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Photo by arch. Paolo Rabbia

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Photo by Traversata invernale delle Alpi con gli sci

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Paolo Rabbia, prima traversata invernale con gli sci delle Alpi

05.03.2009 di PlanetMountain

Intervista a Paolo Rabbia che dal 29/12/2008 al 28/02/2009 ha portato a termine la prima traversata sci alpinistica invernale delle Alpi senza far uso di mezzi meccanici.

1800 km per traversare tutte le Alpi da est ad ovest con gli sci. Il tutto in inverno e da solo. Quella di Paolo Rabbia - 43enne cuneese di Savigliano sposato e padre di due figlie – è stata una splendida “cavalcata” partita il 29 dicembre dalla Forcella della Lavina al Mangart (Alpi Giulie) e terminata il 28 febbraio sulle piste della stazione di Garessio 2000, nelle Alpi Liguri. Sono stati 62 giorni di immersione totale in un viaggio affascinante per la prima volta compiuto d'inverno. Senza uso di mezzi meccanici e, va sottolineato, in una dimensione invernale assolutamente vera ed eccezionale.

La prima traversata scialpinistica delle Alpi, come forse molti ricordano, da molti è attribuita a Walter Bonatti e Lorenzo Longo (1956, 14 marzo confine jugoslavo - 18 maggio colle di Nava, Alpi Marittime). Negli stessi giorni il raid fu portato a termine, pur se con alcune lacune e varianti, anche da L. Dematteis e A. Guy, e, con una spedizione a parte, anche dai fratelli Detassis e A. Righini. La prima solitaria, invece, secondo alcuni, è da attribuirsi a Jean-Marc Bois (1970, 30 gennaio St.-Etienne-de-Tinée, Alpi Marittime - 25 aprile Badgaastein, Tirolo orientale) ma non va dimenticata la grandissima impresa del mitico francese Lèon Zwingelstein che,
già nel 1933, sci ai piedi  aveva lasciato Nizza il 12 febbraio per arrivare in Tirolo il 6 aprile...  Nei decenni successivi sono state circa una decina le spedizioni che hanno attraversato l'arco alpino, ovviamente senza tenere conto di quanti hanno utilizzato mezzi di trasporto o impianti di risalita.

Quella di Paolo Rabbia è la prima traversata tutta compiuta nel periodo del calendario invernale. Un'avventura vissuta come un vero viaggio da questo artigiano edile cuneese che ha iniziato a praticare l'alpinismo fin dalla gioventù, con qualche parentesi dedicata all'atletica leggera e al triathlon Ironman. “L'unica mia realizzazione in montagna che considero significativa” afferma Paolo “è la scalata del 2006 al Cho Oyu (ovviamente senza ossigeno), in quanto si è trattato della prima salita cuneese ad un Ottomila.” E a questo punto anche a noi è venuta la voglia di saperne di più di questa sua maratona alpina con 150.000 metri di sali e scendi... Come dire, e passateci l'estrema approssimazione - circa 7 volte l'Everest in salita e discesa...


LA STRADA DEGLI ANIMALI SELVATICI
intervista a Paolo Rabbia di Vinicio Stefanello

Paolo, tutte le Alpi con gli sci in 62 giorni: è più da pazzi o da sognatori quello che hai fatto. Oppure è solo perché nessuno l'aveva mai fatto tutto d'inverno che ti sei cacciato in questo gran viaggio?
L'ultimo giorno, buttando l'occhio verso la cerchia delle Alpi, più che pensare che ce l'avevo fatta mi è venuto da dire: ma come si fa? é da matti! Quando l'idea ha cominciato a prendere corpo non nego che é stata la consapevolezza che potevo essere il primo a farcela d'inverno a darmi la spinta. D'altronde, non capita così anche per le vie nuove in montagna?

Come ti sei preparato?
Come per le spedizioni in Himalaya. Tanto lavoro aerobico, a piedi e in bicicletta, e in più un po' di "presciistica".

Quali erano i tuoi propositi, le tue regole del “gioco” se ne avevi?
Ho deciso fin da subito che le regole dovevano essere poche e chiare: tutto con le proprie gambe, anche a costo di scarpinare nei fondovalle. Questo mi ha causato qualche malinteso quando chiedevo informazioni sul percorso da seguire, perché quasi tutti consideravano ovvio prendere l'autobus una volta tolti gli sci. Per fortuna quest'inverno ho trovato neve anche in basso, dove non se ne vedeva da anni. Sulle poche piste che ho attraversato, nonostante le difficoltà che ci sono oggi per gli scialpinisti che le usano per allenarsi, non sono stato ostacolato, anzi, direi accolto bene. Per gli impianti non avevo il biglietto, così ne ho fatto a meno.

Come hai scelto il tuo percorso, per caso hai dovuto modificarlo cammin facendo?
per il percorso avevo con me la relazione della spedizione di Bonatti e a questa mi sono attenuto ove possibile. Nelle Giulie e in Carnia il tracciato é stato praticamente lo stesso; in Alto Adige non ho neppure tentato la Cima Grande di Lavaredo, la prima salita da Bonatti e Longo.Poi da Brunico invece di salire in valle Aurina, dove incredibilmente mi era stato detto ci fosse troppa poca neve, ho tirato diritto verso la Val Passiria, dove ho ripreso il percorso del '56. Ho trovato buone condizioni per fare una piccola digressione fino in cima al Similaun, ma non altrettanto per fare l'Ortles, che invece era stato salito da Bonatti. Una volta giunto a Bivio, nei Grigioni, anziché dirigermi verso la valle inferiore del Reno, dove oggi corre un'autostrada, ho optato per la valle superiore e, una volta superato il San Gottardo, sono "rientrato" ad Airolo. Tutto come da copione fino all'Alpe Devero, poi per l'impossibilità di raggiungere Saas Fee attraverso lo Zwischenberg Pass (3434) ho preso per il Sempione e la valle di Zermatt. Una finestra di due ore al Passo del Theodulo mi ha permesso di fare una capatina sul Breithorn, per fare almeno un quattromila. Da lì fino in Francia il maltempo non ha più dato tregua, e il Monte Bianco non solo non l'ho salito, ma nei giorni in cui ci sono passato sotto non l'ho neppure intravisto. Da lì ho seguito l'itinerario fino al Monviso e ho poi raggiunto la Valle Stura allungando un po' il tracciato per godermi la Valle Maira, dove da bambino ho fatto i primi passi con le pelli di foca. Al sessantesimo giorno ero al Colle di Nava, ma mi dispiaceva un po' terminare la mia corsa su una strada asfaltata, e così ho allungato di un altro paio di giorni fino alle piste di Garessio 2000, dove ho concluso sci ai piedi.

Andiamo sul tecnico. Come hai scelto il materiale ma soprattutto quanto pesava il tuo zaino e come ti sei organizzato per la logistica (dormire, mangiare ecc.)?
Fin dai tempi delle incursioni in Himalaya ho la fortuna di avere come partner non un'azienda ma un negozio della mia città. Ho passato due mesi a provare materiali diversi in piena libertà e alla fine ho scelto un'attrezzatura che mi garantisse innanzitutto comodità. Gli scarponi non erano esattamente quelli originali in commercio, ma ho barattato volentieri la precisione nella sciata con il comfort: in due mesi non una vescica ai piedi. Gli sci non erano i più leggeri in commercio, ma quando scendi sempre su ghiaccio o crosta con lo zaino pesante 16 chili l'importante è che non ti facciano scherzi. Ovviamente non ti parlo di marchi, certo posso dire che tutto quello che ho usato funziona davvero, e per molto tempo. Nello zaino avevo l'indispensabile: un po' di abbigliamento, telefono satellitare, pila frontale,medicinali, pala, sacco a pelo e da bivacco, telo termico, fornello e gas con un po' di viveri, reintegratori. Per fortuna ho bivaccato solo tre volte. D'altra parte le Alpi non sono l'Himalaya, e per quanto si vadano spopolando qualche coraggioso che tiene ancora aperta la locanda dei suoi vecchi c'è. Poi ci sono i locali invernali, e in alcuni casi fortunati sono stato anche ospite di guide e gente del soccorso alpino.

Parliamo di difficoltà: quali sono le difficoltà e i rischi in un'avventura come la tua? Tra l'altro sei incappato in un inverno “speciale”... come te la sei cavata con il rischio valanghe?
Come dici tu l'annata era un po' anomala. Pensa che nei primi 45 giorni ho incontrato - a parte gli amici che sono venuti a trovarmi - solo due scialpinisti. D'altronde i bollettini sconsigliavano chiunque dall'avventurarsi in gita. Figurati che in alcune zone c'erano delle ordinanze comunali che vietavano lo scialpinismo. Dato che ogni tanto usciva un articolo sui giornali ho evitato di commentare la cosa per non mettere di più in pensiero chi stava a casa, ma a parte i primi venti giorni non c'è stato da scherzare.

A parte alcuni giorni passati in compagnia di due amici che ti hanno accompagnato (Luca Vuerich e Diego Giovannini) per tutto il resto della traversata sei stato da solo? Com'era la tua giornata tipo da “solitario”?
In totale i giorni da solo sono stati solo quarantacinque, perché ho avuto compagnia anche da alcuni ragazzi del soccorso alpino della Guardia di Finanza e da alcuni degli amici di sempre, specie quando sono arrivato vicino a casa. La giornata tipo era quanto di più monotono si possa immaginare: fuori appena faceva giorno e via senza mai fermarmi fino al tramonto. Monotona, ma poco rilassante, sempre in dubbio sulla strada da prendere e sovente con il naso all'insù a guardare tutta quella neve appesa.

E la notte?
Appena arrivato crollavo per la stanchezza, ma ben prima dell'alba ero sveglio a pensare e sempre molto nervoso, ma per fortuna anche su di giri.

Che incontri si fanno in mezzo alle Alpi d'inverno? Ce n'è qualcuno che ti è rimasto impresso?
A La Fouly, nella Val Ferret svizzera ho passato una serata indimenticabile con Jean Troillet, che avevo conosciuto anni fa al Gasherbrum. A sessant'anni suonati mi parlava dei suoi progetti himalayani per le prossime stagioni con un entusiasmo contagioso. E poi quella sera in un'osteria di Chialvetta, in valle Maira,con Clemente Berardo, guida del Monviso che ha passato i settanta, che a un certo punto mi fa: "di', ma ti sei accorto che dopo un po' di tempo finisci per seguire sempre la stessa strada degli animali selvatici?" Aveva proprio ragione.

Spiegaci meglio...
Come chiunque ormai si avventuri fuori da casa sono partito anch'io col mio bravo GPS, ma col passare dei giorni mi sono accorto che lo usavo sempre meno, finché l'ho lasciato per strada. Piano piano ho smesso anche di guardare le carte ogni quarto d'ora e con cautela ho cominciato a fidarmi sempre più dell'istinto. Sia nei boschi che sui pendii aperti ho capito che alla fine la strada più redditizia e prudente era sempre quella dei legittimi padroni della natura: gli animali. E come loro ho deciso di assecondare la montagna, senza lasciare altra traccia del mio passaggio che quella degli sci.

Qual è stata la cosa più curiosa che ti è capitata durante la grande traversata?
Il 12 febbraio sono passato a Val d'Isère, proprio durante i mondiali di sci, e sono stato ricevuto a Casa Italia dai pezzi grossi dello sci azzurro. E' stata una situazione molto divertente. Da un lato mi sono sentito onorato di essere considerato alla stregua di un atleta, dall'altro devo aver dato l'impressione di essere un vero vagabondo, con la barba lunga e una fame da lupo.

E la più bella?
Senza dubbio l'arrivo a Garessio. A un certo punto dell'ultima discesa, un po' come si fa nell'ultima tappa del Tour de France, i "gregari" se ne sono arrivati con il bicchiere di champagne. E poi, tutta quella gente al “traguardo”...

Ci sono stati momenti difficili? E se sì, ti è mai passato per la testa di dare forfait?
Il giorno peggiore l'ho passato al San Gottardo: il tempo non era buono, ma fin lì non mi ero mai fermato e così sono partito lo stesso. La tormenta che mi è arrivata addosso era veramente brutta. Sono finito in terra due volte per il vento, e non vedevo più niente. Mi sono cacciato in una galleria e dato che non voleva smettere sono tornato indietro, ma ormai la traccia non c'era più. Di mollare però non se ne è mai parlato, ma se mi fosse capitato qualcosa di irreparabile non mi sarei stupito più di tanto. Fino alla fine ho sempre pensato che probabilmente non ce l'avrei fatta. E' stata solo questione di fortuna.

La domanda è d'obbligo, cosa ti ha più impressionato delle Alpi viste così giorno dopo giorno nella loro interezza? E come ti è sembrato il loro stato di salute?
Dall'alto, e specie sotto un manto di neve eccezionale come questo, le Alpi offrono veramente un'immagine di sé maestosa. Ma è difficile volgere lo sguardo tutto intorno senza trovare qualcosa che le mortifichi. E' inutile farsi delle illusioni: le Alpi non torneranno mai ad essere un luogo di vera wilderness, assediate come sono dall'urbanizzazione e dall'espansione delle vie di comunicazione. Ciò non toglie che si possa godere di momenti impagabili di solitudine, ma un conto è essere in una foresta vergine, un altro in un giardino botanico.

Tu ovviamente hai attraversato zone che ancora non conoscevi. Qual è la montagna o le montagne che ti hanno più stupito?
A chi vive all'ovest come me consiglio senz'altro una capatina sia nelle Giulie che in Carnia, oltre che per le zone ancora poco affollate anche per la cordialità della gente che ci abita. Un'altra bella scoperta è stata la Val Formazza, dove il terreno di gioco si presta veramente a tutte le possibilità. Per lo sci alpinismo puro e semplice comunque niente di meglio delle Alpi del Sud, sia sul versante francese che cuneese.

Immagino che avrai tenuto conto del dislivello di salita e di discesa complessivo... In una battuta: cosa ti ha regalato, oltre alla fatica, questo andare su è giù?
Sono partito innanzitutto per fare un viaggio. Alla fine, calcolando i quasi 1800 chilometri, i 150.000 metri di dislivello tra salite e discese, i sessantadue giorni con solo due di sosta, penso ne sia venuta fuori anche una discreta prestazione sportiva. Il regalo di questa traversata è stato riuscire a finirla.

Dopo 62 giorni per 1800 km tutti con gli sci ai piedi... come ci si ri-abitua alla vita normale?
Semplicemente sforzandosi di renderla speciale.

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