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Il tracciato di "Mai molar berbère" sulla parete sud est del Tagoujimt n'Tsouiannt (TD+, 500 metri, max 6+) aperto da Mauro Florit, Mattia Buffin, Umberto Iavazzo e Leonardo Dagani a Taghia, Marocco.
Photo by Archivio Florit
Sguardi di pietra a Taghia, Marocco.
Photo by archivo Florit
Taghia, il piccolo villaggio con appena 400 abitanti che si trova ad una altitudine di circa 2000 metri, circondato da grandi pareti che talvolta superano gli 800 metri.
Photo by archivo Florit
Leonardo Dagani, Mattia Buffin, Umberto Iavazzo e Mauro Florit a Taghia, Marocco.
Photo by archivo Florit

Nuova via a Taghia per Florit

24.10.2008 di Planetmountain

Dal 21 settembre al 9 ottobre Mauro Florit, Mattia Buffin, Umberto Iavazzo e Leonardo Dagani a Taghia, Marocco, hanno aperto “Mai molar berbère” sulla parete sud est del Tagoujimt n'Tsouiannt (TD+, 500 metri, max 6+).

"Nessun impresa, solo una gita in un gran bel posto" E' cosi che Mauro Florit descrive l'ultima delle sue spedizioni estive, questa volta in compagnìa di Mattia Buffin, Umberto Iavazzo e Leonardo Dagani nell'aspra terra nell'Alto Atlante, più precisamente nella affascinante zona del Taghia, Marocco. Durante il soggiorno i quattro hanno ripetuto varie vie e soprattutto aperto la loro “Mai molar berbère” sulla parete sud est del Tagoujimt n'Tsouiannt (TD+, 500 metri, max 6+).

A leggere il report di Umberto, viene da pensare che i quattro siano rimasti letteralmente stregati da Taghia. Come, d'altronde, i vari Rolando Larcher, Maurizio Ovigila, David Kaszlikowski, Simone Sarti, Silvestro Stucchi, Arnaud Petit e davvero tantissimi altri che li hanno preceduti.


Sguardi di pietra di Umberto Iavazzo
Quando ci affacciamo al limite del primo canyon, dopo Zaouia Ahanesal, il panorama che si apre riporta la mia fantasia al Gran Canyon degli Apache, a quelle terre ancora più lontane; la conformazione geologica, i colori del territorio, la flora e la fauna hanno aspetti molto simili. Le acque dell'ampio canyon che ci conduce verso Taghia sono limpide e scorrono senza fretta come il tempo che stavolta abbiamo a nostra disposizione. Non sembra vero… e infatti il tempo è bizzarro e “spinoso” proprio come i bassi e rotondi cespugli, fatti di aculei che ti pungono le caviglie; come i radi, giganteschi alberi contorti, dal tronco nudo e che sembrano grosse funi di canapa attorcigliate dal vento. Le loro rade chiome verdi si stagliano in un cielo blu profondo che repentinamente sa addensarsi in temporali e grandinate che riempiono i canyon di acque furiose. Una catena in continua evoluzione primordiale, dove le capre salendo sui dirupi smuovono costantemente i pendii facendo rotolare le pietre che, trasportate poi dalle violente piene nei canaloni, lisciano le pareti sbiancandole e facendosi trascinare a valle.
Rocce nero fumo con venature verdastre, piegate da milioni di anni nei fondovalle, vengono utilizzate dai berberi per le loro case rivestite di fango e con i tetti intrecciati da legni e canne provenienti dal fiume.
Le cenge circolari solcano verticalissime pareti ricordando un po' i terrazzamenti vicino al fiume che permettono magre coltivazioni. Le pareti sono una continua fuga di “vuoti” verticali fatti di placconate ocra intenso e finemente lavorate dall'acqua in goccette, tacchette, rari diedri e fessure. Le rocce sono tinte con le più svariate tonalità di giallo ocra e marrone rossastro come gli occhi stupendi delle donne berbere, profondi come i canyon, scintillanti come i rari fulmini che sembrano materializzarsi nel nero dei loro abiti. Le giovani, spesso vestite di colori chiari, lasciano trasparire anche con la flessuosità dei loro movimenti la loro bellezza, illuminata dai chiarissimi sorrisi, contrappuntata dall'ammiccare civettuolo dei loro sguardi. Belle e longilinee, ti mettono in cuore l'agitazione che poi verso sera anche i temporali sanno muovere nei nostri animi.
La nuda bellezza di questi luoghi è pari alla grande dignità dei berberi che si fanno sempre capire con poche parole, gesti misurati e sguardi diretti che, assieme alla pacatezza delle loro voci, creano un collage di fierezza e tranquillità come ovunque è tipico delle genti di montagna. Ci aiutano a scendere per i canaloni giusti facendoci da guida quando non sappiamo dove andare, persone semplici e sempre sorridenti, forti dello stesso spirito di questi monti scolpiti dal vento.
Arrampichiamo per giorni su queste splendide pareti aderendo ad una roccia granulosa e sempre salda, lasciandovi tutta la nostra energia che la sera il Tapine, il piatto berbero a base di carne, non riesce a compensare. Così sopportiamo un po' la fame ingurgitando calde pagnotte fatte in casa.
La bizzarria del tempo è seconda solo ai nostri caratteri, aggrovigliati giocoforza dallo stare assieme, come le corde sul terrazzino che a volte si annodano e non si sbrogliano. Età e vite diverse a volte ci ricordano che siamo tristemente umani. Sulle vette però riordiniamo le nostre corde e le nostre intemperanze in ampie spire che poi ci buttiamo dietro le spalle con un sorriso. Rimango indietro, stanco e sazio di roccia, guardo i miei amici che scendono e mi ricordo di una volta quando uno mi chiese “...ma chi te lo fa fare?” Risposi solo, con un sospiro di sollievo….per fortuna… nessuno!
Con ciò rimontiamo in sella ai nostri pensieri, Mauro, Leo, Mattia e io già galoppiamo chissà verso quali altri monti ed esperienze per il domani. Siamo, tutti noi, come queste terre che passano velocemente dal bello al brutto tempo. A volte saliamo verso l'alto come l'avvolgente coltre di nebbia mattutina o rotoliamo veloci nel baratro dei canyon spaventando i cani che si godono il sole sulle cenge. Altre volte ci rintaniamo in noi stessi, bui e silenziosi come quel pipistrello che abbiamo scovato nella stessa fessura che ci serviva per salire e come lui, se infastiditi, mostriamo i denti.
L'immagine più chiara che mi resta in mente è quella dei pastori che pregano, urlando ad alta voce la loro orazione, soli, con le braccia protese al cielo cercando in qualche modo di afferrare il loro Dio, così come noi tendiamo le nostre in alto, sulla roccia, alla ricerca dell'appiglio giusto…proprio come nella vita.



Marocco 2008 con il patrocinio del CAI sezione di Monfalcone
Periodo: 21 settembre - 9 ottobre 2008
Partecipanti: Florit Mauro CAAI Gruppo Orientale; Buffin Mattia CAI Monfalcone; Iavazzo Umberto CAI Monfalcone; Dagani Leonardo CAI Cremona;

Descrizione: Situato nell'Alto Atlante a circa 200 km a est di Marrakech, Taghia è un piccolo villaggio con appena 400 abitanti, che si trova ad una altitudine di circa 2000 metri ed è circondato da grandi pareti che talvolta superano gli 800 metri. Per accedervi è consigliabile un fuoristrada fino a Zaouia Ahanesal e poi con due ore di marcia si raggiunge il paese. Il sito è ora conosciuto per l'eccezionalità delle scalate e per la grande umanità degli abitanti.

Durante la permanenza sono state ripetute varie vie ed aperta una nuova :
“Mai molar berbère” sulla parete sud est del Tagoujimt n'Tsouiannt (TD+, 500 metri, max 6°+)

Indirizzi web:
www.onaclimb.com/taghia/intro.htm
www.remi-thivel.com/
Bibliografia:
“Taghia Montagnes Berbères” Christian Ravier.
Contatti a Zaouia Ahanesal: Ahmed Amahdar 00212(0)23459393 / 00212(0)78538882
Contatti a Taghia: Youssef Rezki Tel:00212(0)23459608 / Fax:00212(0)459608
Gsm:0021(0)68909843 / mail:aoujdade@yahoo.fr

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