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Simone Moro in vetta al Makalu dopo la prima salita invernale
Photo by arch. Simone Moro
Simone Moro e Denis Urubko
Photo by arch. Simone Moro
La famiglia: Simone, Barbara Zwerger e Jonas
Photo by arch. Simone Moro
Simone Moro a 6450 m sul Beka Brakai Chhok
Photo by Hervé Barmasse

Simone Moro, l'alpinismo, la vita, le paure prima del GII in inverno

01.11.2010 di Vinicio Stefanello

Intervista a Simone Moro a due mesi dalla sua prossima spedizione in cui tenterà la prima salita invernale del Gasherbrum II (Karakorum, Pakistan).

Non è un segreto, la prossima spedizione di Simone Moro sarà al Gasherbrum II. Con Denis Urubko (il fortissimo alpinista kazako, suo compagno di sempre) e con il fotografo e alpinista statunitense Cory Richards, tenterà di portare a termine la prima salita invernale di uno dei 5 Ottomila pakistani, il GII appunto. L'avventura inizierà alla fine del prossimo dicembre. Intanto Simone – che come tutti sanno ha firmato, tra l'altro, la prima in inverno di altre due montagne oltre gli 8000m: lo Shisha Pangma, nel 2005, insieme al polacco Piotr Morawski e il Makula nel 2009 proprio in coppia con Denis Urubko – non è certo inattivo. La scorsa settimana ha pilotato l'elicottero che ha cercato di individuare il corpo di Sherpa Chhewang Nima sul Baruntse. E negli stessi giorni ha superato l'esame della Civil Aviation Academy che lo abilita ufficialmente al volo commerciale in Nepal - primo pilota della Comunità Europea oltre ad altri 4 piloti svizzeri.
Ma, in tutta questa frenetica attività, come attende e prepara Simone la sua nuova avventura? Dopo 43 spedizioni (tante quanti i suoi anni), 11 cime oltre gli Ottomila metri, 6 vette di 7000m... quali sono i suoi pensieri, le sue paure, i suoi progetti? E' quello che abbiamo cercato di capire in quest'intervista...


Simone, a dicembre partirai per il GII quali sono le tue speranze?
Riuscire nella prima invernale della storia su un 8000 pakistano è certamente una speranza, un progetto maturato alla luce di 10 spedizioni invernali già realizzate (su 43 totali) ed alcuni esaltanti risultati conseguiti. Non c’è la caccia al record in questa scelta anche perché ci sono molti più facili modi per portare a casa uno dei tanti “primati.” La mia invernale è invece una scelta basata sulla voglia semplice di gustare l’alpinismo autentico, spoglio, remoto, solitario, complicato, scomodo ed esplorativo che è tipico della stagione fredda e dei giorni più corti dell’anno. So benissimo che queste sono scelte poco convenienti per chi volesse o dovesse portare a casa il successo, ma seppur sia un uomo “super sponsorizzato” ho sempre avuto la capacità ed il privilegio di non farmi confezionare i risultati e le regole del gioco.

Il team del tuo prossimo GII in inverno...
Il team è quello di due amici, Denis ed io, a cui ho voluto aggiungere una terza persona, Cory Richards, in qualità di fotografo e terzo alpinista. Con Denis ormai ci sono più di undici anni di amicizia vera, di esperienze vissute in modo intenso e puro. Siamo due fratelli prima ancora che coppia alpinistica. Dunque riproporre la nostra cordata è stato naturale visti questi presupposti. Cory non penso avrà problemi di adattamento. Lo conosco da un paio di anni ed ero con Denis quando lo incontrai la prima volta. Era con Ines Paper all’invernale del Kwangde alla fine del 2008. Ora lui è un atleta sponsorizzato da The North Face ed è un bravo fotografo ed alpinista e tutto questo ha facilitato la nostra frequentazione e questo invito al Gasherbrum II. Cory era pure venuto al campo base dell’Everest ad inizio maggio, ci eravamo incontrati e parlati, ed ha pure salito il Lhotse con Tamara Lunger nonostante la stagione fosse quasi finita e lui poco acclimatato.

Ne stanno succedendo di tutti i colori (i più brutti) in Himalaya... le tue paure…
Le paure sono sempre le solite preziose e bistrattate armi che spesso salvano la pelle e non solo.. Chi in alpinismo si sente di spaccare il mondo e fa il temerario, finisce di sicuro con lo spaccarsi l’osso del collo a tempo record. Le disgrazie e le fatalità sono sempre dietro l’angolo e non hanno mai guardato in faccia a nessuno. Quando capitano, coinvolgono i protagonisti di quel giorno, i quel momento, in quel luogo e molti di costoro erano bravi, preparati, coscienziosi. Se in più ci si mette pure d’impegno ad aumentare il quoziente di rischio senza guardare a che ora si arriva in cima, a chi si delegano compiti chiave di una scalata, alla velocità che si riesce a tenere, ai seracchi sopra la testa, alle nevicate copiose o quelle annunciate, è chiaro che ci si appende troppo alla gonna della fortuna che notoriamente mal sopporta i recidivi.

Dunque cosa significa la paura per te?
Significa essere veramente liberi di rinunciare, di dire basta, di dichiarare il pericolo, la paura di crepare quando dopo aver aspettato tanto o avercela messa tutta si capisce (e lo si capisce e fiuta molto spesso) che bisogna ripiegare e tornarsene a casa perché nell’aria si sente uno strano odore…. A nessuno fa piacere perdere, fallire, ma troppi alpinisti sono schiavi dei commenti altrui. Troppi si sentono in gara anche se non ho mai capito con chi e per quale motivo. Questa non vuole essere la spiegazione certa ed assoluta che intende spiegare perché sono capitate tante tragedie. Chi scrive potrebbe essere il prossimo… Dico solo che spero di farmela sotto tutte le volte che questo mi permette di girare i tacchi e che si fottano tutto e tutti prima che il fottuto sia io.

Perché il GII?
Il Gasherbrum 2 è stato scelto proprio per non fare gare. Quest’anno ci saranno 4 spedizioni alpinistiche invernali a quatto diversi ottomila del Pakistan. Io avrei voluto andare al Broad Peak, per tentare di chiudere il cerchio ed arrivare in cima dopo che nel 2008 mi ero fermato a 200 metri dalla cima nonostante bel tempo e forma fisica. L’orologio però mi diceva che era troppo tardi che ciò che mi aspettava sarebbe stata la vetta e la probabile morte o gravi congelamenti. Risultato ho girato a 7840 metri. L’anno successivo sono andati i polacchi ed io ho lasciato giustamente a loro la possibilità di tentare ed io me ne sono andato al Makalu con Denis ed è arrivata la prima salita dopo 29 anni di tentativi. Quest’anno pensavo di poter riproporre i Broad ma ci sono ancora gli amici polacchi e dunque evito l’assalto di gruppo ed ho scelto il Gasherbrum 2 che tra l’altro non ha nessuna storia invernale essendo privo di qualsiasi tentativo in quella stagione. Al Gasherbrum 1 ci sarà una spedizione internazionale (1 tedesco, 1 Canadese, 1 Spagnolo ed un cameraman Polacco). Al Nanga Parbat infine ci sarà un altro gruppo polacco. Resterebbe libero anche il K2 che ho pianificato per il 2012 anche se temo che non sarò solo e dunque non so alla fine che decisione prenderò....

Le tue strategie d'inverno… c’è un “segreto” che hai scoperto dopo le prime invernali dello Shisha e del Makalu?
Di sicuro sono consapevole e contento che le mie ultime due prime invernali al Shisha Pangma e al Makalu hanno ridato slancio alla voglia di invernali in Himalaya. In quella stagione davvero si ritrova un modo antico e diverso di affrontare la montagna e si riassapora qualcosa che non esiste nelle altre stagioni himalayane o del Karakorum. Se analizzo le due salite sono state sicuramente le più veloci e leggere della storie di tutte le invernali agli 8000. Team piccolissimi e tempi brevissimi di esposizione sulla montagna. Per poter salire così bisogna essere non solo preparati ma svincolati dai luoghi comuni, dal modo classico di affrontare una spedizione. 2, 3 persone funzionano meglio di 6,7,10,15. Un altro segreto però è stata ed è la pazienza, il saper aspettare. Oggi le spedizioni si fanno troppo spesso in 4-5-6 settimane anche da parte di coloro che non hanno in realtà veri problemi di tempo. Un'invernale bisogna affrontarla sapendo aspettare anche 3 mesi. Le finestre di bel tempo sono brevi e rare e magari si fanno attendere molto a lungo. Nel 2008 sono partito il 25 dicembre e sono tornato il 17 Marzo solo perché l’inverno era finito... Ed ero solo con un pachistano! Avrei saputo aspettare ancora a lungo, perché prima o dopo il bel tempo arriva... Questo l’ho imparato tanto anche dagli alpinisti dell’est.

Ancora una volta sei con Denis Urubko... hai imparato da Messner che ha sempre saputo scegliersi i compagni più giusti per ogni sua (grande) salita?
Ho imparato che nella vita le cordate (non solo quelle alpinistiche) si formano e si scelgono non sulla base delle convenienze ma di un feeling particolare. E quando questa sintonia è speciale, arrivano successi analoghi. A me dà fastidio sentire che Messner ha scelto Kammerlander perché gli serviva l’animale da soma o robe simili. E’ offensivo sia per Hans sia per Reinhold che non avevano certo bisogno l’uno dell’altro per dimostrare quanto bene sapevano scalare. Sono solo stati intelligenti a combinare personalità ed abilità diverse e non a caso i due sono divenuti entrambi Grandi . Lo stesso Loretan e Troillet, Tasker e Borman, Kukuczka e Wielicki, I fratelli Inurrateghi e molti altri. Denis Urubko ed il sottoscritto sono solamente la conferma di una coppia che funziona, perché basata su forti individualità e capacità e non su un asino che tira il carretto con un passeggero a bordo. Non a caso anche al Nanga Parbat con Lafaille ho fatto una bella via nuova o con Hervè Barmasse sul Beka Brakai Chhock nel 2008 in stile alpino su un quasi 7000 vergine. Ma con Denis il feeling è davvero particolare anche perché son passati già undici anni dalla nostra prima scalata in coppia. Comunque basta andare a sentire una conferenza mia o di Denis per capire che ci cerchiamo e scegliamo ogni volta e che funzioniamo proprio bene assieme. Sia io che lui sappiamo che siamo indipendenti e che ci sapremmo tirare fuori dai guai l’un l’altro se servisse. Questa si chiama fiducia, non convenienza!!

Domanda rubata al supermercato: Ma perché gli alpinisti se le vanno a cercare?
Una risposta vera, unica, razionale non esiste, se non riproponendo una domanda che lascia il senso di come l’uomo non viaggi sempre sul binario della convenienza, della pianificazione, della ragione. Perché ad esempio ci siamo innamorati della nostra donna/uomo? Esattamente per lo stesso irrazionale, anche sconveniente motivo, che non si sa e non si deve resistere ad una pulsione, ad una attrazione, ad una gioia, ad una voglia di scoprire e di scoprirci come l’amore, un passione, un entusiasmo, o a qualsiasi altra cosa, incluso anche salire una parete o una montagna alta e fredda. Non danniamoci l’anima a spiegare sempre il perché, a doverci sempre giustificare. Nostra madre ci ha mai detto perché ci ha messi al mondo? Pensate sia stata per forza la sua più grande convenienza? Semplicemente l’ha fatta sentire realizzata, viva, piena felice. Se per qualcuno noi siamo solo gente che se la va a cercare, perché devo cestinare momenti preziosi per tentare di convincerlo che non è così. Di sicuro però noi alpinisti dobbiamo isolare coloro che invece se la cercano davvero , o i falsi eroi che anziché ammettere di essere scampati ad una o più serie di cazzate, o che si cacciano volutamente e ciecamente nei guai per emergere, far parlare di sé, si pennellano pure l'immagine dell’eroe. Costoro come pure i media che li raccontano come tali, sono quelli che danno credito e forza a inevitabili luoghi comuni come il “ve le andate a cercare”.

Tieni un Diario? E se si quale è l’ultima cosa, il pensiero, che hai scritto…
No non tengo un diario e forse questa non è una bella cosa per uno che ha fatto più di 40 spedizioni e ha scritto solo 2 libri. Mi rendo conto che tante esperienze sono andate in parte perdute nella memoria anche se le immagini numerosissime che ho portato a casa mi aiutano comunque a rievocare parte delle sensazioni e dei ricordi. Devo però anche dire che un computer al campo base l’ho sempre avuto almeno negli ultimi 10 anni ed i report giornalieri integrano anch’essi una memoria che si rifiuta di tenere troppo a mente… Dunque non ho una frase particolare riportata sul taccuino. Quando ho tempo libero al campo base di solito, studio.

E la tua famiglia...
La famiglia è la prima cosa per cui vale la pena tornare anche senza una vetta. E’ un luogo comune, lo so, ma mi piace ribadirlo e ribadirmelo spesso… Io sono sposato ed ho due figli. Jonas, il piccolo di quasi 10 mesi è davvero una bella botta di gioia ed energia e Martina, la figlia di 11 anni, una responsabilità che è spesso più impegnativa di qualsiasi cima e imprevedibile come le raffiche di vento d’alta quota. La famiglia può essere il segreto del successo se ti supporta e ti capisce pienamente come capita a me. Mia moglie arrampica ad alto livello e su più terreni e questo ha facilitato molto le cose anche perché è una donna molto indipendente ed autosufficiente e capisce pienamente quello che faccio e come lo faccio. Sa che amo troppo la vita per cacciarmi volutamente nei guai o su vie kamikaze. Sarei già morto se fossi stato un tipo mosso da ambizioni cieche e sorde, non avrei realizzato e non sarei sopravvissuto a 43 spedizioni (proprio 43 come i miei anni). Capisco comunque che non è facile stare ed amare uno come me che quando non è in spedizione è in viaggio permanete a fare serate, lavorare per gli sponsor, presenziare ad eventi e fiere o, come capita sempre più spesso, essere in giro a Pilotare elicotteri e fare training specifici su questo mezzo volante.

Quanto ti senti libero come alpinista e uomo?
Mi sento talmente libero che ho intrapreso e pratico molte altre attività come lo skydiving, il pilotaggio elicotteri, decido liberamente dove e con chi andare, quando rinunciare, quando pianificare. Chi dice che gli sponsor ti costringono a fare qualcosa, a rischiare, a raccontare balle o enfatizzare, raccontano una balla colossale. Piuttosto chi afferma questo denota un limite personale e caratteriale che si realizza nell’incapacità di far prevalere la propria personalità alla volontà di qualche eventuale responsabile marketing pretenzioso e irresponsabile( non ne ho mai incontrati di questo genere). Dunque mi sento davvero libero di scalare, di scrivere, pensare, ideare, rinunciare. Questa è la grande gioia e fortuna della vita che ho avuto modo di gustare fino ad oggi e se penso al futuro e ai progetti che ho in testa, la gioia e l’eccitazione sono ancora più grandi. Spero che questo sia la medicina contagiosa che mi piacerebbe regalare ai miei figli per prepararli al loro futuro indipendente ed entusiasmante, qualunque esso sia.

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