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Bruce Normand, Boris Dedechko, Kyle Dempster, Denis Urubko e Jed Brown.
Photo by Pascal Tournaire
Walter Bonatti e Reinhold Messner a Courmayeur durante il Piolet d'or 2010
Photo by Pascal Tournaire
Foto di gruppo per i nominati del 18° Piolet d'or
Photo by Pascal Tournaire
Walter Bonatti a Courmayeur durante il Piolets d'or 2010
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Piolet d'Or, i vincitori e l'alpinismo del futuro

12.04.2010 di Vinicio Stefanello

I Piolets d'or 2010 a Denis Urubko e Boris Dedechko per la via sul Cho Oyu e a Jed Brown, Kyle Dempster e Bruce Normand per lo Xuelian West. A Reinhold Messner il Piolet d'or alla carriera a Courmayeur, ospite d'eccezione anche Walter Bonatti.

Anche quest'anno è stato un Oscar plurimo. Sono due le Picozze d'oro assegnate – mentre l'anno scorso, nella prima edizione del “nuovo corso” del Premio, erano state tre. Così il 18° Piolet d'Or è andato ai kazaki Denis Urubko e Boris Dedechko per la nuova via sulla parete sud-est del Cho Oyu, uno dei 14 colossi himalayani. Ma anche agli americani Jed Brown e Kyle Dempster e allo scozzese Bruce Normand per la nuova via sulla sperduta parete Nord dello Xuelian West, in Cina. Indubbiamente è una scelta che trova molti d'accordo perchè è un riconoscimento che va a due grandi salite ma anche allo stile con cui sono state compiute. D'altra parte la Giuria presieduta dallo sloveno Andrej Stremfelj, un vero asso dell'alpinismo di tutti i tempi, era assolutamente autorevole. Ciò nonostante, anche questa scelta, non dirime quel dubbio che ha sempre accompagnato i riconoscimenti all'alpinismo e, a maggior ragione, il Piolet: è mai possibile stabilire se una salita è migliore dell'altra? Una domanda, e un dubbio, che per molti versi è oziosa, oltre che essere comune a tutti i Premi di ogni natura. Ma che soprattutto conferma e rivela negli alpinisti la continua ansia e ricerca sul “senso” e il “peso” della loro attività. Un senso che in quest'inizio di millennio è sempre più difficile da scoprire ma soprattutto da comunicare agli altri, al mondo.

Dunque è stato il Piolet d'Or che ci si aspettava quello che si è appena concluso, tra Courmayeur e Chamonix - non a caso all'ombra del Monte Bianco, la montagna che più di 200 anni fa ha dato i natali all'alpinismo moderno. Un Piolet che, come l'alpinismo, sta cercando la sua strada. Quella di una visione e, forse, anche di una definizione più attuale dell'alpinismo. Per questo non stupisce che le vere star di questa edizione siano stati Reinhold Messner e Walter Bonatti. Il primo, il re degli Ottomila e l'alpinista dalle 7 vite, ha ricevuto il Piolet d'Or alla carriera. Mentre il secondo, il mito vivente dell'alpinismo, e probabilmente quello che ha fatto più sognare le moderne generazioni di alpinisti, proprio l'anno scorso aveva inaugurato i Piolets alla carriera. Il loro abbraccio (non solo metaforico) e la loro presenza ha un forte significato simbolico. Indica una direzione, o meglio un atteggiamento. Come entrambi hanno detto è la conferma del valore dell' “alpinismo tradizionale”. Che, va precisato, Messner ha identificato con quel leale “by fair means”, il motto coniato dall'alpinismo britannico, che lui interpreta come quell'arrivare con i propri mezzi “fin dove è possibile”, senza far uso di artifici tecnici o limitandoli al massimo. L'alpinismo per Messner è “esposizione”, cioè porsi coscientemente in condizioni al limite di fronte alla natura. Ma l'arte dell'alpinista è anche quella di saper tornare indietro, di rinunciare, e anche di sopravvivere. Appunto: di spingersi, lealmente, “fin dove è possibile”.

Messner e Bonatti come riferimenti, come senso di una scelta e di una direzione dell'alpinismo. Ma anche come esempi della necessità e di una capacità - che entrambi hanno avuto - di “uscire” dall'alpinismo, di vivere la loro vita e le loro esperienze oltre l'alpinismo aprendosi a nuovi orizzonti. Forse per questo Messner ha voluto ricordare, in un'affollattissima conferenza stampa, come attualmente stiamo vivendo un periodo nell'alpinismo che ha definito “del rischio”. A cui lui contrappone ancora l'alpinismo (suo e di Bonatti) della “rinuncia” della “sottrazione di mezzi tecnici e di infrastrutture” affiancato però anche dalla sensibilità per i temi ambientali e sociali che mai come di questi tempi interessano la montagna, le terre selvagge e la natura. E questa, dall'uomo che nell'ultima delle sue tante vite si sta impegnando per far conoscere la cultura delle montagne ma anche quello che c'è nella “psiche” dell'uomo-alpinista, è un'indicazione importante. E' forse questa la strada per un alpinismo che si dimostri consapevole del suo tempo, di ciò che gli succede attorno. Un compito, quello di un alpinismo che guardi con altri occhi al mondo, che se volete sembra più un problema dell'alpinismo occidentale. E non solo perché tra le cinque salite nominate per quest'ultimo Piolet d'Or la maggioranza (tre) sono state compiute da team dell'est.

Tornando alle piccozze d'oro. Quella assegnata a Denis Urubko ci sembra quasi un meritatissimo atto dovuto. Era la terza volta che l'alpinista kazako era nominato al Piolet. Sempre per vie nuove su un Ottomila. Ma sempre aveva dovuto “cedere” la piccozza d'oro a qualche altro, visto che sulla sua strada aveva trovato i super team formati da Stevie House e Vincent Anderson (nel 2006) e Marko Prezelj e Boris Lorencic (nel 2007). Ora giustamente è arrivato il suo turno con un'altra via nuova, quella aperta con il connazionale Boris Dedechko sulla pochissimo frequentata parete nord-est del Cho Oyu con la quale – particolare non indifferente – ha concluso il suo tour dei 14 Ottomila. A proposito anche questo suo viaggio sulle più alte montagne della terra è da primato: tre vie nuove (Broad Peak, Manaslu, Cho Oyu), una prima invernale (Makalu, con Simone Moro) e uno stile sempre leggero, da vero “garibaldino” dell'est. Un palmares che senza dubbio lo pone ai primi posti dell'alpinismo himalayano dell'ultimo decennio. Immaginiamo la gioia di Urubko per questo premio – alla vigilia si dimostrava sinceramente scettico di vincerlo. E siamo sicuri che un pensiero, una dedica, sia andata anche al suo compagno delle altre due nominations, Serguey Samoilov, scomparso l'anno scorso nel tentativo di attraversata Lhotse – Everest.

Dell'altro Piolet d'or - quello andato al team formato dallo scozzese Bruce Normand e agli statunitensi Jed Brown e Kyle Dempster - colpisce l'avventura totale che hanno vissuto sulle sconosciute montagne del nord della Cina, sfociata nella bella e difficile salita della parete nord dello Xuelian West (6422m). Esposizione totale (per dirla con Messner), unita al fatto che tutti e tre fino ad ora erano praticamente sconosciuti, fanno di questo Piolet un bella sorpresa. Insomma,  l'estro, il coraggio e lo spirito di avventura pagano ancora!

Resterebbe da dire del futuro dell'alpinismo, un tema che - come già detto all'inizio - permea il Piolet d'Or. Ma siccome il futuro, come si sa, è sulle ginocchia di Giove, a noi sembra più interessante citare un piccolo evento accaduto a Courmayeur giovedì 8, come prologo del Piolet d'Or. In programma c'era una serata dedicata alle nuove generazione di alpinisti, ed in particolare alle cordate “famigliari”: un chiaro omaggio alla cordata dei fratelli Reinhold e Günther Messner. Sul palco è salita la cordata, padre e figlio, formata da Marco ed Hervé Barmasse, reduce dalla difficile e bella via nuova sulla sud del Cervino. E poi quella dei fratelli Simon e Samuel Anthamatten, quella di Hansjörg Auer e Vitus Auer, e quella di Iker ed Eneko Pou.

E' stata una bella serata, che ha mostrato il lato umano dell'alpinismo, oltre che grandi (e giovani) cordate. Ed è stata una serata impreziosita da un ospite a sorpresa, Walter Bonatti. Bene, vedere gli occhi dei protagonisti illuminarsi alla vista di Bonatti. Vedere il grande Walter sorridere felice alle loro risposte e ai loro ragionamenti sull'alpinismo. E poi - dopo che i fratelli Pou avevano definito il loro come un alpinismo con il quale volevano “divertirsi” lontani dalle sofferenza che molte volte “regalano” le salite da Piolet – sentire Bonatti commentare questa loro definizione come “Perfetta”, ci ha allargato il cuore. Ecco, una timida speranza c'è, se continua questo dialogo. Se c'è rispetto per le esperienze degli altri. Se anche l'alpinismo apre gli occhi sul mondo, e sulla realtà che viviamo ora. Per un alpinismo che vuole andare avanti!

PIOLET D'OR 2010 I VINCITORI
Dennis Urubko e Boris Dedechko - Cho Oyu 8201m, Nepal
Jed Brown, Kyle Dempster e Bruce Normand - Xuelian Ovest 6422m, Cina

LE ALTRE SPEDIZIONI NOMINATE
Vitaly Gorelik e Gleb Sokolov - Picco Pobeda, 7439m, Kirghizstan
Mikhail Mikhailov e Alexander Ruchkin - Gongga Peak, parete nord ovest 6134m, Cina
Nick Bullock e Andy Houseman, Chang Himal 6750m – Nepal

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