotografia e filmati, che ultimamente mi seguono in qualche avventura e propongo loro di documentare il famoso passaggio Messner.
Il 3 Settembre io e Massimo andiamo all’attacco del diedro Mayerl, che percorriamo fino alla cengia mediana. Da qui seguendo la cengia verso sinistra in 10 min. raggiungiamo l’attacco della Messner al Pilastro di Mezzo (nella realtà l’originale raggiunge la cengia direttamente seguendo 300m su un pilastro di roccia estremamente friabile e pericoloso di V° grado). Sono le 10 appena passate. Sento per telefono Andrea, che con Paola, Ingo e Mario hanno raggiunta la cima a piedi. Finché io e Massimo scaliamo sui primi tiri della Messner, loro attrezzano le corde statiche per fare i filmati e le foto. Così quando arrivo al 4° tiro della Messner, Andrea e Paola sono già posizionati. Ho fatto sosta per provare il passaggio Messner, alla fine del traverso del tiro precedente, come indicato nella precisa relazione di Ivo Rabanser. Prima di provare il passaggio della placca Messner dal basso, lo studio con la corda dall’alto. Mi ci vuole un po’ per capire come farlo senza renderlo estremo. Alla fine finalmente riparto dal basso e lo faccio. E’ un bel singolo di VIII° (7a). Gli appigli duri da tenere sono 3. Ma come mai è così difficile da fare a vista? Presto spiegato.
- Come tanti boulder “strani” è difficile da impostare la partenza: viene spontaneo partire con un piede, ma così facendo ci si pianta subito. Partendo con il piedi “sbagliato”, poi tutto torna giusto e il passaggio è fatto, basta avere buone dita e certamente a Messner non mancavano.
- Si è psicologicamente non in una bella situazione:
a) il compagno che fa sicura non ti vede o se si decide di fare sosta prima del passaggio, si rischia un volo diretto sulla sosta stessa;
b) se si cade, facilmente si va a sbattere con i piedi sulla cengietta da dove inizia il passaggio a meno di non lanciarsi decisamente verso il vuoto;
c) la protezione non è distante, ma comunque sotto i piedi
d) si capisce che se si sbaglia il movimento non si riesce a tornare indietro.
e) c’è la via d’uscita: la variante Mariacher.
Concludo dicendo, che Messner ha fatto proprio un capolavoro a superare quel muretto di 4 metri. Per me è passato in libera e non si è rotto nessun appiglio fondamentale. Lui è stato lì un’ora a studiarlo, poi con la determinazione che lo ha sempre contraddistinto è partito col piede giusto, ha tirato con tutta la forza che aveva i 2-3 appigli chiave e ha raggiunto i successivi buoni appigli per andare fuori dalle difficoltà.
Nicola Tondini

VIDEO girato e montato da Andrea Tosi della salita del 'passaggio Messner' da parte di Nicola Tondini, dopo la prova del passaggio con la corda dall'alto.

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