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Mario Prinoth su Basic Instinct
Photo by H. Mariacher
Mario Prinoth in Val San Nicolò
Photo by H. Mariacher
Mario Prinoth su Basic Instinct
Photo by H. Mariacher
Mario Prinoth nel 1987
Photo by arch. M. Prinoth
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Storie d'arrampicata in Val San Nicolò

24.12.2009 di PlanetMountain

Heinz un giorno aprì due vie in Valle San Nicolò (Val di Fassa, Dolomiti, Trentino) e 22 anni dopo le donò a Mario che le liberò. La storia di “Alice e l'imperatore” e di “Basic Instinct” raccontata da Heinz Mariacher e Mario Prinoth.

Si potrebbe dire che questa è la storia di un regalo, anzi di due regali, che un climber di lungo corso ha donato ad un amico più giovane. Il “vecchio” arrampicatore, chiamamolo così solo per distinguerlo, è tal Heinz Mariacher alias uno degli “inventori” dell'arrampicata moderna. Il “giovane”, o meglio il più giovane dei due, è Mario Prinoth; uno che, senza mai mostrarsi più di tanto, di vie in questi anni ne ha salite parecchie - vedi anche le nostre recenti cronache. Ma veniamo ai regali. Il primo si chiama “Alice e l’imperatore”, il secondo “Basic Instinct”. Ovviamente sono due vie, entrambe bellissime ed entrambe scoperte e chiodate da Heinz più di vent'anni fa e poi liberate quest'autunno da Mario Prinoth. “Alice” è un gran tiro nascosto nel bosco delle meraviglie della Val San Nicolò. La via fu dedicata a una bambina che forse non è diventata arrampicatrice perchè aveva avuto la sfortuna di finire sotto quello strapiombo alla tenera età di 6 mesi, mentre Heinz, “l’imperatore”, stava facendo i primi tentativi. Nessuno imaginava allora che Alice dovesse raggiungere l’età di 22 anni prima che la via venisse liberata...
“Basic Instinct” è un un'ernome specchio strapiombante che domina l'entrata della Valle e culmina con un tetto “spaziale” che non si può non notare. Altre informazioni non ve le diamo, anche per rispetto di una vecchia tradizione della Valle. D'altra parte siamo sicuri che chi è interessato saprà ben trovare queste due piccole gemme. Invece vi proponiamo in sequenza il racconto dei due protagonisti. Sicuri che non solo arriverete fino in fondo ma che, come noi, apprezzerete questo regalo che Heinz e Mario ci hanno fatto. Un cadeau natalizio che va ad aggiungersi agli altri (li avete notati?) che in questi giorni abbiamo pubblicato. Sono piccole grandi “storie sotto l'albero” che raccontano della passione per le montagne, l'arrampicata, l'alpinismo e lo sci... insomma raccontano della stessa nostra passione. Buona lettura, e buon Natale!


SEGUENDO L’ISTINTO... di Heinz Mariacher

La Valle di San Nicolò verso la fine degli anni 80: fare i pionieri non era più così semplice come una volta. Certo, uno poteva allenarsi di più, dimagrire ancora di qualche chiletto e spingere il grado verso l’8c/9a. Ma questo non era un lavoro da pionieri, era il lavoro di veri sportivi super disciplinati e metodici. In ogni caso da quando erano state introdotte le competizioni, l’arrampicata in falesia era diventata una cosa relativa. Almeno io pensavo così, e lo penso ancora oggi. Perchè mi sembra troppo evidente che i migliori “garisti” possono fare qualsiasi cosa in falesia e non condivido, ancora adesso, l’idea della “corsa al supergrado” come una specie di competizione alternativa per chi non ama il confronto diretto. Così l’arrampicata in falesia per me era semplicemente tornata come era all’inizio, quando non aveva nessun valore ufficiale. Quello che importa è la ricerca del limite personale e l’unico ammiratore che conta è quello che ognuno ha dentro se stesso.

Ma torniamo nella Valle di S. Nicolò fine anni '80: dopo Kendo e Looping sentivo che non avevo ancora raggiunto il massimo delle mie possibilità. Esprimere il massimo del proprio potenziale è un sogno che esiste in tutti i campi, non solo nell’arrampicata, e penso che sia quello che ha fatto uscire l’uomo dalle caverne. Nel mio caso volevo uscire dal bosco, dove ci eravamo persi per diversi anni, e sognavo una via spaziale, super esposta e naturalmente super difficile. Il super difficile non era una cosa semplice per chi va ad arrampicare seguendo l’istinto e la motivazione del momento, invece di allenarsi e prepararsi seriamente. Al posto del Pan Güllich, pesi e altro, il mio allenamento si limitava a ripetizioni sulle solite vie, tipo Kendo tre volte di seguito e poi qualche tentativo su un nuovo progetto, e poi a casa magari per un bel volo col deltaplano.

La via spaziale... mi sentivo Rocky Balboa che andava in Russia per allenarsi nei boschi della Siberia, facendo il boscaiolo e portando sulle spalle tronchi pesantissimi. Invece del tronco portavo uno zaino tremendo, con un trapano a benzina che pesava da solo 10 chili! Riuscivo a malapena a stare in piedi e dovevo salire una parete quasi verticale, in equilibrio sulle zolle d’erba che tenevano per miracolo. Seguivo le tracce di camosci estremi per piu’ di un’ora e arrivavo già distrutto prima di iniziare la vera fatica: chiodare un tetto di 8 metri con l’intenzione di mettere meno chiodi possibile. Poi liberare i buchi dalla terra, isolarli con la sica così che non potesse piu’ filtrare fuori l’acqua e avanti cosi’. Questi lavori andarono avanti per tre settimane, non avevo mai fatto tanta fatica come Alpinista!

Il risultato era stato una via fantastica, roba di resistenza con qualche passaggio bastardo. Purtroppo alla fine ero riuscito solo poche volte a convincere Luisa ad assicurarmi, perchè l’accesso era una rottura di coglioni e anche pericoloso. Ricordo un tentativo molto buono, avevo superato lo strapiombo, poi il tetto, e mi ero trovato del tutto inaspettatamente davanti al muretto finale che non avevo mai provato prima, pensando che fosse facile. Tradito dall’istinto proprio in quel momento sbagliai tutto, completamente ghisato dovetti arrendermi sugli ultimi metri. “La prossima volta la faccio”, pensai, ma qualche giorno dopo, su Alice, il progetto nel bosco, sentii uno strano rumore. Prima credetti che si fosse rotto un appiglio, invece era stata la capsula del dito medio! Così finirono i miei sogni del dopo Kendo... Dopo una pausa forzata di 8 mesi il peggio era passato, ma il dito non era più quello di prima. Avevo spostato di anno in anno la speranza di tornare a provare quei progetti, poi l’istinto mi aveva portato altrove...

Qualche volta avevo pensato di regalare quei progetti a qualche arrampicatore della giovane generazione, ma non avevo ancora abbandonato del tutto la speranza di tornare io stesso, perche’ in fondo sono sempre ottimista. Finché nessuno si accorgeva di quei tesori nascosti, perche’ svelarli? Solo quando Mario Prinoth un giorno mi chiese gentilmente se poteva fare un tentativo su Alice, mi resi conto che nel frattempo erano passati oltre vent’anni! Così non solo gli regalai Alice, ma anche Basic Instinct, che mi sembrava il nome giusto per la via spaziale, e poi suonava decisamente meglio di “Rocky Balboa”.

Heinz Mariacher


I TEMPI MATURI di Mario Prinoth

Mi piacerebbe raccontare la casualità che ha portato a questo articolo. In effetti una serie di eventi fortuiti, come la semplice richiesta di una foto, danno ancora la possibilità di far conoscere meglio un posto storico, oltre ad una piccola storia personale. Ero poco più che dodicenne quando mio fratello Luca mi portò a fare la mia prima via in montagna, esattamente la “Roberta 83”, e il mio ricordo più vivo è che lui scalava a piedi nudi, complice forse la voglia di emulare i bravi arrampicatori del momento.

Gli anni trascorsero, e il mio livello mi permise finalmente ciò che fino ad allora avevo potuto solo immaginare, e che per quei tempi e luoghi era una sorta di “iniziazione arrampicatoria”: scalare in Val San Nicolò. Gli incontri fugaci con i miti di quei tempi, come Heinz Mariacher, Luisa Iovane, Bruno Pederiva, che non a caso non si sono persi ma continuano anche ai nostri giorni, erano una sorta di apparizione per giovani alle prime armi, come noi ci sentivamo. Incutevano quasi un certo timore reverenziale. Se ci ripenso ora mi viene da sorridere, ma sul momento l’emozione di vederli scalare era paragonabile a quella che immagino possa provare un giovane calciatore vedendo dal vivo il suo giocatore preferito.

La Val San Nicolò si è evoluta negli anni ma è sempre rimasta una falesia storica, per la bellezza del luogo e dei tiri e perché scalandoci sopra si può quasi sentire, intuire, che è proprio qui che si è plasmata la storia dell’arrampicata sportiva, attraverso il lavoro di tanti personaggi che a questo hanno dedicato la propria vita. Da questo dovrebbe derivare il rispetto delle nuove generazioni, che hanno in un certo senso trovato la strada spianata, per questi luoghi e queste persone. Nel corso degli anni, in primis Heinz e Bruno, hanno chiodato svariati itinerari, molti già liberati, altri in attesa di una prima ripetizione. In questo luogo, fra gli scalatori che lo frequentano, vige ancora la regola che chi attrezza una via ha una specie di diritto di precedenza nel liberarla, a meno che lui stesso non decida di “cederla” a qualcuno. Il che vuol dire permettergli di provarla ed, eventualmente, liberarla. Proprio da qui inizia l’esperienza che voglio raccontare.

La Val San Nicolò, per me, è un’ancora di salvezza in estate, quando per impegni di lavoro non posso spostarmi. Così, l’estate scorsa, in varie di queste occasioni, il mio sguardo si posava spesso su una magnifica placca, che fa da specchio al “Sasso delle Undici” e che è seguita da un tetto gigantesco. Pur sapendo dell’esistenza di un itinerario attrezzato da Heinz, con lui non ne avevo mai parlato, forse per una forma di rispetto non conoscendo i suoi propositi. Quando però un giorno, scendendo dopo una scalata, lui me ne parlò, e in poche, efficaci e ben pensate parole mi fece capire che i tempi erano maturi perché qualcuno andasse nuovamente a provarla, ne fui subito entusiasta.

Così poco tempo dopo mi ritrovai, con il solito Stenico, ingaggiato su qualcosa di particolare, ancora una volta lontano dai soliti canoni. Non voglio soffermarmi troppo sugli aspetti tecnici della via,posso dire che il tiro parte da una cengia, ha un grado di 8b/c ed è lungo 45 metri. La prima parte è in tipico stile San Nicolò, con allunghi su buchi che costellano questa roccia calcarea, e precede il grande tetto dai movimenti atletici e allo stesso tempo aerei e spettacolari, che quasi per gioco ti fanno danzare a più di cento metri da terra e che mi hanno fatto provare le stesse sensazioni di chi mi ha preceduto più di vent'anni fa...".

Per me sono proprio queste sensazioni, che si ripetono e che possono accomunare generazioni passate e future, la forza e l’essenza della scalata. Sono emozioni che non risentono del tempo che passa, ma che continuano e continueranno alimentate dalla stessa passione.

Mario Prinoth

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