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Andrea Giorda in Valle dell'Orco alla fine degli anni '70 ai tempi del Diedro Atomico "Bolt free"
Photo by arch. A. Giorda
Andrea Giorda e l'arrampicata nella Orcovalley con attrezzatura anni '70
Photo by arch. A. Giorda
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Il Diedro Atomico, il Vento Trad e la cultura dell'arrampicata

23.10.2009 di PlanetMountain

Andrea Giorda fa una riflessione sulla schiodatura, avvenuta nei giorni scorsi, della Via del Diedro Atomico (Parete dell’Inflazione Strisciante, Valle dell'Orco).

Il fatto sta facendo discutere sul web e non solo: la via del Diedro Atomico in Valle dell'Orco, è stata schiodata e “liberata” dagli spit, messi nel 2001, anche sulle fessure proteggibili con friend e nut. L'azione, almeno fino ad oggi, è rimasta assolutamente anonima; anche se tutti possono immaginarne la motivazione: riportare la via nelle condizioni trovate dai primi salitori negli anni '70. Quelle stesse cioè che Andrea Giorda più di trent'anni fa ha affrontato in apertura su quell'enorme diedro che incide la Parete dell’Inflazione Strisciante.

Inutile dire ai climber che questa è una storia vista e rivista su molte delle nostre pareti. E forse è inutile ricordare ai nostri lettori che, poco più di un mese fa, su queste pagine a firma proprio di Andrea Giorda è apparso un articolo dal titolo emblementico: “Il Diedro Atomico, da 'Trad' a 'Trash'”. Giorda in quel pezzo ripercorreva la storia della Valle dell'Orco e di quegli anni '70 in cui cominciò a farsi sentire il vento della “rivoluzione” anche nell'arrampicata. E poi, prendendo a “pretesto” il Diedro Atomico incatenato dagli spit come un “King Kong ferito”, rifletteva sul rinnovato interesse per il “trad”, ovvero lo stile che, soprattutto in fessura, sceglie di utilizzare protezioni veloci come friend e nut.
“Per il futuro” concludeva Giorda “non appelliamoci a giustizieri schiodatori (il rimedio è peggio del danno), almeno si accetti, su vecchi e nuovi itinerari, il compromesso di non chiodare le fessure, come attualmente fanno quasi tutti gli apritori di buon senso.”

Come ormai sappiamo il Diedro Atomico è stato schiodato. Un metodo che certo, anche secondo noi, non aiuta quella che Andrea Giorda, in questo suo nuovo intervento dopo la schiodatura, chiama la cultura dell'arrampicata.


VENTO TRAD. IL DIEDRO ATOMICO: DA TRASH A TRAD? SECONDA PARTE
di Andrea Giorda

Eppure mia nonna mi aveva avvertito, chi semina vento raccoglie tempesta! Il Vento in questione è quello Trad che lentamente, ma con gran forza, sta trovando fiato in molti scalatori di nuova generazione. Nel mio articolo apparso il 9/9 su PlanetMountain.com, lamentavo la chiodatura a spit (avvenuta nel 2001) delle fessure del Diedro Atomico, una via degli anni ’70, e denunciavo la deriva che poteva portare questo tipo di interventi, in una luogo dalla vocazione Trad come la Valle dell’Orco.

Ora King Kong si è liberato dalle catene, alcuni giustizieri hanno schiodato le fessure proteggibili a friend e nut. Non è un’azione nuova, la storia delle pareti è piena di questi episodi, prima si faceva coi chiodi normali ora con gli spit.

Il tutto è avvenuto in modo assolutamente anonimo e senza preavviso, un blitz . Perchè non firmarsi? Perché non darne notizia? Chi chioda o schioda protezioni fisse altera in maniera permanente lo stato di sicurezza di una via e dovrebbe serenamente dichiararsi senza timore del giudizio. Chi ne ha fatto le spese sono stati i primi ignari ripetitori che non trovando gli spit, hanno lanciato maledizioni e sono dovuti scendere.

Egoisticamente potrei essere soddisfatto, perché con un piccolo articolo ho centrato due obiettivi, portare alla ribalta nazionale il Vento Trad e contemporaneamente la pulizia delle fessure del Diedro Atomico, come le trovai trent’anni fa. Eppure tra le righe del mio articolo spiegavo perché non l’avessi schiodato io stesso, mi sembrava che un gesto così forte, più che sanare le ferite, le avrebbe rese ancora più difficili da rimarginare. La mia previsione non era così sbagliata, il Vento mediatico scatenato sui siti internet da questa azione, ha reso ancor più radicali le posizioni dei favorevoli e dei contrari agli spit ad ogni costo.

La mia idea era quella di lasciare il Diedro come un martire in croce. Moltissimi già erano i ripetitori e in tanti facevano considerazioni sugli spit, pro e contro, ponendosi domande che altrimenti non si sarebbero mai fatti. Il Diedro Atomico immolato ad esempio di cosa non si deve fare con gli spit. Alla pari del cormorano immerso nel catrame in TV, che fa più ecologisti di mille teorie radicali.

Chi ha visto giusto? Se l’obiettivo era ripulire la via, sicuramente i Rambo dell’Orcovalley. Ma mi sembra che questa azione non porti neanche mezzo scalatore in più a pensarla come loro. Anzi un qualunque Ciaparat (acchiappatopi per gli stranieri…) di scarse capacità e vedute, può con altrettanta autorevolezza incazzarsi e richiodarselo da una staffa all’altra, armato di un trapano di nuova generazione. E’ già successo, e non se ne esce!

Confesso che a vent’anni sarei stato tra i Rambo, se ora non l’ho fatto non è perché mi sono  rincoglionito, ma perché penso che il fine non sempre lo si raggiunge in via diretta. Tra chi vuole sempre lo spit perché considera l’arrampicata uno svago della domenica e quindi deve essere sicuro come prendere il tram, e chi vuole il brivido dell’imprevisto, ci sono visioni e comportamenti fortemente divergenti. Sono due sport diversi sullo stesso terreno, anzi una volta si diceva che scalare (con rischio) non era uno sport.

E’ facile per me capire e parteggiare per i Rambo, ho iniziato a scalare che non esistevano in Italia scarpette, friend, nut e ovviamente gli spit. Diverso è per chi parte ora da pareti di resina, per cui è già una conquista emotiva mettere le mani su un pezzo di roccia non sintetica.

L’ottanta per cento di chi scala ora, una volta sarebbe rimasto sui sentieri ed  è convinto che i chiodi  siano sempre esistiti per cascarci allegramente sopra. Chi ha praticato il terreno d’avventura, e si è affidato al “chiodino psicologico” o peggio al cosiddetto “ciò ad la vidua” (il chiodo della vedova…), non ha le stesse convinzioni. Lo stesso dicasi per i Larcher o Da Pozzo, che utilizzano anche protezioni fisse, ma portando all’estremo il concetto di arrampicata libera e obbligatoria.

E’ una questione Etica? Forse culturale è la parola giusta. Così come si passa col rosso al semaforo in città, in egual misura anche sulle pareti se ne vedono di tutti i colori. La spittatura delle fessure diventa quasi un peccato veniale. In valle dell’Orco sono apparse vie bricolate con scavi e pietre incollate, o vie di quattro tiri… di cui tre non liberati!? Attrezzatori o Apritori? Anche su questo bisognerebbe mettere ordine. La vanità e la presunzione associate al trapano sono una miscela assai temibile e nessuno ne è immune, neanche chi scrive.

Andrea Giorda
CAAI

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