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Alessandro Baù e Nicola Tondini durante la prima invernale di Capitan Sky-hook.
Photo by arch. Baù - Tondini
Alessandro Baù e Nicola Tondini durante la prima invernale di Capitan Sky-hook.
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La nord ovest del Civetta
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Alessandro Baù e Nicola Tondini durante la prima invernale di Capitan Sky-hook.
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Nord-Ovest del Civetta: prima invernale di Capitan Sky-hook per Tondini e Baù

23.03.2010 di Planetmountain

Il 19 Marzo 2010, Alessandro Baù e Nicola Tondini hanno realizzato la prima invernale, la terza ripetizione assoluta di Capitan Sky-hook (500m + 380m di zoccolo, 7b+) sulla parete Nord-Ovest del Civetta.

Dove sta andando l'alpinismo di questi tempi non tutti sanno dirlo, o capirlo. Certo Alessandro Baù e Nicola Tondini non si fanno troppe domande e il loro alpinismo va dove li porta il cuore. Forse è questo quello che più conta nella loro bella cavalcata invernale sull'immensa e “seria” parete Nord Ovest della Civetta. Meta del loro viaggio l'ormai mitica Capitan Sky-hook. La via aperta nel 1987, tra la Punta Civetta e la Punta Tissi, dai lecchesi Paolo Crippa e Dario Spreafico - che l'hanno dedicata alla memoria di Riccardo Spreafico. 500 metri + 380 di zoccolo con difficoltà che i primi salitori hanno stimato di ED+, max 7+ e A2; poi rivisitate nel '92 da Roland Mittersteiner e David Hall, con la loro prima libera e anche prima ripetizione della via (in giornata), in un bel 7b+. Certo si tratta un grandissimo itinerario, le sue 4 salite in 23 anni vorranno dire pur qualcosa... Come certamente significherà senz'altro qualcosa che proprio Alessandro Baù quest'estate abbia “colto” la prima solitaria. Ebbene, il 19 marzo scorso la cordata Baù – Tondini s'è presa anche la prima invernale nonché terza ripetizione. Una grande corsa durata da rifugio a rifugio (il Coldai) giusto 29 ore, mentre 13,30 ore è il tempo impiegato dall'attacco dello zoccolo alla fine della salita. Ora ritornando all'inizio, a dove va l'alpinismo compreso quello italiano; a noi sembra che tutto sia spiegato nel recit d'ascension di Nicola Tondini. C'è la gioia, ma anche la stanchezza mista a soddisfazione dell'alpinista che ha goduto della montagna. Di una gran montagna e di una gran via. E questo è tutto. Almeno tutto ciò che veramente conta.

CAPITAN SKY-HOOK – Prima invernale
di Nicola Tondini

L’avventura è dentro di noi: si tratta di scegliere il palcoscenico dove viverla. Noi abbiamo scelto questo angolo di Dolomiti bello, solitario e impressionante. Era tutto l’inverno che ogni tanto con Alessandro ci si sentiva per programmare una “scappatella” invernale di qualche giorno. Le condizioni però continuavano a non esserci. A inizio Marzo, guardando anche all’agenda di impegni lavorativi propongo di puntare ad una realizzazione veloce in giornata. Ale mi butta lì l’idea: proviamo Capitan Sky-hook in velocità? Subito mi sembra una pazzia, ma altrettanto subito capisco che è proprio quello che cercavo. Sì, va bene!

Così Giovedì 18 Marzo ci troviamo alle 18,30 a Mestre e con materiale da scialpinismo, da ghiaccio e da roccia partiamo alla volta della Val Zoldana. Alle 21,30 partiamo dal parcheggio di Palafavera con gli sci, alle 23,30 siamo al bivacco invernale del rifugio Coldai. Dopo una breve dormita, alle 2,30 siamo già svegli. Alle 3,00 partiamo dal rifugio sempre con gli; alle 5 attacchiamo i 450 di zoccolo delle vie Aste-Andrich-Capitan Sky-hook con piccozze e ramponi; poco prima delle 8,00 abbiamo finalmente le scarpette ai piedi. Mi concedo solo una veloce telefonata a casa, per la festa del papà (io).

Lungo la salita dello zoccolo mi sono sentito molto fortunato: stiamo facendo tutte le discipline che mi piacciono una di seguito all’altra. Ci è stato offerto un campo di gioco bellissimo, anche se impegnativo. Il ritmo delle piccozze, che penetrano la neve dura e ghiacciata sopra le insidiose placche di roccia mi mette gioia: sotto di noi il vuoto e la neve; sopra l’impressionante muraglia grigia e compatta del calcare della Civetta. Noi due, là, puntini insignificanti che lasciano la loro traccia tra i pendii di neve e i passaggi di misto. Noi due, là, aggrappati alle nostre ancore di salvezza esteriori (le piccozze e i ramponi) e a quelle interiori. Non c’è la possibilità di assicurarsi, così arriviamo all’attacco slegati. Là sono felice: lo sguardo si perde nel mare grigio, che ci sovrasta. La linea è bellissima e ardita. La ritengo un capolavoro. Penso agli apritori Paolo Crippa e Dario Spreafico (era il 1987); alla prima ripetizione di Roland Mittersteiner nel 1992 nonché prima libera della via; alla solitaria quest’estate del mio compagno Alessandro. Tutte imprese “sopra le righe”!

Scaliamo. Mi trovo bene. L’arrampicata è quella che prediligo: tecnica e di dita. Procediamo fluidi e senza intoppi, ma le difficoltà non ci permettono di correre. Ci cambiamo da capocordata ogni 2-4 tiri per non rimanere troppo fermi in sosta. Abbiamo un piccolo sacco da recupero con un termos, qualcosa da mangiare, un piumino e spezzoni di corda per attrezzare le doppie. Sugli ultimi tiri cominciamo ad accusare la stanchezza e la “libera” cede il posto ad un paio di passi di artificiale (uno su cliff e uno su micro-friends). Poco dopo le 18,30 siamo all’ultima sosta. Felici, ma ben consci che l’avventura è solo all’inizio. La grossa differenza tra l’estate e l’inverno emerge proprio in questo momento. Al posto di una rapida corsa giù dalla ferrata degli Alleghesi e un pianeggiante sentiero, dobbiamo ridiscendere lungo la via di salita e lungo l’insidioso zoccolo di misto.

Le doppie sono tutte da attrezzare e molte richiedono grossi pendoli e la necessità di rinviare le corde per superare accentuati strapiombi. A metà siamo costretti a tagliare una corda incastratasi dopo averla recuperata. Per fortuna abbiamo il cordino utilizzato per recuperare il sacco. Solo alle 23,30 siamo al punto d’attacco. Abbiamo finito le bevande e il cibo da parecchie ore e l’entusiasmo della mattina lascia il posto al sonno, alla fame e alla sete. Iniziamo con la massima attenzione a scendere lungo le tracce di salita sui ripidi pendii di neve. Arrivati sopra al lungo tratto di misto delicato percorso la mattina, capiamo che l’unico modo per scendere è fissare almeno una corda come corrimano. Dopo mezz’ora troviamo una fessura dove piantare un chiodo. Scendiamo in obliquo, tenendo un Maschard dentro le corde, per 60 metri. Ma quando proviamo a recuperare le corde, non vengono. Risalgo, le sistemo al meglio e con pazienza certosina scendo provando a recuperarle ogni 5 metri… andata anche questa: ore 1,30.

Ancora pendii di neve, poi due doppie nel canale che porta all’attacco del diedro Aste. Da qui innumerevoli spostamenti di piccozze e ramponi ripetuti con la massima attenzione ci riportano ai nostri sci. Sono le 4,00 di mattina. Il rientro al Coldai, in leggero sali e scendi sembra la disfatta di Caporetto. Siamo lenti e assonnati. Ad un certo punto mi ritrovo addormentato sulla neve, finché non sento passare Ale. Alle 7,00 siamo finalmente al Rifugio Coldai dopo 28 ore non stop! Sistemiamo l’attrezzatura, beviamo qualcosa e poi giù con gli sci, finalmente veloci senza pelli. Due curve in pista ci portano raggianti alla macchina e al campeggio dove Claudia, la ragazza di Ale, gentilissima ci attende con la cena (era quella prevista per la sera prima!) e una squisita torta!


Un grazie particolare di Nicola Tondini a: Marmot, Wild Climb, Ferrino, Keyland, Turnoversport; di Alessandro Baù a: Montura, Scarpa e Kiwi Sport per l’ottimo materiale che sempre ci forniscono.

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