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L'immensa parete sud dell' Annapurna, con i suoi 8091m la decima montagna più alta della terra.
Photo by Loris Marin
Nives Meroi e Romano Benet
Photo by arch. Meroi-Benet
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Nives Meroi e Romano Benet e l'Annapurna Sud

10.04.2009 di Manuel Lugli

Nives Meroi e Romano Benet, dopo aver forzatamente cambiato progetto per l'impossibilità di raggiungere il Kanchenjunga, sono ora impegnati sul versante sud dell'Annapurna, per tentare il loro 12° Ottomila. Le condizioni meteo e della montagna per ora rimangono difficili. Il punto della situazione di Romano Benet, sentito per noi da Manuel Lugli.

Nives Meroi e Romano Benet sono partiti col loro solito stile, con discrezione. Solo la meta era dichiarata: il Kanchenjunga. Arrivati a Kathmandu, hanno trovato un po' di caos ed uno sciopero prolungato nel sud-est del paese che ha messo in seria difficoltà la logistica della spedizione. Ma Nives Meroi e Romano Benet, con la tranquillità ed al tempo stesso la decisione che li contraddistingue, hanno parato il colpo. Si va all'Annapurna per la parete Sud. Che non è proprio come dire: ok, il Monte Rosa non si può fare, pazienza, andiamo alla Piramide Vincent.

Sulla parete sud dell'Annapurna, si sono cimentati alcuni dei più forti alpinisti della storia. Per fare qualche nome: Chris Bonington, leader nel 1970 della leggendaria spedizione che portò in vetta assi come Don Whillans, Doug Haston e Ian Clough, scomparso poi durante la discesa; Soro Dorotei, Benoit Chamoux, Stephen Boyer, Josef Rakoncaj e Nicolas Campredon, protagonisti della spedizione del 1988 che ripeté la via britannica; Jean Christophe Lafaille, che su questa parete visse un'incredibile odissea, dopo la caduta del suo compagno Pierre Beghin; Tomasz Humar che realizzò  qui un'impressionante solitaria – pur senza cima principale. Insomma una parete impegnativa come poche, verticale e molto tecnica.

Dopo aver tentato in passato per due volte la via normale sul versante settentrionale, e per due volte rischiato la vita sotto le scariche e le valanghe della pericolosa parete nord, Nives e Romano avevano deciso che quando sarebbero tornati sarebbe senz'altro stato sulla sud. Più difficile, certo, tecnica e con passaggi verticali ad altissima quota; ma senza dubbio con minori pericoli oggettivi. Detto fatto. Gli alpinisti friulani hanno invertito la rotta ed invece di volare verso est, verso i “Cinque forzieri della neve”, questo è ciò che il nome “Kanchenjunga” significa, sono partiti verso ovest, verso la “Dea dell'abbondanza”, la temibile Annapurna, che non ha smentito la sua fama. Infatti, dal loro arrivo al campo base, avvenuto il 31 marzo, non ha fatto altro che nevicare, condizionando parecchio i loro movimenti, tanto che dal campo base non hanno avuto nemmeno la possibilità di scorgere la parete e farsi un'idea delle sue condizioni.

Trascorsi alcuni giorni di assestamento e di attesa, nei giorni scorsi Romano e Nives sono finalmente riusciti a muoversi verso l'alto, per scoprire che la grande seraccata che dà accesso alla base della parete, è estremamente complicata e difficile - essendo la meta principale il Kanchenjunga, questo versante non era stato studiato con particolare attenzione. Soprattutto per chi, come loro, si muove in totale autonomia, senza sherpa d'alta quota a trasportare materiale per i campi alti. Così, dopo un paio di rapidi contatti nei giorni scorsi per cercare di risolvere un problema tecnico al sistema di trasmissione dati satellitare, ieri mattina, finalmente, siamo riusciti a fare una chiacchierata con Romano, in attesa al campo base assieme a Nives che passi la prevista perturbazione che ha già messo giù cinquanta centimetri di neve.



"Sì sta nevicando già da un po'", racconta Romano,"dovrebbe durare fino a domani o dopodomani, e poi smettere. Vedremo. Nei giorni scorsi siamo saliti fino a 5.600 metri circa, ma questa parte del ghiacciaio è terribile, peggio dell'Icefall dell'Everest: seracchi, crepacci, salti verticali. Un labirinto dove è difficilissimo trovare la strada giusta. Tutti parlano delle difficoltà della parete sud, ma il vero problema è qua sotto: è uscire dalla seraccata sul plateau di attacco della parete. Con i carichi sulle spalle poi facciamo una fatica bestiale."



"E gli altri alpinisti, li avete visti ?" chiediamo.

"Due dei cechi, tra cui Dodo Kopold, ed una ragazza francese hanno tentato la seraccata e sono tornati al base. Poi sono andati verso la Bonington, ma sono rientrati anche da lì. Gli altri del team stanno facendo su è giù dal Tent Peak (piccola e facile cima vicina al base, n.d.r.), forse per acclimatarsi. Boh... non si capisce bene che intenzioni abbiano. Comunque noi facciamo passare la perturbazione e poi cerchiamo una via lungo la seraccata, sperando di non fare troppi avanti e indietro. Anche perché è faticosissimo e si passa da temperature da forno al gelo in pochissimo tempo, col rischio di raffreddamenti vari che a questa quota poi non passano più. Comunque per ora stiamo abbastanza bene".



”Bene, cercate di tenere duro e un grande Namastè”, diciamo con disinvoltura, mentre ce li immaginiamo ai piedi di questa immensa, chilometrica muraglia, due “piccoli” alpinisti, nelle loro piccole tende, assistiti da due “piccoli” cuochi nepalesi, soli con la loro grande esperienza e determinazione ma con la consapevolezza al tempo stesso di trovarsi di fronte alla Dea dell'Abbondanza, mica un ammasso di roccia e neve qualsiasi. E Nives e Romano, che di montagne ne hanno viste tante, sanno che comunque vada qui vale sempre il “Laghyelo”, hanno vinto gli dei.

Manuel Lugli

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