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Claudio Corti, nella copertina del libro Il Prigioniero dell'Eiger di Giorgio Spreafico, Ed. Stefanoni
Claudio Corti, nella copertina del libro Il Prigioniero dell'Eiger di Giorgio Spreafico, Ed. Stefanoni
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Claudio Corti, addio all'alpinista e all'uomo

04.02.2010 di Vinicio Stefanello

La notte del 3 febbraio nella sua casa di Lecco si è spento, all'eta di 81 anni, Claudio Corti. Verrà ricordato come alpinista e membro del Gruppo Ragni della Grignetta ma anche come un uomo che seppe affrontare grandi prove, in montagna e nella vita.

Ne nascono più di uomini come Claudio Corti? Intendo, così forti e buoni da sopportare e sopravvivere a quel suo alpinismo “nudo” e da “battaglia” ma soprattutto alle tante prove che la vita (da alpinista e non) gli ha riservato. La risposta è chiaro non c'è. Ma certo, come uomo e come alpinista, Claudio Corti ha dovuto affrontare tante di quelle difficoltà, sempre accompagnate da profonde amarezze, che avrebbero stroncato chiunque. O meglio chiunque non fosse Claudio Corti, un uomo che ha saputo superare non solo le avversità ma anche la parte più oscura della vita, quella della cattiveria e delle maldicenze degli uomini.

La vicenda più conosciuta, e che l'ha segnato maggiormente, naturalmente sta sotto la voce Eiger. Nel 1957, sulla terribile parete nord dell'Orco, con il suo compagno Stefano Longhi e i tedeschi Gunther Nothdurft e Franz Mayer, l'alpinista di Olginate fu protagonista di un'odissea innenarrabile. Quella volta l'Eiger non fece alcuno sconto, presentandosi nella sua veste peggiore. All'ottavo giorno in parete, Stefano Longhi, con le mani cogelate, non fu più in grado di proseguire. Corti, che fino ad allora aveva condotto la salita, tentò in tutti i modi di soccorrerlo. Aiutato anche dai due alpinisti tedeschi che, in difficoltà, già al 3° giorno si erano uniti alla cordata dei lecchesi. Ma non ci fu nulla da fare, se non calare il compagno su un terrazzino.

La bufera imperversava. E poco più in alto, sul Ragno Bianco, anche Corti fu colpito alla testa da una scarica di sassi. A questo punto Nothdurft e Mayer lasciarono la loro tenda a Corti e cercarono di forzare l'uscita in cima, per poi chiamare i soccorsi. Intanto una grande e spontanea operazione di soccorso internazionale si era messa in moto. Sulla vetta dell'Eiger si ritrovarono molti alpinisti, anche molto famosi come Riccardo Cassin, Lionel Terray e Carlo Mauri. Dopo due giorni di tentativi, con un complicato e ingegnoso sistema di carrucole, Alfred Hellepart riuscì a calarsi fino a Corti e a portarlo in salvo, in vetta. Poi, il maltempo impedì di ripetere l'operazione per Longhi, che morì di sfinimento il giorno dopo. Dei due alpinisti tedeschi nessuna traccia.

A questo punto per Corti, miracolosamente scampato all'Eiger, si aprì il capitolo più duro. Quello dei “processi”. Venne accusato di impreparazione, ma soprattutto furono sollevati pesanti sospetti di una sua responsabilità sulla morte di Nothdurft e Mayer. Massimo sostenitore di questa tesi fu Heinrich Harrer con il suo libro “Il ragno bianco” pubblicato nel 1959. Di fronte a tutto ciò Corti si ritrovò praticamente solo. Quasi che fosse stato un delitto aver aspirato (si dice in segreto) alla prima italiana della nord dell'Eiger. O peggio, ad essere l'unico sopravvissuto alla tragedia. Poco o nulla cambiò quando, nel 1961, le tesi di Harrer, e di chi dubitava con lui, furono smentite dal ritrovamento dei corpi dei due alpinisti tedeschi. Corti continuava a portare il marchio di tutte quelle maldicenze. Né servì a cambiare tutto ciò il bellissimo Arrampicarsi all'inferno, il libro con cui Jack Olsen fece luce sulla reale dinamica di quei terribili giorni sull'Eiger.

Solo nel 2008, dopo più di 50 anni, Giorgio Spreafico con il suo coraggioso "Il prigioniero dell 'Eiger" - diede voce a Claudio Corti e alle sue ragioni. Un libro che ha rivalutato, finalmente, la figura di questo alpinista lecchese, appartenente alla gloriosa stirpe della prima generazione dei Ragni di Lecco. Sicuramente tutto è arrivato troppo tardi, però. Sicuramente Corti non meritava tutto questo. Anche perché tutta la vicenda dell'Eiger oltre ad imprigionarlo per tutta la vita, ha impedito di guardare al suo valore vero di alpinista.

Eppure basta scorrere le sue salite per capire di che pasta durissima era fatto. Quale era la forza, proverbiale del “Marna” -  che poi è il nome di Corti per tutti i lecchesi. Basta citare le sue vie nuove sul Pizzo Cengalo e sui Pizzi Gemelli e poi quella sul Pizzo Badile che costò la vita al suo compagno, Felice Battaglia, a cui dedicò la via. Ma anche le altre vie nuove in Grigna, le prime ripetizioni in Dolomiti e poi l'impressionante volo sul famigerato canalone della Bonatti ai Dru, per rendersi conto che poteva osare la nord dell'Eiger.

Nel periodo post Eiger, poi, basta guardare  alle sue prime ripetizioni sul Grand Capucin, alle molte vie nuove in Grigna, ma anche e soprattutto alla sua partecipazione alla storica prima salita del 1974 sulla Ovest del Cerro Torre, per capire il suo valore di alpinista. E la sua passione semplice e smisurata per la montagna.

Non cercava né sprecava tante parole Corti.  Preferiva osare e fare. A lui, vien da dire, che dobbiamo qualcosa, certamente delle scuse. Chissà se questo lo farà sorridere. Chissà. Di certo non smetterà di essere quell'uomo semplice, forte e buono che è sempre stato.

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