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Michele Fait
Photo by arch. M. Fait
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In ricordo di Michele Fait

24.06.2009 di Vinicio Stefanello

Il 23 giugno l'alpinista roveretano Michele Fait ha perso la vita scendendo con gli sci dal Campo 2 della via Cesen sul K2.

Michele era un uomo buono. Questo è stato il primo pensiero quando, stamattina, è arrivata la conferma che Michele Fait è caduto mentre, tra il Campo 2 e il Campo 1, a circa 6400m, stava scendendo con gli sci dalla via Cesen, sul K2. I suoi sci probabilmente sono scivolati su una lastra di ghiaccio e poi hanno trovato delle rocce che l'hanno catapultato giù fino alla base della parete. Più di 1000 metri di volo che non gli hanno lasciato scampo. La notizia è stata confermata dallo svedese Fredrik Ericsson suo compagno in quest'avventura. I due alpinisti avevano passato la notte al Campo 2, a circa 6400/6500m, per poi iniziare la discesa con gli sci che, poco dopo, è stata fatale a Michele Fait. Ora, secondo le ultime notizie, il suo corpo è stato recuperato ed è al Campo base.

Mentre ascolto e registro la fredda e terribile dimanica dell'incidente, non riesco a distaccarmi da quel pensiero: Michele era un uomo buono che aveva un sogno. Un sogno fortemente cercato e voluto. Scendere il K2 con gli sci era quello che desiderava di più, anche se sapeva che si trattava di un'impresa assoluta, una prima mondiale difficilissima quanto aleatoria. Però per Michele “si poteva fare” e soprattutto voleva farla, e ciò è bastato per accendere la miccia della sua incontenibile passione.

Non era certo uno sprovveduto Michele Fait. Era uno sciatore con un curriculum di discese di alto livello. Tra cui spiccano quelle dello Shisha Pangma da 7900m, del Gasherbrum II da 7800m e di alcuni 6000 in Perù a cui si aggiungono moltissime altre discese sulle Dolomiti e su tutto l'arco alpino. Insomma, era preparato e aveva programmato questa discesa nei minimi particolari. Anche confrontandosi con Hans Kammerlander che aveva lungamente cullato quel progetto, fallito poi nel 2004 poco sotto la cima del K2 per le condizioni impossibili della neve. Michele era stato catturato da quella linea nel 2005, e aveva già tentato il K2 nel 2007 con la spedizione K2 Freedom. Allora aveva dovuto fermarsi a 8300m e anche vivere la dolorosa scomparsa di Stefano Zavka, uno dei sui compagni in quella spedizione. Ma il suo sogno non si era fermato, anzi aveva ripreso ancora più vigore.

Così è iniziata questa su ultima avventura. Lo scorso 12 giugno era arrivato insieme a Fredrik Ericsson al Campo base. Il 16 giugno, dopo aver passato la notte al Campo 1 a 6000m, i due erano discesi con gli sci fino al campo base posto alla base della Cesen. Poi l'ulteriore puntata in parete per acclimatarsi e per fissare il Campo 2. Il resto è l'epilogo terribile che già conosciamo.

Quello che resta da dire non è molto, o forse è moltissimo. Michele Fait era veramente un uomo buono, gentile, quasi d'altri tempi. Ma non mi vien voglia di chiedermi il solito “perché è accaduto?”. Non so perché gli alpinisti rischino la vita. Ormai non me lo domando più. So solo che Michele non avrebbe potuto fare a meno del suo K2. Questo, anche se forse può sembrare insufficiente, mi basta. Perché Michele voleva quell'avventura più di ogni altra cosa. Era indiscutibilmente il suo sogno, il suo progetto. Voleva essere lì sul K2 con i suoi sci, e per nulla al mondo avrebbe rinunciato. Anche se ciò non può lenire il dolore per la sua perdita, a noi non resta che salutarlo e ricordarlo così, come un uomo buono che amava la montagna tanto da non poterne fare senza.

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