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Marco Zebochin e Stefano Zaleri in cima alla loro Troubles, cough and fever (540, 6b+, A1), parete nord Roungkhanchan 1, Nangma Valley, Pakistan
Photo by arch. Crosato, Zaleri, Zebochin
Camp Base, Roungkhanchan 1, Nangma Valley, Pakistan
Photo by arch. Crosato, Zaleri, Zebochin
Lungo la via Troubles, cough and fever (540, 6b+, A1), parete nord Roungkhanchan 1, Nangma Valley, Pakistan
Photo by arch. Crosato, Zaleri, Zebochin
Antonella Skele, a casa e in ansia...
Photo by arch. Crosato, Zaleri, Zebochin
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Pakistan 2004, il racconto dall'altro versante

10.06.2010 di Planetmountain

Una nuova via nella Nangma Valley in Pakistan, raccontato da una delle mogli rimaste a casa, tra paure, speranze, piccole verità nascoste e problemi con il telefono satellitare.

"Scusate il ritardo!" Con questa premessa ci è arrivato in redazione il racconto di una nuova via aperta in Pakistan nel 2004 scritto non dagli alpinisti stessi ma, insolitamente, da Antonella, la moglie di Marco Zebochin, che è rimasta a casa mentre suo marito era  nella Nangma Valley per aprire una nuova via assieme agli amici Dario Crosato e Stefano Zaleri. Come spiega Zebochin, il ritardo delle pubblicazione è dovuto al fatto che "il racconto è rimasto dimenticato in un cassetto fino a quando non l’ho trovato e letto con grande emozione. Mi è sembrato interessante proporvelo perché descrive una volta tanto le sensazioni di chi rimane a casa (moglie, fidanzata,…) e vive l’avventura dell’alpinismo da lontano e sotto un altro punto di vista che non è quello consueto pieno di stereotipi sulla montagna." Non possiamo che essere d'accordo e approffitiamo quindi anche per ricordare tutte quelle persone che condividono ma soprattutto sopportono la nostra passione.

Pakistan 2004
di
Antonella Skele

Il grande giorno è arrivato (poi grande chissà per chi?!), stanno salendo sull’aereo che li porterà in Pakistan e noi, Anto, Sasha e Serena, dopo averli salutati tutte sorridenti, guardiamo allontanarsi l’aereo con i cuori pieni di :"Speriamo bene! Mi raccomando...! Stai attento…! Ti amo tanto!" Ora la loro eccitazione non ci contagia più ed inizia la lunga attesa di notizie che, se tutto andrà bene, si protrarrà per cinque interminabili settimane.

Decidiamo di formare la nostra "task force": la prima che avrà notizie informerà le altre. La sera Marco mi comunica che hanno fatto scalo a Dubai e al mattino trovo un sms in cui mi dice che sono arrivati ad Islamabad e che sono in albergo. Decidiamo di sentirci la sera… ma niente (primo intoppo) il suo telefono non funziona! Mi informo e vengo a sapere che il gestore pakistano ha deciso di interrompere le loro comunicazioni e che è in suo potere farlo. Fortunatamente con il telefono satellitare ci sentiamo e, secondo problema, mi avvisa che Dario si è ammalato e che non possono lasciare Islamabad! Serena vuole sapere di più, ma ci viene detto che ha solo una bronchite. Passa una settimana e finalmente partono ma non per l’obiettivo deciso a casa: Kondus Valley. Non si può. La loro guida pakistana in nove mesi di preparativi non aveva concluso niente: non aveva chiesto il permesso, si era fatta mandare solo una cospicua somma di denaro sulla quale poi si scoprirà aveva lucrato senza ritegno.

A questo punto si attiva Sasha che, con una serie di telefonate e fax ad amici e conoscenti, indica loro la nuova meta: Nangma Valley.
Dario non è ancora completamente guarito, Marco ha la febbre e Stefano ha il mal di schiena. Tutto questo però non lo sappiamo: per noi tutto procede bene.

Ci accordiamo per un contatto telefonico giornaliero alle 17 ora italiana che corrisponde alle 20 pakistane. Ogni giorno, puntualmente come una sirena di una fabbrica, mi attacco al telefono ed inizio a digitare le quattordici cifre sulla tastiera 00881… Ma cosa vuole questo americano, non capisco un accidente, chiudo, riprovo, niente ancora, si ecco è libero “Pronto, pronto… ciao come stai? Dove sei?” Quante cose vorrei chiedergli, ma devo essere concisa perché basta una nuvola e il satellite non funziona più: è caduta la linea, riprovo, niente da fare. Chiamo le amiche per sapere se sono state più fortunate e così, raccolte le notizie, sappiamo che sono arrivati al Campo base, che hanno individuato il monte e iniziato già due tiri della via.

Tutte e tre siamo molto contente, finalmente la sfiga li ha lasciati ed ora tutto procede per il meglio. Ma non è proprio così. Il mattino dopo alle 6.00 mi sveglia il telefono. Rispondo con il cuore che mi batte a 280. E’ Marco che mi chiede di telefonare al nostro medico di famiglia per sapere cosa fare con Dario che sta molto male: respira a fatica, ha febbre alta, tossisce da far paura ed accusa un violento dolore alla schiena. “OK sarà fatto, poi ti richiamo” gli rispondo ma, mentre mi sto preparando per andare al lavoro, mi ritelefona dicendo che sono riusciti a convincere Dario a scendere a valle con la guida e a recarsi al più vicino ospedale. Mi raccomanda di non dire niente a sua mamma e a Serena. Alle 20.00 mi telefona Serena chiedendomi se avevo sentito Dario perché stranamente non lo aveva trovato al Campo base e temeva fosse accaduto qualche cosa. Cerco di tranquillizzarla e le confermo che anche a me hanno detto lo stesso. So bene che non l’ha bevuta come non l’avrei bevuta io, spero solo che capisca che ho le mani legate… o meglio la lingua.

Sono rimasti in due e anche il tempo fa schifo, piove, nevica ma il 24 agosto Marco e Stefano arrivano in cima: hanno aperto una via di 540 metri. Dario a Kapulu si sta ristabilendo, ha perso sei chili , è debole e tramite Serena viene informato che la via è finita. Si tramite Serena perché dal giorno che è sceso non sono più riusciti a comunicare tra loro se non attraverso noi.

Ci si mette pure il telefono di casa a minare il mio già precario equilibrio emotivo guastandosi per alcuni giorni. Finalmente, dopo svariati solleciti di pronto o meglio di lento intervento, un operatore gentile che capisce e giustifica la mia voce isterica, mi assicura che la mia linea sarà ripristinata nel più breve tempo possibile. Grazie, grazie non so chi sia, ma per me in quel momento è un angelo. Sono le 17.00 ed io 00881…”Pronto, ciao dove sei, come stai?” “Tutto bene siamo ad Islamabad dopo ventiquattro ore di viaggio in pulmino che ci ha rotto la schiena.”

Oramai mancano pochi giorni al rientro (e forse sono i più lunghi). Eccoci tutte e tre con i nasi incollati al vetro della sala d’attesa dell’aereoporto. L’aereo è puntualissimo, sta atterrando, tra poco li riabbracceremo. Questa volta il mio cuore è gonfio di gioia anche se so che prima o poi ricomincerà tutto daccapo.

Pakistan-Baltistan - Nangma Valley
Troubles, cough and fever via nuova, parete nord Roungkhanchan 1 (4600 m. Ca)
1^ salita: Dario Crosato, Stefano Zaleri, Marco Zebochin
Soci della Società Alpina delle Giulie di Trieste e Istruttori della Scuola Nazionale di Alpinismo “E. Comici”.
Sviluppo: 540 m.
Difficoltà: 6b+, A1
Materiale: 2 corde da 60 m., una serie di friends, una scelta di chiodi, dodici rinvii, soste spittate e spits intermedi.
Si raggiunge Skardu da Islamabad con 23 ore di viaggio in pulmino sulla Karakorum Highway o in aereo che però decolla raramente viste le cattive condizioni meteo molto frequenti. Da Skardu si arriva a Kande in jeep e in una giornata di cammino lungo la Nangma Valley si guadagna il Campo base posto su una spianata erbosa a circa 3800 m. Costeggiando la morena, che scende dal K 6, in circa un’ ora, si perviene all’attacco della via alla base del grande diedro posto a sinistra della parete nord del Roungkhanchan 1.

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