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Campanile di Val Montanaia, Dolomiti. Acquerello 37.7 x 24.8
Photo by Riccarda de Eccher
Pelmo, Dolomiti. Pastello 66.04 x 50.8
Photo by Riccarda de Eccher
Mongolia, Acquerello e Guache 22.9 x 30.5
Photo by Riccarda de Eccher
Sorapis, Dolomiti. Pastello 45.5 x 32
Photo by Riccarda de Eccher
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Riccarda de Eccher: la montagna, l'alpinismo e la pittura

27.01.2009 di Vinicio Stefanello

Intervista a Riccarda de Eccher, alpinista e pittrice, che ha dedicato la sua ricerca artistica alle montagne, alla loro luce e alla loro anima.

Con Riccarda de Eccher, alpinista e pittrice, abbiamo parlato di montagna e alpinismo ma anche di arte. O meglio di quanto questi mondi possano essere fonte di ricerca, di viaggi nella memoria, di ispirazione ma anche di "sentimenti" comuni. Tanto che le parole "alpinista" e "artista", secondo Riccarda, possono essere intese con una sacralità simile. E proprio questa possibilità di abbinamento, di fare "paio" tra alpinismo ed arte, ci è sembrata non solo interessante, come ci fa notare lei, ma anche estremamente stimolante.

Riccarda de Eccher, dall'alpinismo alla pittura dei paesaggi di montagna, una storia di cambiamento o l'espressione della stessa ricerca?
Credo che la ricerca sia sempre una sola. Se dovessi usare una sola parola per descrivermi mi definirei un esploratore. Vorrei specificare che c'è stato un lungo intervallo di tempo tra gli anni in cui ho praticato l'alpinismo - circa tra i venti e i trenta - e quando ho iniziato a dipngere, passati i quaranta. In mezzo ci sono stati anni fondamentali in cui ho formato una famiglia, messo al mondo due figli. Mi sono trasferita in America e ho sviluppato due attività lavorative che mi hanno portata a capire molte dinamiche del mondo. E dopo tutto questo è arrivata la pittura che, per molti aspetti, sintetizza l'esperienza accumulata fino ad ora.

Cos'è per te lo "spazio" montagna, e com'è nato il tuo incontro con questo mondo?
Se ti riferisci allo "spazio montagna" come luogo fisico, e quindi all'alpinismo, probabilmente ci sono arrivata per un fatto meramente cromosomico. Vengo da una famiglia di Trentini dove la montagna, sia come paesaggio, che come frequentazione, era un dato scontato. Poi la mia famiglia si era trasferita dall'Alto Adige, dove sono nata e vissuta fino ai dieci anni, al Friuli. Avevo nostalgia dei monti, proprio del fatto visivo, di vederli fuori dalla porta. La pianura, che ho comunque imparato ad amare come espressione della natura, non è il mio habitat naturale. In montagna sto sempre un pò meglio. Adesso vivo in un luogo con delle leggere colline, dei sali-scendi, e mi bastano.

Avventura, voglia di esplorare, conoscenza "fisica" delle terre alte e alpinismo... cosa significano nella tua esperienza?
Credo che il senso di quella che è stata per me la frequentazione della montagna sia cambiato molto dai miei primi anni ad ora. Come ho detto ho iniziato verso i 18 anni, età in cui hai bisogno di costruirti un'identità, di essere qualcuno, di differenziarti dagli altri. Sicuramente anche il fatto che provengo da una famiglia numerosa e di forti personalità ha giocato un suo ruolo. E il fatto che fosse un'attività in qualche modo assoluta. Voglio dire, se vai sul sesto grado devi saperlo fare. Sei tu, il tuo corpo, la tua volontà, il tuo coraggio. Niente altro... (anche se ricordo - e adesso mi fa sorridere - che mio fratello aveva detto che se sul sesto grado ci andavo io, doveva essere veramente facile).

Cosa ti viene in mente pensando a quei tuoi inizi in montagna?
Ripenso a partenze al buio, guardando solo per terra, l'attacco, la via... Certe volte non ci si accorgeva nemmeno che stesse cambiando il tempo, tanto si era presi dalla salita. L'aspetto contemplativo era escluso. C'era il cameratismo, la vita randagia che, a vent'anni, è quanto di meglio. Ricordo delle scorazzate per le Dolomiti, dormendo nei fienili e sentendosi veramente liberi. Poi lentamente a questo tipo di approccio se ne è sostituito un altro, dove la contemplazione e la gioia di vivere un paesaggio sono al primo posto. In armonia con lo stesso, non attaccandolo. Adesso amo dei posti che non avrei mai guardato a vent'anni. Certi sfasciumi rossi, o degli ambienti lunari... il Van delle Sasse, per fare un esempio, o quei pianori quando arrivi sul Sass dla Crusc, adesso sono tra i miei ambienti preferiti.

Donna e alpinista è un connubio che, anche non volendo ricadere nel già detto, ha ancora e soprattutto ha avuto una difficoltà di esprimersi. Com'è stata la tua esperienza?
La mia vita alpinistica è partita da Udine, dove l'ambiente era piuttosto conservatore, quindi lo era anche rispetto ad una presenza femminile. Ma io ho subito cercato altri luoghi. Ho fatto amicizie a Trieste, dove c'era un'apertura completamente diversa. La presenza femminile in campo alpinistico aveva fior fiore di rappresentanza nel passato e al presente. Da Bianca di Beaco a Tiziana Weiss, per fare solo due nomi. Da Trieste poi ho conosciuto gente del Veneto e di tutto l'arco Alpino. Ci sono state le spedizioni, all'Annapurna 3 e all'Everest. Le vie più belle e le estati più brade le ho fatte con Francesco Piardi di Padova. Non solo essere donna non è stato un limite, al contrario era facilissimo, per me, trovare compagni, molti volevano arrampicare con una ragazza e, all'epoca, ce ne erano poche che andassero oltre il terzo e quarto grado. Forse anche il fatto che possedessi un'automobile, ha avuto un suo ruolo.

Pensi che qualcosa sia cambiato da quando ti sei avvicinata alla montagna?
L'ambiente alpinistico è cambiato molto. Quando ho iniziato io c'era quella sorta di filosofia della sofferenza... "dovrai prendere tanta acqua sulle spalle", come mi era stato detto alla fine del corso roccia. Tutto si svolgeva all'interno dell'ambiente CAI e a delle regole rigide.
Da allora la montagna e l'arrampicata si sono aperte a molte altre possibilità. Da chi pratica solo l'arrampicata e in montagna non ci va proprio... Diciamo che un tempo c'era solo un modo. Adesso chi si avvicina alla montagna può trovare una sua formula, e all'interno di questo c'è molta libertà. C'è ancora lo spazio per un alpinismo esplorativo ma chi ama l'arrampicata, il suo gesto, lo può vivere a fondo e in assoluta sicurezza. Anche le attività invernali adesso sono più diffuse, lo sci alpinismo, attività magnifica, le ciaspe. L'attrezzatura moderna, leggerissima, rende molto più facili e quindi più accessibili molti modi di frequentare la montagna. Ma c'è spazio per tutti e per molte formule. Per quanto riguarda me, per esempio, vorrei ripercorrere gli itinerari delle baronesse Etvoss...

Com'è nato il tuo interesse per la pittura e l'arte?
Lavoro da molti anni nel campo dell'antiquariato, mio marito si occupa di arte contemporanea, con l'arte ho sempre vissuto, godendola. Ma non avevo mai pensato di dipingere, mai, neanche da bambina. Poi un'estate ero in vacanza in montagna con un mio nipotino. Un bambino intelligente e curioso che continuava a farmi domande. "Zia, che fiore è questo?" e io:  "tesoro, non lo so.." Mi ero resa conto che pur avendo "calpestato" montagne tutta la vita non sapevo il nome di un fiore, a parte quelli proprio scontati. Così ho comperato un manuale. I disegni erano vaghi e le descrizioni e i nomi noiosissimi. Ho capito che non li avrei mai imparati. Quindi per costringermi a guardarli con attenzione, ho acquistato una scatola di acquerelli. E' stato un amore a prima vista. Ho amato da subito il gesto, la sensazione del pennello che si appoggia sulla carta. E da lì mi ci sono impegnata. All'inizio ho disegnato e dipinto qualsiasi cosa, per imparare i rudimenti, l'alfabeto elementare. Poi riferirmi alla montagna è stato semplicemente unire i due amori.  

Come leggi, o meglio come "senti" la montagna e il suo paesaggio?
Intanto vorrei chiarire che non penso alla mia come "pittura di paesaggio", penso alle montagne come a uno "still-life", una "natura morta". Non ricorro ad alcuno dei canoni di rappresentazione del paesaggio, non dipingo quasi mai un primo piano, un piano intermedio e uno sfondo. La montagna è lì sola e protagonista. Diciamo ancora che il tema, per me, è la pittura, non la montagna. Il mio percorso, ora, è all'interno del linguaggio pittorico di cui cerco di decifrare l'alfabeto alla ricerca di una mia voce. Questo comporta una grande dedizione. Un lavoro quotidiano (per questo ho ceduto una delle mie due attività lavorative, per potermi dedicare intensamente alla pittura) che si impara solamente facendo.

Perché la scelta delle montagne, allora?
La scelta delle montagne ha vari lati interessanti. Innanzitutto il soggetto si presta in modo perfetto alla pittura. Le montagne sono dei bellissimi volumi, esposti alla luce e alle sue variazioni, che mutano colore a seconda delle ore del giorno. Mi stupisco ogni giorno di quanto siano state poco visitate dal mondo dell'arte. L'altro vantaggio è che io, alle montagne, voglio bene. Sembra un'espressione forzata, ma è esattamente così. Quindi rende più facile, per me passarci molte ore della giornata. Sono volumi, forme inanimate, ma, per me, sono pieni di vita.

Nei tuoi quadri prediligi le Dolomiti, le loro atmosfere...  quasi un percorso tutto tuo ad inseguire la memoria fra le pieghe dei colori, cosa cerchi?
Le Dolomiti sono un terreno che conosco e che amo. Cerco le sensazioni che mi hanno dato certi spazi o certe luci. Ma, ancora di più cerco un linguaggio pittorico in cui esprimerle. E le Dolomiti hanno una tale gamma di paesaggi, luci, colori che credo non mi stancherò mai di dipingerle. Per esempio, quelle del Pelmo del Civetta sono forme a cui sono legata da un rapporto affettivo. Voglio bene a quelle forme. Forse perchè le ho guardate, sognate, percorse nell'arco degli anni, pensando a salirle, prima, ammirandole esteticamente dopo. Perchè sono state compagne di percorso. O perchè conosco tutta la vita che ci si è svolta sopra. Certe volte con la matita o con il pennello, salgo e scendo per le vie, pensando ai primi salitori e in che circostanza avessero aperto il percorso.

Quindi l'alpinismo ha che fare con i sentimenti e anche con l'arte?
Per me ha a che fare con i sentimenti, ma come dicevo, tutto ha a che fare con i sentimenti. Riflettevo anche sulle due parole "alpinista" e "artista". Quando andare in montagna era la mia attività principale non usavo mai, riferita a me stessa, la parola "alpinista". Mi sembrava che avesse un contenuto sacro e che non stesse a me auto fregiarmene. Lo stesso, o ancora peggio, per la parole "artista". Alpinista è chi frequenta l'Alpe, e io sicuramente la frequentavo, ma "artista" è chi fa dell'arte. Io faccio della pittura, spero e aspiro a fare dell'arte, ma non sta certo a me sancirlo. Sono due parole, alpinista e artista con una sacralità simile. E' interessante che per me siano abbinate, facciano paio.

Quante atmosfere e diverse sfumature ha lo stesso paesaggio, la stessa montagna, cosa li rende diversi?
La montagna ne ha una gamma infinita ed altrettante ne ha la pittura. Ho lavorato per mesi sul Sass dla Crusc. La stessa immagine, la stessa montagna l'ho esplorata in diversi media per cercare di sentirne ogni possibile voce. Adesso sto lavorando alla settima versione, ma ho ancora molto da fare prima di cambiare immagine. E il mio amore per la sua forma è aumentato man mano che la scoprivo, che la conoscevo (sto parlando delle stessa luce, la stessa inquadratura alla stessa ora del giorno). Credo che potrei passare degli anni lavorando sullo stesso monte, ma trovandolo sempre nuovo. Un amore che cresce andando in profondità, non scivolando sul desiderio del nuovo.

Viaggiare tra lo spazio e il tempo, contemplando un paesaggio, una parete e una montagna... ma è possibile?
Certo, lo spazio è tangibile e reale anche se segnato da canoni in continuo mutamento. l tempo è sia il mio, quello della mia vita e del mio percorso, che quello dello scadere delle ore, segnato da una grande variazione di luci e colori. Il tempo delle montagne è quello della loro formazione, quello geologico, che comprende anche quello della loro fragilità, della caducità. Presenti, e potenti quindi, dall'aspetto immutabile, ma in realtà, in termini geologici fragili e periture... Quanto c'è da pensare e quanto da cercare di trasmettere con i pennelli! Un perfetto parco giochi per la pittura come aveva detto Leslie Stephen.

Ma quale anima ha una montagna?
Quella che ci vuoi vedere. Io ne vedo una serena, armoniosa, fiera.

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